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Le fondamenta dell’ordine internazionale liberale non sono mai state così fragili ed esposte al rischio crollo. L’Occidente, asse portante di un sistema costruito nel secondo dopoguerra e ampliato nel dopo-guerra fredda, sta gradualmente perdendo la forza necessaria a mantenere in piedi il tutto e potrebbe rimanere schiacciato.

Se la storia insegna qualcosa, essendo maestra di vita, è che i processi sociali, economici e politici si possono rallentare, talvolta persino temporaneamente invertire, ma nulla può essere fatto per arrestarne la corsa. Nessun impero è mai riuscito nell’impresa titanica di vincere la guerra alla storia e non sarà l’Occidente, civiltà da tempo avviata al tramonto, a mutare questa legge non scritta delle relazioni internazionali.

Nuova guerra fredda. Guerra fredda 2.0. Terza guerra mondiale a pezzi. Competizione tra grandi potenze. Si può definire ciò che sta avendo luogo nel sistema internazionale con tanti nomi, ognuno dei quali contiene un seme di verità, ma la sostanza è e resta la stessa: nel mondo stanno combattendosi, dall’Ucraina al Nicaragua, il declinante unipolarismo e l’ascendente multipolarismo.

I frutti del 1999

Multipolarismo. Transizione multipolare. Ordine post-americano. De-occidentalizzazione. È l’ambiente politologico della Russia che ha storicamente fatto (ab)uso di questi termini, sin dagli anni Novanta, ed è il Cremlino, nella persona di Vladimir Putin, che sin dai primi anni Duemila si è impegnato a popolarizzarli e a dar loro valore, contenuto e concretezza.

Il momento della svolta nelle relazioni tra Occidente e Russia, ancora oggi, viene ritenuto il 2007, anno del celebre discorso-manifesto di Putin sulla tirannide dell’unipolarismo che fece da preludio dell’invasione della Georgia e da apripista ad una nuova guerra fredda tra i due blocchi, poi esplosa definitivamente tra il 2013 e il 2014 con casus belli la Rivoluzione ucraina.

C’è sicuramente del vero nelle ricostruzioni che sogliono enfatizzare l’importanza del 2007, l’anno in cui Putin sfogò, per la prima volta, tutto il livore serbato per l’allargamento dell’Alleanza Atlantica nell’ex patto di Varsavia e per l’agenda globale degli Stati Uniti e dei loro alleati minori. Ma il 2007, ad uno sguardo più approfondito, non è stato che una delle tante fermate di un tragitto originatosi otto anni prima, nel 1999, sul finire del Secolo breve.

Il 1999, non il 2007, è l’anno che andrebbe estratto dal dimenticatoio per essere fatto oggetto di una significativa rivalorizzazione. 1999, l’anno in cui Mosca e Pechino, testimoni increduli della conversione della NATO in uno strumento offensivo e destinatari di eloquenti moniti – rispettivamente l’incidente di Pristina e il bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado –, decisero che al sorgere del Duemila avrebbero unito gli sforzi. E che avrebbero trascinato il Resto del mondo nella loro battaglia contro il Progetto per un nuovo secolo americano.

Da “the West vs. the Rest” a “the Rest vs. the West”

Terza guerra mondiale a pezzi è stata ribattezzata da papa Francesco la grande battaglia fra il tramontante unipolarismo e l’albeggiante multipolarismo. E non è una coincidenza che un rilevante tentativo di codificazione e interpretazione degli eventi che stanno riscrivendo la struttura del sistema internazionale sia stato prodotto dal Vescovo di Roma. La Chiesa cattolica, invero, figura tra i belligeranti di questo conflitto – dal lato dei multipolaristi.

Una miriade di guerre all’interno di una grande guerra; questo è ciò che la competizione tra grandi potenze. L’Anglosfera in ritirata, tanto geopolitica quanto culturale e demografica, contro la Sinosfera che avanza. Washington contro Mosca. Chiesa cattolica contro internazionale neo-protestante. Mosca con e contro Ankara a fasi alterne. Tel Aviv contro Teheran. G7 contro G20. Dollaro contro BRI. Dollaro contro BRICS. E, sullo sfondo, remake geopolitici come il Grande gioco 2.0, la nuova corsa all’Africa e il guerrafreddesco “the West vs. the Rest“, ora divenuto “the Rest vs. the West“.

Si guerreggia ovunque, e si combatte chiunque, all’interno di quel maxi-contenitore di scontri egemonici e rivalità interstatali che è la grande battaglia per il multipolarismo. Perché tutto converge verso una direzione, il futuro, e non si ha schermaglia, attualmente, che non sia suscettibile di avere riverberi a livello di sistema internazionale. Anche la redistribuzione di potere più infinitesimale, avvenuta nel contesto più remoto dai centri nevralgici del villaggio globale, è in grado di impattare sugli equilibri generali. Un battito d’ali di farfalla nel Pacifico, ad esempio nelle Isole Salomone, può essere fonte di maremoti nell’Atlantico.

Tutto è nato di nuovo, nel 1999, dalla decisione di Mosca e Pechino di dar vita ad un movimento di resistenza allo spettro di una cronicizzazione dell’unipolarismo. E gli eventi successivi, dalla violenta deposizione di Saddam Hussein alle Primavere arabe, hanno facilitato la missione del duo: nel Sud globale è aumentata la voglia di superamento della bellicosa Pax Americana. Iniziative regionali di integrazione – come l’ASEAN e l’OCS. Alternative alla globalizzazione baricentrata su Washington, Londra e Bruxelles – come la BRI. Proliferazione di forze politiche ostili all’imperialismo e al neocolonialismo di stampo occidentale – dalla Turchia all’America Latina. E patti per il multipolarismo – come i BRICS.

La transizione verso la multipolarità è una questione di quando, non di se, e la redistribuzione di potere più considerevole del dopo-guerra fredda è stata messa in moto il 24.2.2, allo scoppio della guerra in Ucraina, dopo essere stata in fermento per un ventennio. E più ci si approssimerà al fatidico momento, l’inevitabile redde rationem tra unipolarismo e multipolarismo, più il mondo di oggi assomiglierà a quello di ieri.

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