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Il 27 ottobre del 1962, nel cielo di Bascapè (in provincia di Pavia) un’esplosione distruggeva l’aereo in cui viaggiava Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni). La morte di Mattei, secondo un processo del 2012 legato all’omicidio del giornalista Mauro de Mauro, è stata giudiziariamente riconosciuta come legata a un attentato, dovuto a mandanti ignoti che vedevano nel presidente dell’Eni una figura scomoda a causa del suo attivismo industriale e politico.

Non c’è dubbio, infatti, che Mattei abbia contribuito a definire, con la sua visione manageriale e il suo acume politico, le linee guida chiave su cui l’interesse nazionale dell’Italia uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale avrebbe dovuto incardinarsi. Entrato all’Agip, la progenitrice dell’Eni, come suo potenziale liquidatore, Mattei dapprima individuò nella ricerca di idrocarburi sul territorio nazionale un fondamentale strumento di sviluppo; in seguito, seppe correttamente valutare nella sicurezza energetica uno dei temi fondamentali di cui la politica estera dell’Italia, potenza in ricostruzione a “sovranità limitata” doveva occuparsi, nel presidio dello scacchiere mediterraneo un punto fondamentale dell’agenda del Paese e nel legame con i Paesi produttori di petrolio dell’Africa e del Medio Oriente una frontiera da esplorare con estrema urgenza.

L’Eni di Mattei fu un vero e proprio perno del sistema-Paese. Assieme all’Iri rappresentava una delle due gambe di quell’industria a partecipazione pubblica che ebbe un ruolo fondamentale nel mobilitare ingenti quantità di investimenti e a valorizzare il capitale umano, industriale e culturale del sistema-Paese e, come ricordato dallo storico dell’economia Giuseppe Berta, giocò un ruolo chiave nel trainare la crescita di un Paese uscito prostrato dalla guerra. E se l’Italsider e la Stet furono due dei campioni nazionali in grado di trainare l’Italia verso il gruppo dei grandi Paesi industriali del pianeta, l’Eni si proiettava oltre i confini nazionali per dare al Paese l’energia necessaria ad alimentare il suo sviluppo. “Senza acciaio, non c’è industria”, diceva Oscar Sinigaglia, padre dell’Italsider. “Non voglio vivere ricco in un Paese povero”, gli faceva eco Mattei: in frasi tanto semplici, ma altrettanto profonde al contempo, è riassumibile la lucida comprensione delle priorità del Paese da parte della classe dirigente italiana dell’epoca.

E Mattei seppe dialogare a tutto campo anche con un mondo politico che capì le implicazioni della sua attività. La provenienza del manager marchigiano dalle fila della Democrazia Cristiana e la sua alleanza con personalità quali il più volte presidente del Consiglio Amintore Fanfani e il sindaco “santo” di Firenze Giorgio La Pira. Fanfani fu abile a dare alle azioni di Mattei un rigoroso cappello politico nella cornice strategica del neoatlantismo, dottrina di politica estera che, nella cornice del mantenimento dei legami con gli Stati Uniti, garantiva a Roma un grande spazio d’azione nel Mediterraneo. Per dirla con Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, “in questa prospettiva l’Italia democristiana tenta una nuova presenza attraverso i contatti con i Paesi arabi e la politica petrolifera dell’Eni. Enrico Mattei, con la sua rete di presenza petrolifera nei Paesi mediterranei, ha la capacità – specie dal 1957, dopo Suez – di trasformare la sua politica con i Paesi del Sud, competitiva con gli interessi americani, in una specie di crociata per queste nazioni, alla cui testa egli si pone”.

La non subordinazione regionale che l’Italia seppe garantirsi tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu il frutto dell’individuazione di un bacino geografico di riferimento, il Mediterraneo cruciale per i nostri interessi, e di un preciso ambito strategico in cui operare un’azione originale. Convergenza che aprì all’Italia le porte di un dialogo completo con Paesi come Egitto, Iran, Iraq, Libia.

Fieramente anticolonialista, Mattei concordò inoltre col sindaco di Firenze la necessità di un dialogo a tutto campo capace, nei limiti del possibile, di travalicare le barriere della Guerra fredda. Ai viaggi di La Pira in Unione sovietica e alla sua apertura al dialogo coi sindaci di tutte le capitali del mondo Mattei fece seguire una strategia di apertura commerciale “terzomondista” e diametralmente opposta a quella posta in essere dal cartello delle Sette Sorelle, il cartello a guida anglo-americana che dominava il mercato del petrolio internazionale. Con Giorgio La Pira il padre dell’Eni condivideva il comune sentore della necessità di un’agenda mediterranea il più autonoma possibile per l’Italia.

La sfida di Mattei ai cartelli petroliferi internazionali è da molti analisti collegata ai moventi dell’attentato in cui perse la vita, così come lo è il suo impegno per la causa di liberazione dell’Algeria dal giogo coloniale francese. Mattei, politico spregiudicato, cercava di usare tutte le leve politiche per conquistare i favori istituzionali necessari a coprire l’attività dell’Eni: finanziamenti politici, utilizzo di fondi “segreti”, lobbying mediatico tramite il quotidiano Il Giorno erano la priorità sul fronte interno. Sul fronte dei legami coi Paesi produttori, la mossa che spiazzò più volte le Sette Sorelle fu semplice ma geniale: la decisione dell’Eni di riconoscere ai Paesi produttori di petrolio del Nord Africa e del Vicino Oriente il 75% anziché il 50% delle royalty, valorizzando dunque il loro possesso delle risorse a scapito di quanto desiderato da Big Oil e, di converso, dall’asse Usa-Regno Unito. Un memo del Dipartimento di Stato del 1958 arrivò addirittura ad accusare di filocomunismo Mattei, partigiano democristiano per eccellenza durante la Resistenza, per l’avvio della campagna di acquisto di petrolio sovietico da parte del Cane a sei zampe.

La visione strategica di Mattei è dunque la sua più grande lezione politica: la lezione di un uomo che nella sua azienda ha costruito un progetto politico e una cultura aziendale ispirata a principi di sano e pragmatico realismo e a un legame ombelicale con gli interessi dell’Italia. In questo complesso 2020 segnato da una crisi senza precedenti per l’Italia e il mondo globale sentiamo la mancanza di uomini come lui nella nostra classe dirigente. Anno dopo anno ci accorgiamo come Il lascito maggiore che Mattei ha dato a chi è venuto dopo di lui è stata la consapevolezza che l’Italia ha i mezzi, gli strumenti e il capitale umano per evitare un destino di anonimato e declino. Mattei, ha detto l’analista di Limes Alessandro Aresu, “ha incarnato il miracolo italiano, qualcosa che parla a tutti noi, qualcosa per cui proviamo nostalgia. In termini letterali e in termini di impeto. Era un uomo impetuoso, quindi in grado di rappresentare una stagione impetuoso della storia d’Italia, sicuramente il momento migliore dell’Italia unita. Era anche un uomo molto ambizioso, e ossessionato da un’idea: la liberazione di un complesso di inferiorità del nostro Paese rispetto al mondo”.

A quasi sessant’anni dalla sua morte ci accorgiamo di quanto l’eredità politica di Mattei sia preziosa, specie considerato il fatto che la sicurezza energetica e la necessità di una coerente agenda mediterranea siano priorità troppo spesso eluse da un sistema Paese che negli ultimi decenni ha oscillato tra il mito dell’inseguimento dell’Europa “carolingia” e una apatica adesione all’Alleanza Atlantica, a volte dimenticata con superficialità e a volte ostentatamente presentata come vincolo a cui conformarsi senza che Roma trovasse, sul piano politico, gli stimoli per valorizzare il suo ruolo di perno mediterraneo. Questioni come gli approvvigionamenti energetici e la sicurezza del “Grande Mare” erano chiari nella visione di Mattei, Fanfani, La Pira, e restano nodi fondamentali anche per l’Italia contemporanea. In cui manca, sempre di più, la capacità e la volontà di pensare sul lungo periodo e ricordare che la difesa degli interessi nazionali ha ricadute concrete sul benessere e la sicurezza economica e sociale di milioni di cittadini. Manca, in una parola, un sano e concreto realismo. Mattei e i leader a lui coevi hanno ancora molte lezioni da dare al presente.