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Esistono due Cine, nell’immaginario collettivo. Una formata dalle megalopoli ultramoderne, dove i grattacieli crescono come boschi e si confondono tra le nuove di un cielo sempre più denso di inquinamento. L’altra, ancora rurale, in cui il comunismo sembra soltanto aver sostituito i centri di potere senza in realtà aver sconvolto i ritmi e gli stili di vita di un mondo profondamente arcaico. Queste due Cine formano un unico grande insieme che è rappresentato dalla grande macchina del dragone. Difficile pensare che siano la stessa cosa, eppure convivono nello stesso sistema e prendono parte allo stesso grande progetto di Xi Jinping, vero collante, insieme al Partito, di un Paese complesso, eterogeno, multiforme, in cui convivono circa un miliardo e 400 milioni di persone. In questo sistema, il comunismo è pilastro, ma alla maniera di Pechino. La Cina ha inventato un suo peculiare sistema di “capitalismo di Stato”, in cui tutto sommato l’iniziativa privata è tollerata e anche supportato e dove grandi miliardari rimangono ancorati a logiche di Stato superiori e molto spesso convergenti.

Con il capitalismo di Stato non è però arrivato il liberismo. E con esso neanche il liberalismo. Insomma, in Cina si possono fare miliardi, ma la libertà del popolo è ancora saldamente in mano al governo, che ne orienta le scelte e indirizza la vita pubblica e privata rendendole di fatto inscindibili. Prova ne è la religione, che il governo cinese, in piena coerenza con i dettami del socialismo, ritiene sia un difetto da estirpare dalla vita della società, o al limite tollerato quando si tratta di religione “naturale”, cioè ancorata alla grande tradizione popolare cinese, di cui il partito comunista attinge perché conscio che la cultura della Cina è forgiata su questo sistema tradizionale millenario. Il cristianesimo, invece, è qualcosa di assolutamente avverso al regime imposto. Proveniente dall’esterno, adorante una divinità estranea alla tradizione cinese, legato a gerarchie al di fuori della Cina e legate a sistemi di poteri che ricordano l’occidente e l’imperialismo – che la Cina ha subito e che sa benissimo cosa comporta – il cristianesimo è costantemente avversato da Pechino, in particolare quello cattolico, tanto da avere con il Vaticano in particolare una questione aperta anche sulla stessa nomina dei vescovi, con una Chiesa popolare non riconosciuta da Roma. In tutto questo, il cristianesimo è costretto a vivere sottotraccia, perché alla diffidenza cinese s’inserisce un problema legato al fatto che il sistema è ancorato al comunismo.

Xi Jinping ha deciso di modernizzare la Cina. E ha deciso anche di farlo nell’ambito religioso mostrando una certa apertura nei confronti dei cristiani. Sempre però nel solco degli interessi della nazione. La Cina tollera i cristiani e prende atto che siano anche in aumento nel Paese, ma questo non deve mai soppiantare la rigida gerarchia cultural imposta da Pechino. E così, non deve sorprendere che all’apertura del governo verso il mondo, si unisca l’ultima mossa di Xi per stroncare ogni possibilità che il cristianesimo diverga dal Partito. Come riporta il South China Morning Post, migliaia di cristiani in una provincia molto povera della Cina sudorientale, quella di Jiangxi, hanno dovuto sostituire le effigi raffiguranti Gesù Cristo con i ritratti del presidente Xi Jinping come parte di un programma di riduzione della povertà del governo locale. Un sistema di dare e avere per cui la comunità cristiana locale, molto grande, ha dovuto scegliere fra la libertà di fede e la riduzione della povertà endemica.

Sotto Xi, il Partito comunista si è posto come obiettivo storico quello della fine della povertà entro il 2020. Una priorità assoluta, che si traduce in programmi di rinnovamento totale di tutto il Paese. Ma al rinnovamento, si unisce anche un controllo delle basi della società, per consolidare la simbiosi fra partito e società, rendendo un unico grande blocco. In particolare nelle regioni rurali, dove il cristianesimo cresce e dove i numeri indicano che decine di milioni di persone hanno abbracciato la fede cristiana – in larga parte protestante – andando contro i lineamenti dell’ateismo professato dal partito. Secondo un social media locale, poi scomparso subito dopo, i dirigenti del partito hanno fatto visita a centinaia di cristiani nella contea di Yugan, ricordano ai cittadini che la religione non li avrebbe aiutati a risolvere i loro problemi, ma lo avrebbe fatto il partito. Di conseguenza, hanno ottenuto che i cristiani sostituissero i simboli cristiani con i simboli della Repubblica popolare e che i ritratti di Xi sostituissero le immagini sacre. Qi Yan, presidente del congresso del popolo di Huangjinbu e responsabile locale della lotta alla povertà, ha detto che la campagna “anticristiana” ha attraversato tutta la contea da marzo. Il funzionario ha detto che si è concentrato sull’insegnamento alle famiglie cristiane di quanto il partito avesse fatto per aiutare a sradicare la povertà e di quanta preoccupazione avesse mostrato Xi per il loro benessere. “Molte famiglie povere sono cadute in disgrazia a causa delle malattie in famiglia. Alcuni hanno fatto ricorso alla fede in Gesù per curare le loro malattie “, ha detto Qi, “Ma abbiamo cercato di spiegare che ammalarsi è una cosa fisica e che le persone che possono davvero aiutarli sono il Partito Comunista e il Segretario Generale Xi”. “Molti contadini sono ignoranti” – ha continuato il funzionario – “pensano che Dio sia il loro salvatore … Dopo il lavoro dei nostri quadri, realizzeranno i loro errori e penseranno:  non dovremmo più fare affidamento su Gesù, ma sul partito”. Il governo ha smentito che la rimozione dei Vangeli e delle immagini sacri sia stata la condizione per l’ottenimento dei fondi per la crescita. Ma resta difficile crederlo. Far leva sui bisogni umani è uno strumento di tutti, sia dei sistemi religiosi, sia dei sistemi che si professano atei.

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