Un nuovo Paese potrebbe scendere in campo nella guerra mondiale in scala ridotta che si combatte in Libia. A Tripoli si susseguono forti voci sul possibile coinvolgimento di un “gigante addormentato” che coltiva l’ambizione di prendere il posto della Jamahiriya di Muammar Gheddafi in Africa: l’Algeria, la nazione più vasta dell’intero continente, grande tre volte e mezzo il Texas. L’immobilismo dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika, la lotta sotterranea per il potere, la cauta diplomazia figlia della “terza via” del Movimento dei non allineati di cui Algeri è stata a lungo capofila hanno sempre ritardato questo ambizioso disegno di politica estera. Ora che Bouteflika e la sua cerchia sono stati messi da parte, dal paese nordafricano sono arrivati segnali di “risveglio”.

La nuova proposta di modificare la Costituzione, ad esempio, permette per la prima volta interventi militari all’estero, pur nel quadro di missioni di pace internazionali. Alcuni media arabi ipotizzano addirittura la possibile firma di un accordo tra Algeri e il Governo libico di accordo nazionale (Gna), l’organo esecutivo riconosciuto dall’Onu, sulla falsa riga dell’intesa che ha consentito al “sultano” turco Recep Tayyip Erdogan, campione dei Fratelli musulmani, di inviare consiglieri militari, armi, mercenari e droni all’alleato Fayez al Sarraj, ribaltando le sorti del conflitto.

Ucraina anti-Russia in Libia?

Le voci su una partecipazione dell’Algeria al conflitto libico sono emerse dopo un articolo di Francesco Semprini, secondo cui “la Libia sarebbe prossima a incassare un accordo militare con un nuovo partner strategico”. Le ipotesi sul tavolo sono in realtà due: una è l’Algeria, e l’altra è l’Ucraina. Kiev, in effetti, è già stata coinvolta nel conflitto libico. Lo scorso agosto, il ministero degli Esteri ucraino ha ammesso che un velivolo Iljushin 76 è stato colpito sulla pista dell’aeroporto di Misurata, la città-Stato alleata di Tripoli e roccaforte della Fratellanza musulmana, da un bombardamento che sfiorato i 300 militari italiani di stanza nell’Ospedale da campo nel quadro della Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia (Miasit).

Secondo l’agenzia di stampa Interfax Ukraine, il cargo stava effettuando un volo umanitario destinato alla Mezzaluna Rossa libica e aveva tutti i permessi necessari. Secondo l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, invece, il velivolo stava trasportando armi e munizioni al Gna per conto della Turchia. Sia come sia, il coinvolgimento dell’Ucraina sarebbe prettamente in chiave anti-russa, mentre quello dell’Algeria rappresenta una questione di sicurezza nazionale: gli sviluppi in Mali, Niger, Libia e Tunisia hanno un impatto diretto sulla stabilità del più vasto Paese del continente, impegnato nella missione impossibile di difendere 6.334 chilometri di confini quasi tutti in pieno deserto.

Vendetta per Lamamra

La possibile discesa in campo dell’Algeria seguirebbe lo smacco per la fallita candidatura dell’ex ministro degli Esteri algerino, Ramtane Lamamra, a inviato dell’Onu in Libia in sostituzione di Ghassan Salamé. Per il quotidiano elettronico algerino Tsa tre paesi arabi (Egitto, Emirati Arabi Uniti e Marocco) si sono opposti alla nomina del diplomatico algerino, ritenuto troppo vicino al Governo di accordo nazionale di Tripoli. Alla fine, si è rivelata decisiva la minaccia di veto degli Stati Uniti, probabilmente convinti dai tre paesi arabi “amici” (a cui Washington fornisce importanti quantità di armi ogni anno) che l’algerino Lamamra non era l’uomo giusto per succedere a Salamé.

La guida della missione Onu in Libia, intanto, rimane temporaneamente nelle mani della diplomatica (statunitense) Stephanie Williams. E forse per Algeri è meglio così. Lamamra è un politico esperto, ma il suo nome è molto legato al passato regime di Bouteflika. Le nuove autorità stanno facendo di tutto per distaccarsi, almeno in apparenza, da le pouvoir – ovvero dal tentacolare sistema che ha regnato in Algeria per almeno due decenni.

Una nuova Costituzione

L’Esercito nazionale popolare algerino non viene schierato oltreconfine dal 1973, dalla guerra dello Yom Kippur contro Israele. La Costituzione del 1976, di fatto, vieta la partecipazione all’estero dei militari algerini. I recenti emendamenti proposti dalla presidenza algerina consentirebbero, se approvati, all’Esercito di inviare i suoi uomini al di fuori del territorio nazionale nell’ambito di forze delle Nazioni Unite, dell’Unione africana e della Lega Araba. Una novità assoluta che ha contribuito a spargere le voci di una partecipazione dell’Algeria al conflitto in Libia. Ma si tratta, per ora, solo di indiscrezioni.

Come riportato da Agenzia Nova, l’Esercito nazionale popolare algerino ha smentito “l’impiego in conflitti che non lo riguardano”, spiegando che “agirà solo al servizio del popolo e degli interessi supremi della patria”. Ma la presenza di gruppi armati nella regione del Sahel, le diverse basi militari di paesi arabi concorrenti e occidentali in Mali e in Niger (si pensi ad esempio alla Francia), la situazione di caos che potrebbe venirsi a creare (e che anzi si è già creata) in Libia non costituiscono una questione di sicurezza nazionale per l’Algeria?

Un risveglio complicato

Se un intervento algerino nella crisi libica sarebbe auspicabile per garantire maggiore stabilità al quadrante, dall’altra parte Algeri non sembra assolutamente pronta per un passo del genere. Vero è che gli algerini coltivano il sogno di diventare la “nuova Libia” dopo lo smembramento della Jamahiriya gheddafiana, ma dall’altra parte devono fare i conti con la realtà di un paese in piena crisi Covid-19, con un livello di riserve in valuta estera in costante calo e un’economia ancora fortemente dipendente dai prezzi del petrolio.

Sul fronte geopolitico, inoltre, l’Algeria è in freddi rapporti con la Francia (che in Libia sostiene Haftar, a dispetto del riconoscimento formale del Gna) e in pessime relazioni con il Marocco (il cui confine è ancora chiuso): entrambi non aspettano che un passo falso della nuova leadership algerina per tornare ad aizzare le proteste di piazza. Le modifiche proposta dal presidente Tebboune sembrano puntare a un compresso: sì ai militari oltreconfine, ma solo nel quadro di una missione multilaterale. L’Algeria, in altre parole, sta dando segni di risveglio dopo un lungo torpore è il suo primo pensiero sembra essere la Libia.

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