“La Groenlandia appartiene ai groenlandesi e la sua integrità territoriale deve essere rispettata”: Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia, ha respinto il nuovo tentativo statunitense di acquisizione dell’isola più grande del mondo, la cui amministrazione è associata al Regno di Danimarca, dopo che il presidente Donald Trump ha nominato il governatore repubblicano della Louisiana Jeff Landry inviato speciale per la Groenlandia.
Una nomina simbolica sotto molti punti di vista. In primo luogo, perché ribadisce la natura strategica delle mire di Washington sul territorio che gli Usa ritengono necessario mantenere sotto la propria sovranità per impedire che divenga oggetto di infiltrazioni ostili (Cina o Russia) in caso di acquisizione dell’indipendenza e per controllare le sue immense riserve di materie prime. In secondo luogo per una notevole reminiscenza storica: la Louisiana fu la prima delle acquisizioni territoriali mai compiute dagli Usa da una potenza europea.
Nella nuova “era dei predatori”, in cui tendenze conflittuali crescenti su scala globale, rivalità tra potenze e ambizioni imperiali ridisegnano l’ordine mondiale, InsideOver prova a tracciare una bussola per un’informazione equilibrata e orientata ad analizzare i grandi trend, senza ansie o preclusioni ideologiche. Se vuoi sostenere la missione di questa testata dinamica e ambiziosa, abbonati e diventa uno di noi!
Dalla Louisiana alla Groenlandia
Nel 1803, infatti, la giovane Unione guidata da Thomas Jefferson comprò la Louisiana dalla Francia di Napoleone Bonaparte, a cui avrebbero fatto seguito, nel quadro dell’espansione territoriale americana, il Trattato Adams-Onis con cui Washington comprò la Florida dalla Spagna (1819), l’acquisizione dell’Alaska dall’Impero Russo (1867) e, da ultimo, l’accordo nel 1917 con cui proprio la Danimarca vendette le Indie Occidentali Danesi, oggi Isole Vergini Americane, al Paese nordamericano.
Quella tra Washington e Copenaghen è la più grave crisi tra gli Usa e un alleato Nato della storia recente. I servizi segreti danesi indicano gli Usa come Stato potenzialmente ostile, per tutto l’anno Washington ha provato a condizionare la politica della Groenlandia, inviando in visita il vicepresidente J.D. Vance, l’ex National Security Advisor di Trump Mike Waltz e il segretario all’Energia Chris Wright, e come nota Foreign Policy” i media danesi hanno riferito che individui con legami con gli Stati Uniti sembravano tentare di infiltrarsi nella società groenlandese in un’operazione di influenza segreta volta a indebolire i rapporti con la Danimarca”.
Dulcis in fundo, aggiunge Fp, “lunedì, l’amministrazione Trump ha sospeso i contratti di locazione per cinque progetti eolici offshore, tra cui due sviluppati dalla società statale danese Orsted”.
La Groenlandia e la sicurezza emisferica
Dopo la vittoria elettorale del novembre 2024, proprio a ridosso di Natale l’allora presidente eletto Trump ripropose l’idea dell’acquisto della Groenlandia che era già emersa nel primo mandato di The Donald come una boutade nel 2019. Questa volta, però, l’ambizione è parsa più seria e strutturata, nel quadro del tentativo di Washington di ristabilire la primazia americana nell’emisfero di riferimento.
“Quando Trump parla di acquisire la Groenlandia, di rinominare il Golfo del Messico “Golfo d’America” e di prendere il controllo del Canale di Panama, si riferisce direttamente a una preoccupazione per la sicurezza emisferica”, notava a febbraio il Groupe d’etudes geopolitiques francese.
Un trend, questo, consolidato dalla National Defense Strategy (NDS) del Pentagono trumpiano di Pete Hegseth e dalla National Security Strategy del presidente, dall’avvio della pressione militare sul Venezuela, dal lancio degli attacchi ai presunti narcotrafficanti nel Mar dei Caraibi. Gli Usa intendono ribadire la primazia geopolitica sulle Americhe tutte e sulle loro risorse, dal Circolo Polare Artico allo Stretto di Drake, dalla Groenlandia alla Patagonia, dopo che per anni Cina e Russia si sono inserite nel “cortile di casa” Usa.
La “Fomo” imperiale di Trump
Il neo-espansionismo americano, poi, è il riflesso della “Imperial Fomo” (Fear of Missing Out) di Trump, in perenne rincorsa con i grandi leader del pianeta, specie se autocratici, di cui subisce fascino e prestigio in nome della ricerca di successi simbolici, vittorie eclatanti, riconoscimenti di potere.
Il Trump che vanta la fine di otto guerre e chiede il Nobel per la Pace è lo stesso presidente che, poi, pressa un alleato stretto come la Danimarca, che ha piazzato investimenti per 6,6 miliardi di dollari nella sicurezza artica per rassicurare gli Usa e ha pure deciso di comprare armi americane come gli F-35 pur di raffreddare le tensioni. Un atteggiamento contraddittorio riflesso, però, di un’epoca in cui i nuovi imperi agiscono in maniera energica e diretta anche a scapito dei loro stessi alleati. E il controllo territoriale diventa simbolo di potere e, nel caso americano, di ansia e timore per la perdita di controllo su un mondo in cui Washington è primo azionista, ma non proprietario esclusivo dell’ordine internazionale.
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