ISCRIVITI ALLE ANTEPRIME GRATUITE
SCOPRI I NOSTRI CORSI

La “Global Britain post-Brexit avrebbe dovuto consolidare il legame tra la sua proiezione geopolitica e il Commonwealth, ma il summit biennale tenutosi a Samoa ha mostrato che l’organizzazione che riunisce molti Stati a lungo già domini di Sua Maestà sarà sempre meno identificabile come zona di proiezione di Londra. Un dato di fatto che tocca anche il monarca britannico Carlo III: la madre Elisabetta II, morta nel 2022, presiedette la fine dell’impero. Al sovrano regnante, invece, tocca guidare Londra nell’era post-imperiale vera e propria. In cui a cambiare è anche il Commonwealth.

Il primo summit a cui il primo ministro Keir Starmer, eletto a luglio, ha partecipato ha visto non tanto la glorificazione dell’eredità comune del legame tra il Regno Unito e i suoi ex dominion quanto piuttosto l’apertura della dura faglia delle riparazioni post-coloniali per i danni della schiavitù ai Paesi controllati in passato da Londra. Ironia della sorte: poche settimane fa gli economisti Daron Acemoglu, James A. Robinson e a Simon Johnson hanno vinto il Premio Nobel per l’Economia in virtù dei loro studi “su come le istituzioni si formano e impattano sulla prosperità”, che spesso hanno fatto perno sull’idea che le strutture statali britanniche abbiano avuto maggior successo nel promuovere tale prosperità sul lungo periodo negli ex domini. E a stretto giro, proprio tale eredità viene portata sul banco degli imputati da molti Paesi africani e caraibici, che sommati costituiscono metà dei 56 Stati membri del Commonwealth.

Il laburista Starmer, che in continuità col predecessore conservatore Rishi Sunak aveva chiuso ogni discussione sul tema alla vigilia del summit di Samoa, dopo aver subito in patria critiche sul tema dai compagni di partito ha dovuto ingoiare il rospo del comunicato finale in cui la riparazione economica del colonialismo viene messa all’ordine della diplomazia: “Prendendo atto delle richieste di discussioni sulla giustizia riparatrice in relazione al commercio transatlantico di schiavi africani e alla schiavitù”, si legge nel comunicato, i Paesi membri “hanno concordato che è giunto il momento per una conversazione significativa, veritiera e rispettosa per forgiare un futuro comune basato sull’equità”. Nulla di vincolante, ma sicuramente un tassello dell’eredità imperiale che viene meno.

Manovre come quella del Commonwealth sono simboliche ma dicono molto: Londra non ha ad oggi la forza e la proiezione politica per esercitare un ruolo di leadership nel suo ex impero, e diversi Stati hanno una visione divergente delle relazioni internazionali. Nel Commonwealth, ad esempio, ci sono Paesi membri come l’India che aspirano a ruoli geopolitici prominenti e certamente non subalterni; vi sono Stati dinamici e dal peso regionale notevole quali Pakistan, Sudafrica e Nigeria; economie dinamiche come Singapore e Malesia e anche Stati che vi hanno aderito che non sono, in passato, appartenuti al dominio di Sua Maestà, quali Ruanda e Mozambico.

L’ex primo ministro Boris Johnson, dopo aver concretizzato la Brexit, aveva indicato nel processo di leadership britannico nel Commonwealth uno dei tasselli fondamentali per la costruzione della Global Britain assieme al ritorno nell’area indo-pacifica di Londra e al rafforzamento delle capacità di proiezione militare, tecnologica e industriale del Paese nei settori critici. Ebbene, il Partito Laburista tornato al potere si trova oggigiorno a capire quanto di questa strategia sia fattibile.

L’European Council of Foreign Relations ricorda che con ogni probabilità nell’era Starmer “l’inclinazione verso l’Indo-Pacifico avviata da Johnson sarà subordinata a un rinnovato focus sulla difesa in Europa, sebbene il Partito Laburista rimarrà interessato alla partnership di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti (AUKUS) e alla collaborazione con il Giappone. Questo non da ultimo perché le aziende di difesa britanniche individuano più opportunità lì che nel tentativo di essere coinvolte nei balbettanti sforzi dell’Ue nella cooperazione industriale della difesa“. Londra potrà cercare patti bilaterali, accordi trasversali in settori critici ma nel quadro di un sistema di sicurezza che non scriverà in prima persona. E anche il Commonwealth, di conseguenza, non potrà forse mai più essere il cortile di casa del Regno Unito post-Brexit. Certamente non nella forma di una continuità morale dell’impero britannico che in tempi di risveglio del Sud Globale, di sirene di gruppi come i Brics e di fratture tra Occidente e resto del mondo è sempre più messo in discussione.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto