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L’acquisto di Twitter da parte di Elon Musk, l’affare del secolo da 44 miliardi di dollari, sta provocando un terremoto politico. Negli Usa, soprattutto, i Democratici perdono seguito, i Repubblicani lo guadagnano. Ma entrambi (anche i Repubblicani) temono il ritorno di Donald Trump, bannato a vita dal social network.

Il travaso dei follower

La conquista di un seguito maggiore è stata quantificata da diverse inchieste. Non sono numeri da poco. Usa Today che ha tracciato il flusso in entrata e in uscita dei followers in entrambi i partiti, ha contato centinaia di migliaia di nuovi utenti che seguono esponenti del Grand Old Party (Gop) e decine di migliaia che hanno smesso di seguire il Partito Democratico. Si tratta di un fenomeno molto diffuso: il 72% dei profili Twitter dei Repubblicani ha aumentato il numero di followers in appena 24 ore, dal 25 al 26 aprile, non appena è stata battuta la notizia dell’acquisto del social network da parte di Elon Musk. Mentre quasi tutti i profili dei membri del Congresso del Partito Democratico, 268 su 270, ne hanno persi.

Secondo un’altra inchiesta condotta dalla rivista Economist al Senato, i senatori democratici hanno perso, in media lo 0,2% dei loro followers, quelli repubblicani hanno guadagnato lo 0,8%. E questo, sempre e solo nelle prime 24 ore dopo l’annuncio dell’acquisto da parte di Elon Musk.

Questo flusso di utenti funziona quasi come un flusso di voti. Chi votava Democratico, soprattutto in tempi di grande polarizzazione, difficilmente si reca alle urne per votare Repubblicano, il più delle volte sta a casa. Le elezioni, in una democrazia matura, vengono vinte da chi riesce a mobilitare la propria minoranza e spingerla ad andare al voto. Così succede anche sui social network, secondo l’analisi di Usa Today i nuovi followers dei Repubblicani sono nuovi utenti, gente che prima del 25 aprile non aveva Twitter, o l’aveva chiuso perché, magari, considerava quel social troppo sbilanciato a sinistra. La perdita di followers dei Democratici, al contrario, è costituita da gente che ha disattivato adesso il proprio account, al grido (digitale) di #LeavingTwitter. Non solo americani: anche la tedesca Carola Rackete ha tenuto a dichiarare su Twitter che si è stancata di Twitter, soprattutto dopo l’acquisto da parte di Elon Musk.

I numeri di cui si parla sono molto grandi: in un solo giorno, Jim Jordan (deputato repubblicano dell’Ohio, trumpiano di ferro) ha guadagnato quasi 64mila followers, Marjorie Taylor Greene (oggetto di controversie perché ritenuta vicina alla setta QAnon) ne ha presi quasi 52mila, Ted Cruz (senatore del Texas, ex candidato presidenziale, lanciato dal Tea Party) più di 50mila. Non si traducono in voti, ma in una maggior cassa di risonanza. Perdono decisamente i Democratici: Nancy Pelosi (speaker della Camera) ne ha persi più di 14mila ed Elizabeth Warren (ex candidata presidenziale) più di 13mila. Bernie Sanders, socialista, ex candidato presidenziale (battuto da Biden alle primarie), ben 21mila.

Come si nota dai numeri e dai nomi, sono chiaramente di più le persone che hanno aperto un nuovo account Twitter rispetto a quelle che lo hanno chiuso. Poi: sono coinvolti nel fenomeno, in negativo o in positivo, i personaggi più in vista, vuoi perché sono oggetto di polemiche, come Jim Jordan e Marjorie Taylor Greene, o perché più importanti come carica istituzionale, come Nancy Pelosi, o perché lanciati nel grande pubblico per le loro campagne presidenziali, come Cruz, Warren e Sanders. Ma un aspetto, soprattutto, li caratterizza tutti: sono figure altamente polarizzanti, o si amano o si odiano. Per questo i loro seguiti sono pronti ad aprire o chiudere il loro account sul social network se solo pensano che prenderà una piega diversa.

L’ambiguità della sinistra

C’è da chiedersi, però, perché c’è proprio questo cambio di pubblico al cambio di proprietà? Elon Musk è un imprenditore impegnato nella produzione di auto elettriche e nella corsa allo spazio, non è un politico, non è neppure detto che voti repubblicano. Elizabeth Warren ne fa una questione sociale ed economica: “Un miliardario, il cui reddito netto stimato è 10 volte maggiore rispetto all’inizio della pandemia, sta per avere il potere di decidere come milioni di persone possono comunicare fra loro. È un pericolo per la nostra democrazia avere così tanto potere in così poche mani”. Anche la stessa amministrazione Biden, pur non commentando direttamente l’acquisto, esprime preoccupazione “per il potere dei social”. Adesso, sì, ma quando lo stesso Twitter veniva accusato dai Repubblicani di censurare solo i profili dei conservatori, non c’erano altrettante preoccupazioni. E se c’era una condizione di quasi monopolio nelle mani di Mark Zuckerberg (Facebook, Instagram, Whatsapp, Oculus e Giphy), perché la sinistra non ha fatto altrettanto chiasso?

La preoccupazione, paradossalmente, è che Elon Musk promette più libertà di espressione su Twitter: “Ho investito in Twitter dal momento che credo nel suo potenziale di piattaforma per la libertà di espressione in tutto il mondo e credo che la libertà di parola sia un imperativo sociale in una democrazia funzionante”. Se la libertà di espressione era una priorità dei liberal ai tempi delle contestazioni studentesche, negli anni Sessanta, ora è difeso quasi solo dai conservatori. Per i liberal di nuova generazione, soprattutto se studenti o docenti, la libertà di espressione è solo sinonimo di: fake news, insulti alle minoranze (tutte: razziali, etniche, sessuali, di genere o con disabilità).

Soprattutto, quel che ogni liberal teme è che Trump torni su Twitter e si prenda di nuovo tutta l’attenzione del mondo, lo stesso scenario che gli aveva permesso di vincere a sorpresa nel 2016, pur avendo contro tutti i media tradizionali. Anche funzionari dell’amministrazione Biden stanno seguendo con grande attenzione gli sviluppi della vicenda Twitter, temendo questo scenario, anche se Trump stesso smentisce, per ora, di voler tornare a “cinguettare” sul social network.

Paradossalmente, anche molti Repubblicani temono il rientro dell’ex presidente. Come alcuni di loro confidano alla rivista Politico, “Se fossi un Democratico, pregherei perché Elon Musk riporti Trump su Twitter”, perché: “Sarebbe abbastanza da creare grattacapi e probabilmente ci costerebbe anche qualche seggio”. Un altro anonimo politico repubblicano spiega anche che Trump, tornando su Twitter avrebbe “il più grande microfono del mondo. Può trarne molto di buono, ma anche molto di cattivo. Renderebbe sicuramente più difficile la vita politica di ogni membro del Gop”.

Da notare anche che, nel flusso di followers, i Repubblicani che guadagnano di più sono quelli più vicini a Trump, quantomeno non ostili a lui: tutti coloro che avevano un seguito che si sentiva discriminato da un social network troppo liberal. Trump sarebbe un problema, invece, per quei conservatori e moderati che vorrebbero liberarsi della sua pesante eredità. Sarebbero costretti a inseguirne i toni, a sostenere o ribattere (sempre a loro rischio) tutte le polemiche quotidiane che l’ex presidente è in grado di creare con le sue poche, lapidarie, provocatorie, parole affidate al mare del Web.

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