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Volodymyr Zelensky ha rotto definitivamente con il suo patrono, l’oligarca Igor Kolomoisky, il maggior sostenitore dell’ascesa dell’ex comico divenuto presidente?

Kolomoisky privato della cittadinanza?

Le voci si rincorrono da diverse settimana ma ad oggi il capo dello Stato di Kiev, intento a consolidare il potere sul fronte interno per organizzare in forma coordinata la resistenza all’invasione russa con un cerchio di fedelissimi, non ha confermato.  Tuttavia si parla del fatto che Zelensky possa aver inserito Kolomoisky nella lista di dieci figure a cui è stato tolto ogni diritto di cittadinanza per attività potenzialmente illecite. Un documento pubblicato su The New Voice of Ukraine nei giorni scorsi circola sul web.

Kolomoisky appare, a sorpresa, in questa lista di persone che sarebbero state private della cittadinanza, comprendente anche l’ex presidente Petro Poroshenko, ritenuto un potenziale rivale di Zelensky nella rivincita elettorale per le presidenziali del 2024. La lista comprende anche l’amico di lungo corso di Zelensky ed ex direttore dei servizi segreti Ivan Bakanov, la cui Sbu è sotto scrutinio per timore di infiltrazioni russe, e nomi di peso della galassia riferibile a Kolomoisky, tra cui Gennady Korban, capo della Forza di difesa territoriale dell’Oblast di Dnipropetrovsk e un tempo alleato dell’oligarca, e Vadym Rabinovich, leader del partito politico filo-russo Per la Vita.

Sembra che Zelensky stia, in questa fase, facendo tabula rasa delle figure storicamente a lui più vicine e che possono cambiare la percezione della sua figura come quella capace di essere portavoce dell’identità nazionale ucraina nell’era post-invasione.

Così Zelensky è stato creato da Kolomoisky

Kolomoisky, magnate dalla tripla cittadinanza (ucraina, israeliana, cipriota), ha dagli Anni Novanta costruito un impero a partire dalla sua banca PrivatBank, perno del suo crescente e ramificato sistema di business che include imprese in svariati settori: finanza, prodotti petroliferi, mass media, industrie metallurgiche e petrolifere, sport (la squadra di calcio del Dnipro) e, questo il punto chiave, media.

Nel 2019 il canale tv di cui Kolomoisky è proprietario, 1+1, ha  dato luce a Servitore del Popolo, la serie tv che ha lanciato Zelensky come politico di opposizione a Poroshenko e dato il nome al suo partito, e nel 2019 promosso attivamente tutta la campagna elettorale dell’ex comico; tra il 2009 e il 2019, Zelensky ha viaggiato almeno quattordici volte per raggiungere Kolomoisky a Ginevra e Tel Aviv, residenze dell’oligarca, per confrontarsi a quattr’occhi. Infine, eletto presidente nel 2019, Zelensky ha nominato Capo dell’Amministrazione Presidenziale, di fatto guida dello staff del capo dello Stato, il suo consulente legale, Andriy Bohdan, che prima di scendere in campo a fianco del capo dello Stato era l’avvocato personale di Kolomoisky.

Una lunga rottura

Dal febbraio 2020, con la rimozione di Bohdan dall’amministrazione presidenziale, è iniziato il distacco tra Zelensky e l’ex patrono, di cui il presidente contestava l’ambiguità su diversi dossier: in primo luogo, Kolomoisky continuava a finanziare il Battaglione Dnipro da lui messo in campo dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014 e manteneva ambigui rapporti col Battaglione Azov che, nei primi mesi della presidenza Zelensky, manteneva forti le sue critiche verso il capo dello Stato; al contempo, dopo la nazionalizzazione da parte del rivale Poroshenko nel 2016, Kolomoisky ha chiesto con forza a Zelensky di restituirgli le quote di PrivatBank, ricevendo un secco rifiuto; infine, la venatura populista della presidenza ha, fallite le prime mosse per riappacificarsi con la Russia, individuato nella lotta agli oligarchi la via per conquistare consensi. E Zelensky ha pensato di agire trasversalmente, colpendo tutti: da Poroshenko al suo ex patrono.

La guerra ha definitivamente segnato la mutazione genetica del presidente. Dopo le elezioni del 2019, parlando con Formiche, l’analista Nona Mikhelidze dell’Istituto Affari Internazionali ha delineato fattivamente che “il 70% dei cittadini ha votato per un candidato che ha problemi visibili quando parla in ucraino, perché lui nasce in una regione in cui la prima lingua parlata è il russo, e così vale per lui, e quando ha parlato durante occasioni ufficiali ha avuto proprio problemi visibili. Il fatto che gli ucraini non abbiano votato per il candidato che faceva della sua lingua una fede, ossia Poroshenko, che ha puntato molto sui temi nazionalisti nella sua campagna elettorale, dimostra che gli ucraini non puntano sulle questioni identitarie”. Tre anni dopo il mondo è cambiato. Zelensky ora punta forte sul nazionalismo ucraino e non ha più bisogno delle ambiguità di Kolomoisky, che da un lato flirtava coi nazionalisti e dall’altro ne combatteva il campione e rivale in affari, Poroshenko. La venatura autoritaria assunta dal governo ucraino con lo scoppio della guerra è da Zelensky utilizzata come volano per consoldiare questo riposizionamento.

Il Washington Examiner ricorda in tal senso che Kolomoisky è sotto investigazione da parte dell’Fbi per riciclaggio di denaro e corruzione. Altri buchi, dal valore di 5,5 miliardi di dollari, sarebbero stati scoperti a partire dalle mosse di Kolomoisky a capo di PrivatBank anche in Olanda, come ha riportato un’interessante inchiesta di 31Mag. Per Bne Intellinews, la testata che nel 2016 scovò lo schema di prestiti piramidali e il grande schema-Ponzi interno a PrivatBank che ne causò la nazionalizzazione, Zelensky vuole togliere la cittadinanza a Kolomoisky per rendere eventualmente più facile una sua estradizione oltre Atlantico e facilitare dunque la manifestazione di una crescente trasparenza di fronte agli alleati occidentali, sbloccando l’iter che porterebbe ai nuovi aiuti militari, da 18 miliardi di dollari, in discussione tra l’amministrazione Biden e il Congresso.

La rottura con Kolomoisky e lo schiaffo a persone come Poroshenko aiutano a capire, infine, i nuovi riferimenti del potere di Zelensky, che sta usando come un’arma la Legge anti-oligarchi promossa nel 2021 e indirizzata oggi contro l’ex protettore. La legge promossa nella Rada ucraina dalla maggioranza presidenziale guidata da Servitore del Popolo e fortemente voluta da Zelensky, mira a definire di fatto quando una figura pubblica possa essere identificata come oligarca in base a criteri pseudo-ogettivi. Essi riguardano, sostanzialmente la presenza nella politica, la ricchezza, la partecipazione a monopoli industriali e il controllo di mass media e proprio dal 2022 è possibile per queste figure essere esclusi dalla vita pubblica, compresa la possibilità di detenere media e partecipare da finanziatori alle campagne elettorali.

Torna in gioco Achmetov, Paperone d’Ucraina

Kolomoisky è stato indicato nel maggio 2022 nella “lista nera” degli oligarchi stilata dal governo ucraino. Da cui manca, tuttavia, il nome forse più caldo: quello di Rinat Achmetov, l’uomo più ricco del Paese, lo zar della metallurgia del Donbass e proprietario del club calcistico dello Shaktar Donetsk e che occupa, secondo Forbes, il 687esimo posto tra gli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio stimato di 4,4 miliardi di dollari. Achmetov era, fino a prima della guerra, ritenuto da Zelensky un nemico pubblico. Tanto da essere addirittura associato a possibili trame golpiste: “Abbiamo informazioni da agenti e anche informazioni audio su una discussione, per così dire, tra i rappresentanti ucraini con i rappresentanti russi sulla partecipazione di Rinat Achmetov a un colpo di Stato in Ucraina e un’assegnazione di un miliardo di dollari”, ha detto Zelensky in conferenza stampa il 26 novembre. Da più parti è stato ritenuto che Achmetov, patron della holding System Capital Management (Scm), fosse il vero bersaglio della legge speciale.

Ma il 12 luglio scorso Achmetov ha annunciato che Scm sarebbe uscita dal business dei media proprio per marcare il confine circa la definizione effettiva di oligarca: chi non controlla media, è questa la sua tesi, non può essere definito oligarca proprio perché così la sua influenza sulla vita pubblica diminuisce notevolmente. Achmetov controllava, in tutto il Paese, un portafoglio di testate diversificato: i canali televisivi Ukraine 24, NLO TV, Indigo TV, Football 1/2/3, 34 TV, l’operatore satellitare Xtra TV e l’edizione ucraina di Vogue erano i fiori all’occhiello della presenza di Scm nel settore, oggi trasferita allo Stato.

Zelensky sta mollando chi gli ha finanziato campagne elettorali e ascesa per passare a fianco del suo storico rivale, che dal 24 febbraio in avanti ha messo l’elmetto e si è schierato senza dubbi al suo fianco: il patron dello Shaktar ha, secondo il Financial Times, garantito 100 milioni di dollari in aiuti militari al Paese e altri 70 milioni per le esigenze dello Stato in tempo di guerra. Ha saldato ogni debito col fisco in anticipo (34 milioni di dollari), chiudendo tutti i contenziosi aperti; in un’intervista al Wall Street Journal ha per primo denunciato la violenza russa a Mariupolin seguito parlando col Corriere della Sera si è intestato la battaglia populista di Zelensky definendo una “responsabilità storica” per l’Ucraina la corsa a porre fine al regime oligarchico che incancrenisce il Paese. Detta dal Paperone d’Ucraina, questa frase può far sorridere. Ma in tempo di guerra ogni logica salta e il trend è chiaro: Zelensky ha sparigliato nel campo degli oligarchi pensando a blindare il futuro: mettere fuori gioco chi può impensierirlo nelle prossime elezioni e, soprattutto, può rinfacciargli scheletri nell’armadio del passato va di pari passo con l’accordo siglato sostanzialmente oltre ogni vecchia ruggine con l’arcinemico di ieri. Si stanno delineando gli assetti di potere di un’Ucraina i cui leader vogliono durare a lungo. E la cui determinazione ricorda, per eterogenesi dei fini, più la genesi del sistema-Putin in Russia che una compiuta democrazia occidentale.

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