La crisi interna alla Nato scatenata dalle pretese statunitensi di annessione della Groenlandia è un manuale paradigmatico delle problematiche strategiche dei nostri tempi. E dell’ansia da sicurezza nazionale che traspare dalle scelte degli Stati Uniti. Attori che mantengono il primo posto nella gerarchia delle potenze ma restano spaventati e preoccupati dall’ipotesi di perdere lo scettro, e nel quadro di una contesa serrata con rivali come Cina e Russia cercano oggi nel paradigma della “sicurezza emisferica” una forma di rassicurazione.
L’ansia della sicurezza nazionale
I colloqui di mercoledì tra Usa, Danimarca e Groenlandia sono risultati un dialogo tra sordi perché c’è strabismo tra la razionale lettura di Copenaghen e Nuuk e l’ansia americana per il contenimento delle minacce alle periferie.
Le mire di Donald Trump sull’isola più grande del mondo, associata alla corona del fedele alleato danese, non sono stravaganze ma riflettono quel vento culturale di cui, come abbiamo già scritto, la strategia di sicurezza nazionale e la strategia del Pentagono di Pete Hegseth si sono fatte interpreti, indicando nell’emisfero occidentale, dall’Artico allo Stretto di Magellano, area di pertinenza geopolitica americana. Abbiamo anche ricordato come l’assalto al Venezuela del 3 gennaio e le mire sulla Groenlandia abbiano il fil rouge della sicurezza e della corsa alle risorse a collegarli. Ma al contempo va aggiunto che questa ansia e questa assertività mostrino, in realtà, una fragilità intrinseca dell’America, che percepisce l’assedio di Pechino e Mosca e ritiene che anche il partner atlantico danese non sia sufficiente come schermo.
Friedman: Trump ribalta il canone Nato
“Pur comprendendo l’importanza della Groenlandia, è difficile capire perché non possa rimanere in mani danesi, dato che la Danimarca è membro della Nato, pur fungendo da base statunitense, soprattutto quando lì c’è già una base statunitense”, ha scritto l’analista George Friedman sul suo portale Geopolitical Futures, aggiungendo che la volontà potrebbe riguardare un ribaltamento storico nella Nato stessa.
“Trump potrebbe cercare di rimodellare l’alleanza in modo che possa essere responsabile di intervenire in aiuto degli Stati Uniti in caso di guerra”, spiega Friedman, aggiungendo che “questa sarebbe un’idea sorprendente e spiacevole per l’Europa, che ha sempre considerato gli Stati Uniti responsabili della propria sicurezza”, e dunque la prospettiva di un conflitto nell’Artico presuppone l’idea che gli Usa possano proiettarsi con un territorio di propria sovranità come antemurale per poter chiamare, eventualmente, gli alleati all’adunata.
Una paura a-strategica
“Gli alleati della Nato controllano già poco più della metà del territorio attorno al Polo Nord e all’interno del Circolo Polare Artico”, puntualizza The Hill, aggiungendo che “gli Stati Uniti hanno l’Alaska, il Canada i Territori del Nord-Ovest, lo Yukon e il Nunavut, la Danimarca la Groenlandia e la Norvegia gran parte del suo Nord, comprese le isole Svalbard. Nel complesso, questi territori rappresentano circa la metà del territorio a Nord del Circolo Polare Artico e molte isole nell’Oceano Artico”.
La motivazione delle mire Usa sembra dunque essere in ultima istanza a-politica e a-strategica. Qui rientra la psicologia dell’impero che si sente sotto assedio e vuole blindare la sicurezza nel “cortile di casa” in prima persona, fermando Sole e Luna su Gabaon e espandendo materialmente il perimetro fisico dello Stato e della sue proiezione per alzare la capacità di difendersi da ogni sfida imprevedibile. Ironia della sorte, questo contraddice tanto il presupposto storico della proiezione americana, che fa dell’egemonia e del soft power la sua leva, quanto la tradizionale visione statunitense della frontiera come spazio privilegiato d’azione. E frontiere della geopolitica di domani come l’Artico sono viste non come nuovi territori da capire, solcare e a loro modo americanizzare ma come potenziali fonti di minacce in cui piazzare dei limes fisici. Un fatto che acuisce il senso di debolezza, piuttosto che la forza di un impero sulla difensiva.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

