Gli Stati Uniti continuano a sostenere la linea del timore: la Russia sarebbe quasi pronta a un’invasione dell’Ucraina. Lo ripete l’intelligence, che nei giorni scorsi ha confermato l’aumento dei battaglioni di Mosca ai confini ucraini. E lo sostiene anche il presidente Joe Biden, che a più riprese ha ribadito la possibilità che Vladimir Putin decida per una soluzione militare dell’escalation iniziata a metà dicembre. Un approccio in linea anche con quanto affermato dal Regno Unito, che in questa fase di tensioni ha più volte espresso le preoccupazioni per un’incursione di Mosca nel territorio di Kiev. E che ha trovato non solo la (ovvia) reazione negativa da parte della Russia, ma anche – e questo in modo meno scontato – da parte dell’Ucraina.
La versione di Kiev
Il governo di Kiev, soprattutto in questi ultimi giorni, pare abbia iniziato a svincolarsi da questa narrativa imposta da Londra e Washington e inizia a predicare calma. Il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, ha invitato i suoi cittadini a non credere “alle previsioni apocalittiche“. “Capitali diverse hanno scenari diversi, ma l’Ucraina è pronta a qualsiasi sviluppo”, ha rilanciato il capo della diplomazia di Kiev. Il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato di minacce interne ben più gravi dell’ipotesi di un’invasione e, come racconta Agenzia Nova, ha rassicurato i suoi concittadini e avvertito i leader occidentali sul fatto “di conoscere i dettagli più a fondo di qualsiasi altro presidente”. Dello stesso avviso il viceministro della Difesa, Hanna Maliar, che anzi ha scritto sui suoi canali social che le notizie su una possibile invasione, con tanto di 50mila potenziali vittime sul campo, cioè le notizie rilanciate dai media americani dopo le informazioni trapelate dai briefing dell’intelligence, hanno lo scopo “di diffondere panico e paura nella nostra società”.
Che sia la stessa Ucraina a correggere il tiro delle dichiarazioni più allarmistiche provenienti da Oltreoceano e da Londra è un segnale interessante. E potrebbe indicare anche il timore di Kiev di finire intrappolata in una escalation di cui non è più protagonista, ma semplicemente campo di battaglia. Le parole delle autorità ucraine sembrano esprimere il timore di vedere il Paese come una pedina di un gioco più grande, che si compie anche sulla propria stabilità. E Zelensky, forse anche per rafforzare l’asse con gli europei ma anche per evitare di fomentare le tensioni del fronte interno orientale, sembra voler gettare acqua sul fuoco mentre l’Occidente rilancia sul pericolo di un attacco. Una spaccatura di retorica che nasconde quindi anche una divergenza strategica che non può essere considerata secondaria: l’Ucraina non vuole acuire il rischio di un conflitto che potrebbe davvero rendere impossibile la sopravvivenza dell’establishment ma anche del Paese. Ed è per questo che le autorità di Kiev vedono con terrore qualsiasi tipo di retorica che, dall’esterno, possa alimentare tensioni fino a superare il punto di non ritorno.
L’altolà di Washington
Gli Stati Uniti hanno incassato il colpo ma ribadiscono che le loro ipotesi non sarebbero affatto fughe di notizie basate sulla volontà di provocare terrore. Il segretario di Stato, Antony Blinken, rispedendo a Mosca (e a Kiev) le accuse di allarmismo degli scenari paventati da Pentagono e servizi, ha ricordato che l’aumento delle truppe russe “è un fatto”, e non è solo narrativa. Con parole diverse ma sulla stessa lunghezza d’onda anche l’Alto rappresentate dell’Unione Europea, Josep Borrell, che ha detto che “nessuno ammassa 140mila soldati alla frontiera di un Paese” se non per “rappresentare una forte minaccia”. Anche Biden, in conferenza stampa con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, ha detto che “Putin è nella posizione di poter invadere l’Ucraina, ha la capacità di farlo”. Quello che farà non lo so e credo che nessuno lo sappia tranne lui”, ha affermato il presidente Usa alla Casa Bianca, ma ha anche lanciato un avvertimento al suo omologo russo: “Deve capire che sarebbe un gigantesco errore, per il quale pagherebbe un costo pesantissimo”.
Torna quindi ad agitarsi lo spettro delle sanzioni, così come del blocco del gasdotto Nord Stream 2 che collega Germania e Russia. Motivo per il quale il leader tedesco è sempre apparso restio ad accogliere le richieste Usa e dell’Alleanza sugli accordi con Mosca. Ma intanto il messaggio arriva anche forte e chiaro dalle parti di Kiev: per Washington quello che sta avvenendo ai confini della Nato non è un esercizio di retorica, ma uno scontro tra due superpotenze. Uno scontro che rischia di trasformarsi in una pericolosa impasse. Se nessuno riesce a trovare la formula per una de-escalation che non faccia perdere la faccia a Putin e che non passi nemmeno per una vittoria dell’Occidente, il timore è che tutti avrebbero paura di fare la prima mossa. Con la conseguenza che la guerra, a quel punto, diventerebbe per alcuni leader l’unico modo per non perdere.
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