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Pedro Sanchez sarebbe voluto rimanere comodo, sulla sedia promessa, ma Podemos non ha arretrato di un millimetro: il governo rosso-rosso, in Spagna, non vedrà la luce.

Le carte tornano così nelle mani del mazziere: Il 10 novembre i cittadini spagnoli dovranno rimettersi in fila. Votare per loro è ormai una consuetudine, come una cerveza bevuta ogni tanto. E l’uomo che avrebbe dovuto guidare uno degli esecutivi più a sinistra d’Europa non ha esitato. Il premier, perché è ancora in carica, non si è fatto sfuggire l’occasione di rivendicare come abbia sperimentato ogni soluzione. É un messaggio all’elettorato di sinistra e a quello centrista: sta facendo capire che l’impasse non gli è imputabile. E, come prevedibile, ha alzato il tiro nei confronti dei populisti neo marxisti di Pablo Iglesias Turriòn e di Ciudadanos. Nella loro base elettorale deve pescare al prossimo giro.

Un atteggiamento che gli può tornare utile più avanti, quando sarà chiaro se nella penisola iberica tornerà di moda o no il bipolarismo. Per far sì che i socialisti del Partito socialista operaio spagnolo occupino gli scranni del Parlamento in larga maggioranza, infatti, bisogna almeno che Podemos esca dalle urne con meno parlamentari di quelli che ha ora. Altrimenti il pericolo è che la corrida, con le sue trattative, riparta dai nastri di partenza.

Sarà un campagna dove ognuno tenderà a prendere le distanze dagli altri. Non è un caso che Pedro Sanchez, come riportato dall’Adnkronos, si sia rivolto così alla nazione: “Il 28 aprile abbiamo vinto le elezioni. Ora chiediamo agli spagnoli di dirlo ancora più forte e chiaramente il prossimo 10 novembre”. Quell’11.95% fatto registrare dai massimalisti nella primavera scorsa va scardinato. I tempi sono maturi per salutare l’unità della sinistra, che Podemos non ha mai avallato. Almeno non senza la concessione di qualche posto al sole. Sanchez vuole fare cappotto e lasciarsi alle spalle ogni grana numerica, ma non è che dall’altra parte del guado stiano a guardare.

Il centrodestra spagnolo è diviso in due rivoli: il Partito Popular di Pablo Casado e Vox di Santiago Abascal. Abbiamo già parlato di come, su larga scala europea, un’alleanza tra popolari e sovranisti sia l’unico modo di contrastare il modello della “coalizione Ursula”. Insieme, prendendo sempre come riferimento i dati di aprile, sfiorerebbero il 30% dei consensi. Sarebbe sufficiente per impensierire Sanchez. Ma non è un disegno troppo apprezzato, né dagli uni né dagli altri, a parte in qualche sporadico caso regionale. C’è più una tendenza a rosicchiare l’elettorato della concorrenza. L’obiettivo di Vox è arrivare davanti. Quello dei popolari è confermarsi come primo partito di quell’area. Difficile che, rispetto alla primavera, questi ultimi riescano a recuperare 15 punti percentuali, quindi a tornare competitivi autonomamente.

Pablo Casado, poi, ha sempre allungato un braccio verso Ciudadanos. Come si legge su questo articolo de El Pais, il leader dei popolari pensa che i liberal democratici siano uno “socio prioritario”. Ma Albert Rivera non sembra essere intenzionato a rinunciare al suo ruolo di anello di congiunzione tra due mondi. Perché fa comodo e perché consente di dialogare con ambo le parti. Se i centristi e il centrodestra trovassero la quadra, insomma, l’occasione diverrebbe ghiotta. Perché c’è il forte sentore che, dopo una paralisi durata cinque mesi, gli spagnoli possano colorare la mappa con il blu. Ma le distanza tra queste tre formazioni politiche non si stanno riducendo. E allora cosa potremmo dover raccontare a breve?

Di solito, quando si vota a poca distanza temporale, il quadro tende a semplificarsi. Perché serve una scossa. E gli elettori ne hanno piena consapevolezza. Alexis de Tocqueville ne “La democrazia in America” ha scritto che: “I grandi partiti rovesciano la società, i piccoli l’agitano”. Ecco, l’elettorato potrebbe ragionare così, premiando soprattutto il Psoe e il Pp. Soprattutto Podemos, per via delle ultime scelte operate, quelle che hanno ostacolato Sanchez, potrebbe presto fare i conti con una riduzione delle sue velleità.

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