Ursula von der Leyen è appesa a un filo dopo la falcidia dell’Europarlamento che ha imposto un triplice stop a altrettanti membri designati della sua Commissione. L’ultimo siluramento, quella del commissario all’Industria, alla Difesa e allo Spazio designato, la francese e macroniana di ferro Sylvie Goulard, ha portato ai massimi livelli la tensione tra l’Eliseo e l’ex ministro della Difesa di Angela Merkel.

La Commissione è appesa a un filo e assieme ad essa il disegno di Emmanuel Macron, che immaginava un’Europa sempre più gravitante attorno all’asse franco-tedesco attraverso il depotenziamento delle prerogative delle istituzioni non controllate direttamente dagli Stati. Nominare un leader della Commissione fedele alle direttive dei governi e, in questo modo, spogliare l’Europarlamento del potere di scrutinio sugli Spitzenkandidaten è stata ritenuta da Macron una premessa fondamentale di questa strategia. Ora colpita probabilmente in maniera irrimediabile.

Per salvare la faccia dopo il cocente affronto subito a causa della rivolta del parlamento guidata dal Partito popolare europeo, Macron ora è pronto a tutto. Perfino a negare il suo sostegno alla stessa von der Leyen, facendo cadere sulla sua incapacità a negoziare con i gruppi di Strasburgo il fallimento della nomina della Goulard. Per contrappasso, però, tale strategia non potrebbe cominciare in altro posto al di fuori del Parlamento europeo, che può esercitare il massimo delle sue prerogative sovrane prima dell’entrata in vigore della nuova Commissione.

Il gruppo liberale di cui En Marche!, partito di Macron, fa parte si chiama Renew Europe (Re), e rappresenta la terza gamba della grande coalizione europeista assieme a Ppe e Partito Socialista Europeo. Secondo quanto racconta Ivo Caizzi, corrispondente da Bruxelles del Corriere della Sera, Macron avrebbe in mente di mettere in discussione l’appoggio di En Marche!, e quindi dell’intero Re, alla Commissione von der Leyen. Concretizzando, nel breve periodo, lo spettro evocato recentemente dal presidente dell’emiciclo di Strasburgo, David Sassoli, che ha dichiarato l’impossibilità di procedere al voto di conferma della Commissione entro fine ottobre, peraltro avvicinato anche dalla caduta del governo rumeno. E mettendo a repentaglio, in prospettiva, la stessa possibilità che sia la von der Leyen a guidare la prossima Commissione.

“La squadra di von der Leyen puo passare solo se votata da popolari, socialisti e liberali, che all’approvazione della tedesca ebbero bisogno dei 14 eurodeputati esterni del M5S per prevalere di misura”, sottolinea Caizzi. Ma nel caso in cui Re si opponesse alla von der Leyen la manovra “potrebbe anche diventare trasversale dell’Europarlamento contro lo strapotere dei governi che, per nominarla, hanno eliminato lo Spitzenkandidat, il candidato del partito più votato come presidente della Commissione: il capogruppo del Ppe Manfred Weber”.

La guerra civile del fronte europeista è in pieno svolgimento, e si può dire che il Ppe sia ad un passo dal conseguimento della vittoria inizialmente sperata: colpire Macron in maniera tale da costringerlo a un “fallo di reazione” contro la stessa Commissione che, però, non avrebbe potuto non esaltare lo spazio di manovra dei gruppi parlamentari. Non a caso Macron sta tergiversando nella nomina del sostituto della Goulard: l’ipotesi che la von der Leyen possa essere prossima al capolinea è tutto fuorché insperata ma, come detto, per Macron si potrebbe parlare al massimo della vittoria nel gioco dello scaricabarile per il fallimento del progetto franco-tedesco. Per il capo dell’Eliseo la situazione è lose-to-lose: da un lato la sconfitta, già incassata, del fallimento della Goulard; dall’altro, il naufragio del progetto di estromissione di Strasburgo dalle logiche decisionali attraverso un umiliante ripensamento. Non proprio un ruolino di marcia entusiasmante per l’uomo che a detta di molti avrebbe dovuto cambiare l’Europa.

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