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Le guerre infinite non sono finite. Ne è finita una, quella in Afghanistan, ma è difficile credere che sia davvero terminata “la guerra” che gli Stati Uniti hanno combattuto, combattono e vogliono combattere. Né contro il terrorismo, né contro altri nemici strategici che da tempo Washington ha individuato come obiettivi.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, si è affrettato in queste ore a ribadire un concetto: la volontà di porre fine a quei conflitti di cui non si riusciva a comprendere la fine e soprattutto i mezzi per portarle a termine. L’Afghanistan ne era diventato il simbolo: una guerra iniziata ormai da venti anni, con obiettivi completamente cambiati e che è giunta al paradosso per cui Washington ha consegnato il potere proprio a chi ha estromesso da Kabul e combattuto. Un esempio plastico di eterogenesi dei fini che ha fatto capire, meglio di altro, cosa fosse diventato in concreto il lungo conflitto afghano dal punto di vista americano.

Questa percezione però rischia in qualche modo di assecondare l’idea che l’America abbia posto fine a una guerra conclusa per assenza di obiettivi o di nemici. Un modo di pensare rischioso, per il semplice motivo che lo stesso presidente degli Stati Uniti ha cercato di far capire al proprio Paese che la guerra al terrorismo si combatterà semplicemente in altre forme, e che altri sono i rivali strategici verso cui si rivolgerà la sua America. La guerra, insomma, non è affatto conclusa. Si è conclusa semplicemente una forma di questa grande guerra: al massimo la sua battaglia più lunga o, in senso lato, il suo fronte più sanguinoso e dispendioso.

Gli esperti iniziano quindi a domandarsi se sia davvero necessario considerare terminata una guerra che di fatto non è mai finita. DefenseOne, uno dei più noti siti americani che si occupa di temi strategici, ha accusato addirittura la politica statunitense nel suo complesso di dire delle falsità agli elettori. E lo ha fatto attraverso un duro editoriale del suo caporedattore, Kevin Baron. Foreign Affairs, l’autorevole rivista americana, ha pubblicato un articolo dal titolo esemplificativo, “The Good Enough Doctrine”, che potrebbe essere tradotto con la dottrina del “sufficiente” o dell'”abbastanza buono”. In sostanza, il concetto espresso è che si deve accettare la convivenza con il terrorismo, capire che esisterà sempre una forma di terrorismo di matrice islamista in grado di colpire nel mondo e che l’unica cosa che si può fare è limitarlo facendo in modo che esso sia innocuo rispetto alla sicurezza degli Stati Uniti. Un tema ribadito anche dal generale Mark McKilley, capo di Stato maggiore congiunto Usa, che nel suo briefing con la stampa parlando di Afghanistan ha ammesso che “negli ultimi 20 anni non c’è stato un grave attacco alla nostra patria, ed ora è nostra missione garantire che continuiamo i nostri sforzi di intelligence, continuino i nostri sforzi contro il terrorismo, continuino i nostri sforzi militari per proteggere il popolo americano per i prossimi 20 anni , e noi dell’esercito americano ci impegniamo a fare proprio questo”. Frasi che, se unite all’immagine dei talebani che entrano trionfanti a Kabul, rivelano in modo abbastanza chiaro che non è stata completata alcuna missione, né che la guerra all’islamismo è stata vinta. Tanto più che qualcuno ritiene che ormai sia un male endemico con cui l’Occidente, incapace di sconfiggerlo, può solo imparare a convivere.

Una convivenza che però mette a nudo una certa ipocrisia che fa da sottofondo alle frasi con cui Biden e la politica statunitense hanno deciso di descrivere il ritiro dall’Afghanistan. Mentre i raid in Corno d’Africa continuano, le portaerei Usa si muovono nel Mare Arabico per colpire in operazioni “over the horizon” i bastioni del sedicente Stato islamico, e mentre esistono ancora questioni aperte con l’Iraq e la Siria e le sigle del terrore non sono scomparse, quello che a Washington preme è semplicemente fermare l’emorragia di denaro dei contribuenti e vite umane in un confronto con le proprie unità sul terreno. Ma la guerra “infinita” è rimasta tale.

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