Il 17 novembre la Middle East Broadcasting Center (Mbc), l’emittente televisiva privata più grande del mondo arabo, lancerà una nuova serie dal titolo Kingdoms of fire. Il programma racconta la fine dello Stato dei Mammalucchi avvenuta all’inizio del XVI secolo per mano dell’Impero ottomano o, per dirla con le parole della Saudi Gazette, si propone di “denunciare la tirannia degli ottomani e la loro storia intrisa di sangue”. L’obiettivo della Mbc risulta quindi evidente: raccontare quanto accaduto nel passato ritraendo l’Impero ottomano come dispotico e sanguinario così da attaccare, in maniera nemmeno tanto indiretta, la Turchia. Non è infatti la prima volta che Ankara e Riad si “combattono” a colpi di serie tv, creando prodotti che mirano a infangare la reputazione della controparte in una guerra che passa per i media broadcasting, anziché per il confronto militare diretto. Un anno fa, nel marzo del 2018, la Mbc aveva annunciato la cancellazione dai propri palinsesti di tutti i programmi made in Turkey, con particolare riferimento alle famose soap opera. Anche in quel caso l’intento era danneggiare Ankara, accusata di aver prodotto delle serie tv che davano un’idea distorta della storia regionale e dell’Arabia Saudita. Ma bandire i programmi turchi dall’emittente araba non è stato abbastanza per Riad, che dopo un anno ha lanciato il suo contrattacco.

“Il drama, una delle più grandi opere d’arte degli ultimi tempi, mette in evidenza la sanguinosa storia degli ottomani e dei loro alleati arabi, la loro tirannia, i complotti, la criminalità e la distruzione della storia araba”, si legge sulla Saudi Gazette. La serie, prosegue l’articolo, ha l’obiettivo di svelare alcuni fatti avvenuti agli inizi del XVI secolo per contrastare la falsificazione storica messa in campo dalla Turchia e per denunciare i crimini commessi dall’Impero ottomano in quel particolare periodo.

Il soft power e le serie tv

Un intento, quello della Mbc, che letto così sembra quasi nobile. Non fosse che dietro c’è, ovviamente, dell’altro. La “guerra” delle serie tv che vede contrapposte Arabia Saudita e Turchia altro non è che una forma di soft power in cui, per citare Joseph Nye, importa “whose story wins” (quale storia vince). Un’interpretazione in questo caso letterale, dato che i due Paesi stanno portando avanti da anni una lotta per imporre la propria narrazione di eventi storici specifici così da dimostrare la propria superiorità rispetto all’avversario “colpendo” l’opinione pubblica della controparte. Per lo spettatore medio, infatti, non è sempre così evidente che un programma realizzato dalla Turchia e mandato in onda nel mondo arabo abbia un fine diverso dal semplice intrattenimento o dal raggiungimento di un’audience il più ampia possibile. Stesso discorso anche per i drama o altri prodotti mediatici che portano la firma dell’Arabia Saudita, come dimostra il caso di Kingdoms of fire.

Questo nuovo scontro televisivo tra i due Paesi va quindi letto nel più ampio contesto delle già tese relazioni tra Riad e Ankara e che perdura ormai da due anni, da quando cioè Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Baharain hanno imposto un embargo contro il Qatar, accusato di finanziare organizzazioni terroristiche. Una decisione fortemente condannata non solo da Doha, ma anche dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan che ha prontamente offerto il proprio aiuto all’alleato inimicandosi le altre potenze regionali. E dando anche vita alla “guerra” delle serie tv. La palla adesso passa ai registi turchi.

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