Negli ultimi mesi si sono susseguiti degli attacchi bilaterali di natura politica e diplomatica tra Stati Uniti e Russia, volti a screditare vicendevolmente la posizione dei due paesi verso l’opinione pubblica.

Dopo l’espulsione di centinaia di cittadini americani operanti in Russia con visto diplomatico e la chiusura del Consolato Russo a San Francisco e degli uffici consolari a New York e Washington, la guerra tra la Casa Bianca e il Cremlino si è spostata nuovamente sul terreno dell’informazione.

A seguito delle indagini sul cosiddetto Russiagate, il Congresso americano ha emesso una serie di sanzioni economiche e politiche nei confronti della Federazione Russa, ingaggiando anche una battaglia contro RT e Sputnik, due media outlet che da qualche anno imperversano tra i canali generalisti nel bouquet televisivo statunitense, che il governo di Washington vorrebbe classificare come agenti stranieri, che dunque attentano alla sicurezza nazionale. I giganti dell’informazione Made in the US hanno infatti da tempo inaugurato una serie di campagne informative volte a screditare la cosiddetta information warfare portata avanti dalla propaganda russa oltreoceano. Nel 2015 l‘Economist inaugurò questo flusso dedicando un intero numero cartaceo a RT e alla propaganda della Russia di Putin, descrivendo gli incredibili sforzi economici effettuati dal Cremlino per spostare la guerra alla russofobia sul terreno dei mass media.

Anche il New York Times pare particolarmente allarmato nei confronti di RT, che lo stesso denominò “la più efficace operazione di propaganda del Ventunesimo secolo”.

Attenendosi a quelli che sono i dati del Pew Research Center, Russia Today avrebbe una media di 8 milioni di spettatori a settimana, che per l’audience share americana risulta essere ancora un numero piuttosto modesto. Una sorte migliore occorre al canale Youtube di RT, che ha un numero di followers sensibilmente più nutrito, ma alterna contenuti informativi a video clickbait. Ciò che in realtà fa allarmare gli interessati è tuttavia l’opinione politica dei cittadini. Secondo i sondaggi del Pew, solo il 20% dei cittadini statunitensi si fiderebbe dell’operato del governo. La percentuale si riduce ulteriormente se si prendono in considerazione coloro che si fidano di ciò che i mezzi d’informazione americani propinano.

La battaglia, dunque, si sposterà nei palazzi della politica, dove gli addetti ai lavori si auspicano che possa intervenire una restrizione a carico di RT e Sputnik, derivante proprio da un cambio di classificazione degli stessi in agenti stranieri. La risposta russa sembrerebbe non tardare ad arrivare.

Le fonti del Moscow Times riportano le considerazioni di alcuni senatori americani, secondo i quali il Cremlino si starebbe preparando a creare una blacklist di compagnie di informazione statunitensi che vengano bandite dalla Federazione Russa. Tra questi si annoverano la CNN, già citata da Trump come fabbrica di “fake news”, Voices of America e Radio Liberty, entità mediatica che opera nei paesi dell’ex URSS dal 1950 per volere del Congresso degli Stati Uniti, rilevata da alcuni anni dal magnate George Soros.

Altri due mezzi di informazione farebbero parte di questa lista, ma non ne sono stati resi noti i nomi. Tra questi, saranno probabilmente inseriti il New York Times (con la possibilità di bandire anche la sua appendice russa, il Moscow Times, che ad oggi non pubblica più la versione cartacea), il Washington Post ed il Wall Street Journal, che detiene una quota di partecipazione in Vedomosti, il principale quotidiano generalista russo, insieme al Financial Times e Sanoma Independent Media.

Le eventuali misure sono state commentate dal portavoce di Putin, Dmitry Peskov, il quale ha indicato tali possibili ripercussioni in seguito alla grande pressione che RT e Sputnik stanno subendo in territorio americano. Interfax riporta a riguardo le dichiarazioni del vice direttore di Roskomnadzor, l’agenzia per il controllo dei mezzi di comunicazione di massa, Vadim Subbotin, il quale sostiene che l’agenzia governativa sta monitorando l’operato di 40 media statunitensi presenti in Russia, i quali non soddisfano alcuni requisiti sui media stranieri applicati secondo una legge modificata nel 2014, sui quali evidentemente vi saranno contromisure rispetto al trattamento che i due canali russi soffriranno negli Stati Uniti.

L’intenzione sarebbe quella di pareggiare il numero dei mezzi di informazione nei rispettivi paesi. Il fulcro della vicenda determinerà questo spostamento di equilibri nel momento in cui il Senato americano si pronuncerà sull’applicazione di una legge di registrazione dei mezzi di informazione emanata negli anni ’30, che qualificava alcuni canali come agenti stranieri sotto copertura. Maccartismo new age.

Articolo di Francesco Manta