Le potenze regionali e mondiali hanno ormai compreso da molti decenni che la forza non si misura esclusivamente in un confronto militare, ma in un complesso sistema d’investimenti, comunicazione e valori che s’intendono esportare. È il sistema che negli anni Novanta è stato definito per la prima volta da Joseph Nye come “soft power”, cioè letteralmente quel potere “morbido” che si differenzia dall’hard power per la sua assenza di materialità, di concretezza. Nell’era della globalizzazione, il soft power ha assunto nelle relazioni internazionali un valore per certi versi anche superiore rispetto a quello del potere materiale tradizionale con cui si sono per secoli confrontati gli attori geopolitici più importanti: i mezzi di comunicazione, la credibilità di un Paese, la capacità di esportare il proprio marchio, come un’industria, rappresentano oggi strumenti ben più coercitivi di un potenziale bellico tradizionale.
In questa nuova modalità di condurre la propria politica estera, ciascuno Stato, senza esclusioni, adotta una propria politica di soft power nei confronti degli altri attori mondiali per ottenere vantaggi nello scenario internazionale. È una politica tesa ad influenzare le opinioni pubbliche degli Stati prima ancora che gli Stati stessi, per poi giungere ad una sorta di costrizione psicologica delle potenze grazie a questa politica di infiltrazione comunicativa e culturale. Negli ultimi anni, i metodi più utilizzati sono stati essenzialmente due: i fondi sovrani e i mezzi di comunicazione. Soffermandoci soltanto su questi due strumenti, si comprende perfettamente il motivo per cui il Qatar sia stato messo sotto scacco dalle potenze regionali e non solo.
La questione centrale portata avanti dai media e dai Paesi del blocco, e cioè il finanziamento del terrorismo e i buoni rapporti con l’Iran, sono in realtà specchietti per le allodole. Nessuno Stato può imporre un blocco perché un Paese mantiene rapporti con un altro, né tantomeno può farlo per accuse di finanziamento del terrorismo internazionale. La verità è che tutto quanto s’incentra sullo scontro politico tra Arabia Saudita e Qatar per quanto riguarda Al Jazeera e i legami del Qatar con i Fratelli Musulmani, oltre che, inevitabilmente, per lo scontro tra fondi sovrani d’investimento nelle varie parti del mondo. Dal momento che chiedere al Qatar di interrompere le relazioni con l’Iran è impossibile, perché si tratta di chiudere i rapporti con chi condivide con il Qatar il più grande giacimento di gas al mondo, è del tutto evidente che il motivo principale di questa “soft war” risiede nel soft power che nel tempo Doha ha ottenuto rispetto al Medio Oriente.
A Riad non importa che il Qatar abbia relazioni diplomatiche con Teheran, né che i turchi abbiano una base nel Golfo Persico. Ciò che interessa davvero ai sauditi è che il soft power del Qatar sia eliminato. Un soft power che si è sostanziato negli anni tramite Al Jazeera, network che ha sostenuto la Fratellanza Musulmana in tutta la Primavera Araba e che ha, di fatto, portato nelle case di tutti i nordafricani e i cittadini del Medio Oriente le rivolte contro i governi locali. In questo modo, il Qatar ha di fatto imposto la propria visione del mondo senza muovere un soldato né muovendo eccessive quantità di denaro. Una politica scaltra, resa possibile anche grazie alla garanzia della base americana di Doha, e che ha però reso l’Arabia Saudita un Paese forte ma allo stesso tempo perdente. Riad si è scoperta nel tempo fragile, e ha compreso che mentre impiegava soldi e armi per i conflitti mediorientali in cui è coinvolta, dalla Siria allo Yemen, un altro Stato, cioè il Qatar, otteneva risultati ben più importanti soltanto grazie a movimenti di fondi d’investimento e all’informazione coordinata dall’emirato tramite Al Jazeera. Non a caso, tra le tredici richieste dell’ultimatum di casa Saud spicca anche quella di interrompere il finanziamento di altri canali d’informazione come Arabi21, Rassd, Al Araby Al Jadeed, Mekameleen e Middle East Eye. Una conferma di quanto oggi l’essenza ibrida delle guerre faccia sì che la sinergia fra soft e hard power sia talmente forte che sono entrambi fattori d’influenza di uno Stato nei confronti di un altro, tanto da rendere difficile comprendere effettivamente se siano peggiori le conseguenze di un blocco diplomatico rispetto a quelle di un’informazione pilotata per provocare l’opinione pubblica.



