Un unico Stato e tante etnie diverse, che hanno contribuito a dividere, disgregare e a consumare nel tempo la sua popolazione. Anche adesso, che il percorso sembrava cambiare definitivamente. Perché per l’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, e le sue diverse regioni, il concetto di transizione democratica pacifica fatica a inserirsi nel sistema, nei suoi progetti futuri e nelle sue dinamiche. Nonostante gli auspici (e le promesse) del suo primo ministro e premio Nobel Abiy Ahmed, nominato nell’aprile del 2018 e intenzionato a superare tutte le divisioni, etniche e regionali, che dilaniano il suo Stato.

Cosa sta accadendo ora

Nel Paese, infatti, esecuzioni sommarie, arresti di massa e una repressione praticamente indiscriminata sono rimasti atti frequenti, soprattutto nelle aree più remote dell’Oromia, la regione più grande della federazione etiope. Lì, infatti, come riportato da The Economist le forze di sicurezza combattono i ribelli oromo, ma le violenze, da una parte e dall’altra, finiscono per colpire soprattutto i civili, che si ritrovano, ancora una volta, a essere le uniche vittime di queste divisioni. Il che rende lo scenario ancora più incerto ora, visto che l’Etiopia, in particolare con l’arrivo di Abiy Ahmed, aveva iniziato a superare il vecchio sistema politico, che prevedeva un’unica forza al potere.

Che cos’è l’Oromia?

Ma per capire l’attuale situazione nel Paese africano, è necessario comprendere la sua articolata composizione sociale. La regione dell’Oromia è uno dei nove Stati regionali dell’Etiopia, che si estende nell’area centro-occidentale e centro-meridionale del Paese, coprendone circa un quarto dell’intera superficie. È abitata, in maggioranza, da popolazioni oromo (lo stesso ceppo di cui fa parte anche il presidente Abiy Ahmed), che rappresentano il 32% della popolazione e a lungo sono stati considerati anche il primo gruppo etnico del Paese.

Gli oromo e i loro partiti

Per la maggior parte di religione islamica sunnita, cristiana ortodossa etiope, protestante e waaq, gli oromo hanno sempre avuto un sistema di classi sociali chiamato gadaa, oggi rimasto in uso soprattutto tra i borona, che prevede una stratificazione dei maschi in classi d’età. E per difendere la propria identità, nel tempo, sono state tante le organizzazioni politiche nate (e a volte eliminate abbastanza velocemente) con lo scopo di promuovere gli interessi del popolo oromo. La Mecha and Tualama Self-Help Organizaton, per esempio, è stata una di queste: fu fondata nel 1963 e venne sciolta dal governo etiope soltanto tre anni dopo, nel 1966, in seguito a numerosi contrasti. Poi fu il turno di tutti i movimenti che hanno sostenuto posizioni indipendentiste, come l’Oromo Liberation Front, le United Liberation Forces of Oromia, l’Islamic Front for the Liberation of Oromia, l’Oromia Liberation Council, l’Oromo National Congress e, infine, la Oromo People’s Democratic Organization, attualmente uno dei quattro partiti politici al governo in Etiopia.

Oromo ancora emarginati

L’attuale primo ministro, giovane e riformatore, è il primo oromo a rivestire una carica di questo tipo. Tuttavia, la sua nomina non ha impedito la percezione da parte di questa etnia di sentirsi ancora emarginata. Ed è proprio da questo punto che ripartono i problemi attuali. Dopo la sua elezione, Abiy Ahmed aveva promesso una nuovo  concetto di democrazia, condiviso da tutta la popolazione, e un conseguente superamento dei conflitti, che avrebbe potuto porre fine alle rimostranze degli oromo. I quali non hanno mai smesso di denunciare la loro posizione di svantaggio sociale. Anche per questo motivo, poco dopo la sua nomina, il primo ministro aveva deciso di scarcerare migliaia di prigionieri politici e di accogliere in patria gruppi di ribelli in esilio per partecipare alla prossima tornata elettorale, che dovrebbe svolgersi il prossimo agosto e che dovrebbe essere anche la prima veramente libera nel Paese (ma che potrebbe essere rimandata per la diffusione del nuovo coronavirus). La primissima mossa (politica) di Abiy Ahmed, però, è stata la risoluzione del lungo conflitto con la vicina Eritrea (azione che gli è valsa il Nobel per la pace) e subito dopo il raggiungimento di un accordo con alcuni gruppi ribelli, compreso il Fronte di liberazione oromo (l’Oromo Liberation Front), che oggi rappresenta uno dei partiti all’opposizione. La frangia armata del gruppo, l’Esercito di liberazione oromo, aveva acconsentito alla rinuncia alle armi in cambio di una “promessa”, ovvero l’assunzione dei suoi soldati nelle forze di polizia del Paese. Ma le fratture sociali, gli scontri, la rabbia e le agitazioni del Paese sono rimasti praticamente immutati da anni. O almeno questo è quanto percepito dai vari gruppi etnici.

Il problema della sicurezza

Come riportato da Economist, anni di instabilità politica nelle aree a maggioranza oromo hanno indebolito il governo locale e creato un vuoto nel settore della sicurezza. Nei distretti di Wollega e Guji, per esempio, i ribelli fatti rientrare dall’esilio hanno ovviato la mancanza dello Stato, a volte collaborando con la polizia nello svolgimento del servizio d’ordine. Subito dopo, alcuni ribelli hanno accusato il governo di averli traditi, insieme alla loro causa, rinnegando la promessa di assumerli nella polizia. L’esecutivo, da parte sua, ha incolpato i miliziani oromo di non aver consegnato le armi. E a complicare la questione è il fatto che i dettagli dell’accordo di pace non sono mai stati svelati, il che rende più semplice a entrambe le parti accusarsi a vicenda di non essere in grado di onorarne termini ed estremi.

Scontri, conflitti e limitazioni

Alla fine del 2018, a qualche mese dalla nomina di Ahmed a primo ministro, i ribelli hanno fatto ritorno nelle foreste e lì hanno ricominciato a uccidere ufficiali e attaccare convogli militari, rompendo di fatto ogni patto che tentava una risoluzione pacifica al conflitto. In base a quanto segnalato dal settimanale, probabilmente in risposta a quelle violenze, nel 2019 sono stati riportati bombardamenti aerei dell’aeronautica militare etiope sui campi di addestramento dell’esercito ribelle oromo. Dopo il fallimento di un terzo accordo di pace, nello stesso anno, il Fronte di liberazione oromo si è formalmente separato dalla sua ala armata, ma sono in molti a credere che l’allontanamento sia stata solo un’operazione di facciata.

A quel punto, il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza nelle aree di Wollega e Guji, affidando all’esercito di garantire la sicurezza della popolazione. Ma all’inizio del 2020 gli scontri a Guji hanno costretto 80mila persone ad abbandonare le proprie abitazioni. In base a diverse testimonianze, a gennaio 2020, proprio quando le operazioni delle forze di sicurezza si sono intensificate sul territorio, il governo avrebbe oscurato l’accesso a internet in gran parte dell’Oromia occidentale, dove il conflitto si è fatto più intenso. Così, al di fuori dei centri più grandi del Wollega, area dove è in vigore tuttora il coprifuoco, sarebbero state tagliate persino le linee fisse e le reti mobili. Ma racconti e testimonianze di uccisioni e violenze si sono diffusi a voce piuttosto rapidamente, nonostante le limitazioni. I trasporti, in più punti, sono stati proibiti e gli agricoltori vengono puniti, di fatto, da entrambe le fazioni. Secondo quanto riportato da Malatu Jergafa, interpellato dal settimanale, il destino dei lavoratori agricoli risulta comunque segnato e compromesso, perché se gli operai vanno a lavorare nelle coltivazioni di caffè i guerriglieri sospettano che siano informatori del governo e li assalgono. Stessa cosa vale per i militari, che li accusano di stare dalla parte dei ribelli.

Cosa sfugge in questa (nuova) guerra

Secondo quanto riportato dall’attivista oromo Geresu Tufa, in questa guerra, per le varie etnie è sempre più complicato distinguere gli amici dai nemici. Al momento nessuno conosce il numero esatto dei soldati che combattono nell’Esercito di liberazione oromo, anche se è stato stimato siano in poche migliaia. Inoltre, non risulta nemmeno chiaro quali altri gruppi armati siano veramente collegati a questa milizia, visto che, come in quasi tutte le guerre civili, qualsiasi cittadino può rivendicare le proprie istanze e cambiare schieramento a seconda delle proprie necessità. E così la ribellione e i suoi protagonisti cambiano forma continuamente, diventando inafferrabili e (quasi) impercettibili.

Morti e denunce

In questo caos, fatto di guerriglie intermittenti, a pagarne il prezzo maggiore sono i civili. Nel dicembre del 2019, l’organizzazione non governativa “Oromia support group” aveva riportato 64 uccisioni non passate in giudicato e almeno 1.400 casi di detenzioni arbitrarie nei sei mesi precedenti. Poi ci sono state le segnalazioni di abusi legate, per esempio, agli incendi di case e, a gennaio, il massacro di 59 civili nel Wollega da parte dei militari. Poi, l’Esercito di liberazione oromo ha anche denunciato l’uccisione di altre 21 persone nella zona circostante, ma il governo ha respinto ogni tipo di accusa e in molti non lo ritengono direttamente responsabile (almeno non i vertici).

Oromia senza opposizione

Tuttavia, la repressione politica è un dato oggettivo. E secondo Dawud Ibsa, capo del Fronte di liberazione oromo, il movimento d’opposizione in Oromia si è fermato. Negli ultimi mesi, infatti, migliaia dei suoi sostenitori sono stati arrestati (compresi nove dirigenti). E secondo quanto segnalato dal settimanale, a Nekemte le forze di sicurezza avrebbero in più occasioni chiuso uffici del partito e di un’altra formazione alleata più moderata, l’Oromo federalist congress. E in un momento in cui sono stati proibiti i comizi pubblici, il partito di governo, il Partito della prosperità, ne ha tenuto uno. Poi ci sono anche tutte le testimonianze di chi è stato rinchiuso in una cella per motivi politici. Secondo quanto riportato dal settimanale, se le elezioni non dovessero essere cancellate a causa delle diffusione del coronavirus, nel Wollega e a Guji il voto dovrebbe essere posticipato comunque per motivi di sicurezza (elemento che “premierebbe” l’attuale governo, che non gode di grande popolarità in quelle zone).

L’apertura del governo

Intanto, nelle ultime settimane, l’esecutivo etiope ha confermato la sua apertura alla trattativa con i ribelli. Abiy Ahmed, in parlamento, aveva dichiarato che era un bene che le persone risolvessero i loro problemi “attraverso la discussione, l’incontro e la conversazione”. La data delle elezioni potrebbe subire altre variazioni, a causa dell’evolversi della pandemia Covid-19 nel mondo, e non è detto che la tornata elettorale possa svolgersi nello stesso modo in tutto il Paese. Perché, nonostante le promesse e le aspirazioni del suo primo ministro, l’Etiopia è ancora un Paese disgregato.

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