Cambiano le presidenze e variano gli strumenti, ma gli obiettivi restano immutati. Nel caso in questione si tratta di Donald Trump e Joe Biden e del loro approccio differente (ma non troppo) all’aggiornamento della vetusta Alleanza Atlantica, al trattamento della Germania e al contenimento della Russia.

L’ex inquilino della Casa Bianca anelava a ribaricentrare la Nato da Berlino a Varsavia nell’ottica multifunzione di potenziare la seconda a detrimento della prima, approssimarsi a Mosca e rassicurare Kiev. Il nuovo presidente, invece, sta lanciando segnali indicativi della volontà di salvaguardare il vero fine (il Cremlino) mutando i mezzi: congelamento (temporaneo?) della de-germanizzazione dell’Alleanza e prioritizzazione della Romania in luogo della Polonia.

Quattro mesi di dinamismo senza freni

Gli ambienti militari di Bucarest sono in fermento dalla metà dello scorso novembre, ovverosia da quando la vittoria di Biden alle ultime presidenziali è stata sanzionata ufficialmente dalle autorità competenti. Quel subbuglio si sta manifestando sotto forma di incremento sensibile degli incontri di alto livello in sede Nato, organizzazione di vertici con gli aspiranti membri del patto militare, cioè Moldavia, Ucraina e Georgia, finalizzazione di importanti accordi di approvvigionamento militare con gli Stati Uniti e lancio di progetti ed iniziative miranti a protagonizzare l’area Balcani–Mar Nero.

Fra i piani formulati, le proposte avanzate e le azioni intraprese nell’ambito della grande strategia della Romania per l’egemonizzazione della penisola risaltano, in maniera particolare, l’apertura a Bucarest del Centro Euroatlantico per la Resilienza – inaugurato in tempi record –, la volontà di subentrare ai britannici nella missione Althea in Bosnia ed Erzegovina e il recente lancio di una gara d’appalto per l’ampliamento della base militare Mihail Kogalniceanu sul Mar Nero.

Ognuno degli eventi di cui sopra è avvenuto sullo sfondo, come già scritto, di incontri di coordinamento con le massime autorità della Nato, l’ultimo dei quali il 10 marzo tra Jens Stoltenberg e Klaus Iohannis, e di vertici con gli alleati maggiori, l’ultimo in ordine di tempo ha avuto luogo il 9 marzo fra il titolare della Difesa romeno, Nicolae Ciuca, e l’omologo turco, Hulusi Akar.

I piani per la base Kogalniceanu

Nella giornata del 6 marzo è stato aperto ufficialmente un bando di gara dal Ministero della Difesa della Romania per l’acquisizione di “design ed esecuzione per un contratto classificato come segreto e riguardante la costruzione di infrastrutture presso la 57esima base aerea Mihail Kogalniceanu”.

Il contratto in palio ha un valore di circa due miliardi di lei, l’equivalente di quattrocento milioni di euro, e rappresenta semplicemente il primo tassello di un progetto molto più abnorme (e lucrativo) avente come obiettivo l’ampliamento a livelli critici della base menzionata poc’anzi. L’intero piano, infatti, così come prefigurato dagli apparati militari e avallato dall’ex primo ministro Viorica Dancila a fine 2019, prevede investimenti pari a dodici miliardi di lei, cioè due miliardi e quattrocento milioni di euro, per la costruzione di nuove infrastrutture da integrare a quelle esistenti, tra le quali un nuovo aeroporto.

Perché le mire del complesso militare-industriale romeno siano ricadute sulla Mihail Kogalniceanu è piuttosto chiaro: trattasi del sito militare più grande che Bucarest ha a disposizione sul Mar Nero. E perché i lavori siano stati ripresi adesso, dopo quasi due anni di dimenticatoio, è altrettanto evidente: la dirigenza romena ha colto il cambio di paradigma avvenuto a Washington e le potenziali opportunità che esso sta promanando.

La Romania nella visione di Biden

La costanza che sta caratterizzando la dirigenza romena in materia di attivismo militare e assertività regionale è indicativa del fatto che i tempi sembrano essere propizi, dal punto di vista della Casa Bianca, per l’alesatura correttiva dell’asse portante dell’Alleanza Atlantica verso levante.

Trump, come scritto, avrebbe voluto ricalibrare lo scheletro della Nato in direzione di Varsavia, ergo mantenendo il cuore dell’operatività in Europa centrale, ma le mosse di Biden nello scacchiere europeo sembrano essere il riflesso di una strategia il cui orizzonte, per quanto persistentemente rivolto alla Russia, è proiettato verso i Balcani.

V’è una ragione alla base dell’improvviso interesse di Nato, Unione Europea e Stati Uniti nei confronti della Romania. È l’unica potenza che, attualmente, se messa nelle condizioni di esercitare una primazia egemonica sulla regione e sul Mar Nero potrebbe soddisfare simultaneamente due obiettivi impellenti e indispensabili per il blocco euroamericano:

  • Il primo è l’accelerazione del processo di inglobamento di Moldavia e Ucraina nell’orbita occidentale. Bucarest, invero, è l’unico giocatore in grado di derussificare con successo la piccola ma importante Chișinău, oggi più che mai traghettata verso ponente con l’inizio dell’era Sandu, e avere contemporaneamente all’attivo dei canali di comunicazione importanti con Kiev.
  • Il secondo è la creazione di una forza ibrida (terra+mare) di deterrenza inoltrata nel Mar Nero a mezzo dello stabilimento di forme di dialogo e coordinamento avanzati tra le potenze ivi affacciate, quindi Romania, Bulgaria e Turchia e, al di fuori dell’Alleanza Atlantica, Ucraina e Georgia. Il caso, o il destino (a seconda della preferenza), ha voluto che la progenie di Decebal fosse, di nuovo, la sola capace di mediare efficacemente ed efficientemente tra ognuna delle parti di cui sopra per via degli ottimi rapporti intrattenuti con ognuna di loro.
Nel campo comunista di Goli Otok
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