Per lungo tempo numerosi analisti statunitensi ed europei si sono riferiti alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti come a una dinamica avulsa dalla rivalità geopolitica tra le due superpotenze. Come se, considerando l’economia e il commercio una realtà avulsa dagli scenari della politica internazionale, si potesse trovare una soluzione ad hoc per il braccio di ferro scatenato dalla guerra commerciale senza valutare appieno le dinamiche geopolitiche. Nulla di più lontano dalla realtà.

Per l’amministrazione Trump la guerra commerciale con Pechino non è un fine, è un mezzo. Parte di una grande strategia che ha portato gli apparati federali (servizi segreti, diplomazia, forze armate, strutture economiche) a muoversi dalla politica di contenimento delle mosse cinesi inaugurata da Barack Obama a una più assertiva offensiva diretta. Il 2018 ha sancito l’inizio di questa svolta strategica condotta tanto sul piano commerciale quanto nel contesto geopolitico globale, attraverso il contenimento delle mosse di Huawei nella corsa al 5G e la pressione sulla Cina alle sue periferie, nello Xinjiang con il richiamo ai diritti umani e nel Mar Cinese Meridionale con l’invio di navi.

Strategia aggressiva per contrastare una Cina giunta sulla soglia dell’obiettivo mai realizzato in millenni dall’Impero di Mezzo: raccordare centro e periferie in un disegno di sviluppo comune e irradiare a trecentosessanta gradi la sua influenza attraverso la grande strategia euroasiatica della “Nuova Via della Seta“. E in questo contesto, con Pechino che ha dalla sua l’arma della sua proiezione economica crescente e dell’azione di disturbo condotta contro il dollaro, gli Stati Uniti hanno diluito la guerra commerciale nello scontro geopolitico con la Cina inglobandola nel braccio di ferro tecnologico volto a prevenire l’ascesa dell’Impero di Mezzo a potenza globale dell’intelligenza artificiale.

La superiorità relativa della Cina nella corsa alla costruzione delle reti 5G e nello sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale per sperimentazione civile e militare ha portato gli apparati di potere di Washington a iniziare lo scontro frontale con Huawei, emanazione profonda della Cina di Xi Jinping.

Dazi e tariffe appaiono in questo momento secondari rispetto alla preminente svolta di Washington: e non è un caso che all’armistizio sui dazi seguito all’incontro tra Trump e Xi al G20 di Buenos Aires abbia fatto seguito l’immediato inizio dell’azione di limitazione contro Huawei, che ha portato Nuova Zelanda, Australia e Giappone a bandirla dalla costruzione delle rispettive reti 5G. Segno della preminenza del dossier tecnologico su quello commerciale e dell’impossibilità di scindere le due questioni. Gli Stati Uniti non accetteranno mai un accordo sui dazi che non prevenga dalla minaccia di un’ulteriore penetrazione cinese nelle strutture tecnologiche occidentali. La Cina non sarebbe mai disposta a rinunciare a quello che è il suo principale asset nella corsa alla riduzione dell’egemonia a stelle e strisce.

Buttando la partita della guerra commerciale sul piano geopolitico gli Stati Uniti acquisiscono un potenziale vantaggio.

Come ha scritto Manlio Graziano ne L’isola al centro del mondo, “anche se il Pil cinese si avvicina sempre più a quello americano, e se dal 2014 il Pil cinese a parità di potere d’acquisto è già superiore a quello americano, gli Stati Uniti conservano ancora una superiorità strategica in una lunga serie di settori chiave. Che sia questione di reddito pro capite, di armamenti, di finanza, di moneta, di demografia, di immigrazione, di studi superiori, di ricerca, di ambiente, di corruzione, di legalità, di legittimità, di libertà, di spirito di iniziativa, di soft power, di proiezione mondiale, di offshore balance e di alleanze internazionali, la distanza tra Stati Uniti e Cina appare incolmabile a breve scadenza”.

In questo contesto, la Cina di Xi Jinping gioca sul lungo periodo e non punta a sradicare l’architettura del potere statunitense nel mondo, ma a plasmarne le più sostanziali modifiche sotto il profilo economico e geopolitico. Strategia che richiede tempo e potrebbe soffrire di fronte a un’offensiva diretta di Washington. La distanza interna tra le aree interne della Cina, la vulnerabilità strategica delle vie della seta e la mancanza di un sistema di alleanze paragonabile a quello di Washington sono rilevanti gap tra le due superpotenze su cui l’amministrazione Trump può contare per mantenere il distacco. Anche a costo di rivelare il vero volto della guerra commerciale, sancendo l’impossibilità di trovarne una soluzione minimalista. Impedendo che intelligenza artificiale e 5G diventino una leva per erodere uno status quo favorevole. Anche a costo di far scattare, in campo tecnologico, quella “trappola di Tucidide” che analisti e strateghi ritenevano riservata all’ambito militare e che postula l’ineluttabilità dello scontro tra egemone e sfidante in ascesa.