Tra Egitto ed Etiopia rischia di scatenarsi una vera e propria guerra per l’acqua in cui c’è di mezzo anche l’Italia. Il motivo della contesa è il progetto di quella che sarà la diga più grande dell’Africa, che il governo etiope chiama “Grande diga del rinascimento etiope” e che sarà costruita dalla Salini Impregilo, colosso italiano delle infrastrutture complesse, sul Nilo Azzurro . La diga, che avrà la lunghezza di 1,8 chilometri e l’altezza di 155 metri, è considerato uno dei progetti infrastrutturali da parte del governo di Addis Abeba, che non solo dimostra a tutta regione del Corno d’Africa di essere il Paese più avanzato e con il tasso di crescita più alto, ma che sarà anche il pilastro che sorreggerà il progetto di un’enorme centrale idroelettrica da 6mila megawatt. Insomma, il governo di Addis Abeba considera la scelta di costruire questa infrastruttura come base fondamentale su cui consolidare la propria espansione economica e industriale, oltre che avere a disposizione risorse idriche ottimizzate e fruibili a tutta la popolazione. E per diventare, inoltre, un Paese produttore ed esportatore di energia elettrica.
Se però l’Etiopia considera questa diga come un passaggio ineluttabile per la propria crescita, i governi del Sudan e in particolare dell’Egitto sembrano avere delle idee completamente diverse. In particolare l’Egitto, il cui presidente Al Sisi ha definito la gestione dell’acqua come “questione di vota o di morte” ed ha confermato di considerare la disponibilità idrica del Nilo come un tema di sicurezza nazionale. E la discussione non sembra destinata a risolversi nel breve termine perché la scelta di contrattare sulle quote di acqua disponibile per gli Stati che riceveranno il flusso che passerà attraverso la diga è considerato di vitale importanza per le economie locali. L’agricoltura egiziana vive grazie al Nilo da millenni e non ha altre fonti d’acqua di grandi dimensioni. Come riporta Agi, l’Egitto riceve una quota annuale d’acqua pari a 55,5 miliardi di metri cubi e goni anno nel fiume ne scorrono 88. Con il progetto della diga, il rischio è che il governo etiope possa abbassare ulteriormente la quota d’acqua garantita, possedendo, di fatto, una leva di fondamentale importanza per lo sviluppo egiziano. E non a caso a novembre al Sisi aveva già avvertito Addis Abeba con toni amichevoli ma molto decisi: “Valutiamo positivamente le necessità di sviluppo dei nostri amici e fratelli in Etiopia ma siamo in grado di proteggere la nostra sicurezza nazionale e l’acqua per noi è una questione di sicurezza nazionale. Punto.”
La risoluzione non è dietro l’angolo perché nessuno vuole fare un passo indietro. Al Sisi parla di “questione di vita o di morte”, ma lo ha detto anche il ministro degli Esteri etiope in risposta al presidente egiziano, usando le stesse parole del leader del Cairo. E con le parole del ministro degli Esteri, sono arrivate anche le parole del ministro dell’Irrigazione dell’Etiopia, Seleshi Bekele, che ha dichiarato che “la costruzione non si è mai fermata e non si fermerà”, e ha continuando dicendo: “Non siamo preoccupati da quello che pensa l’Egitto, l’Etiopia intende beneficiare delle proprie risorse idriche senza recare danno a nessuno”. Finora c’è stato un approccio diplomatico, ma il tema non sembra affatto di poco conto. L’acqua è una risorsa strategica di primaria importanza per qualunque Stato, specie per Paesi africani dove essa ha una distribuzione inferiore. Un Paese con la possibilità di bloccare, potenzialmente, il flusso di un fiume come il Nilo Azzurro, ha una capacità negoziale decisiva. E questo tema è particolarmente sentito fra due Stati come Egitto ed Etiopia (il Sudan è interessato ma ha un potere contrattuale ancora inferiore) che si contendono quote di mercato importanti sul fronte dell’Africa occidentale e nordoccidentale. Addis Abeba cresce a ritmi molto alti, soprattutto per gli enormi investimenti cinesi, mentre l’Egitto ha un’instabilità latente in cui una crisi idrica o agricola può far di nuovo scoppiare una crisi politica molto seria. In gioco c’è l’equilibrio di una regione già di per sé fragile e complessa, dove l’Italia, fra l’altro, può dire la sua. I legami diplomatici con l’Etiopia uniti alla presenza di Salini Impregilo come società appaltatrice sono ottime basi da cui l’Italia può trarre un ruolo di mediazione tra Addis Abeba, Il Cairo e Khartoum.
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