Nove maggio è la data, Giornata della Vittoria è il nome, Piazza Rossa è il luogo. Nove maggio è la data della Giornata della Vittoria che, salvo alcune eccezioni, dal 1945 richiama annualmente il popolo del principe Vladimir nella Piazza Rossa, per l’occasione convertita in passerella sulla quale sfilano le forze armate in tutta la loro potenza.

Il 9/5 è il giorno in cui i popoli un tempo sovietici accarezzano il ricordo della Grande guerra patriottica, commemorando la resa incondizionata della Germania nazista e giubilando davanti alle marce dei difensori della patria di oggi e di ieri.

Erroneamente associata alla Federazione russa, per via della centralità rivestita nella nuova identità nazionale e della sontuosità che la caratterizza, la Giornata della Vittoria è, in realtà, un momento di cordoglio collettivo esteso in tutto lo spazio postsovietico. Perché tra Stalingrado e Berlino non caddero soltanto i russi, ma anche i soldati delle altre sorelle sovietiche.

Il 9 maggio secondo gli -stan

La Giornata della Vittoria è il momento in cui degli Stati oggi indipendenti, alcuni dei quali divisi da antagonismi e altri ancora passati a nuove sfere di influenza, rammentano di essere stati parte di un tutt’uno fino all’inizio degli anni Novanta. Un tutt’uno rispondente al nome di Secondo Mondo.

Negli -stan, datori di un tributo di sangue superiore a 1,5 milioni di morti, il 9 maggio è una festività nazionale riconosciuta sin dal 1991, l’anno del loro conseguimento dell’indipendenza, con le uniche eccezioni del Turkmenistan, dove è stata calendarizzata nel 2000, e dell’Uzbekistan, dove è stata introdotta nel calendario festivo nel 1999 e con delle sostanziali differenze rispetto al resto dell’ex Urss.

In Uzbekistan, dove la Giornata della Vittoria è conosciuta come la Giornata della Rimembranza e dell’Onore, il 9/5 ha sperimentato un processo di desovietizzazione durante la lunga era di Islam Karimov, il padre della nazione, emblematizzato dalle celebrazioni sottotono e dalle raccomandazioni ai veterani di non sfilare con vessilli sovietici.

Alcuni -stan hanno preferito la decirillizzazione come mezzo di manifestazione velleitarie di rinascita culturale e di rigetto del passato. L’Uzbekistan, invece, ha preferito scommettere sulla rivisitazione in chiave prettamente nazionale e nazionalistica del più importante momento di rimembranza collettiva dei popoli postsovietici, il 9/5, spogliandolo di ogni elemento che potesse essere capitalizzato dalla Russia per proiettare potere morbido su di esso.

In Turkmenistan, a differenza dell’Uzbekistan, il V-Day è stato più laicizzato che desovietizzato e, per di più, non viene celebrato sottotono. Il 9/5, nel più chiuso degli -stan, è un giorno di parate, mostre e persino di amnistie presidenziali.

La Vittoria secondo il Caucaso meridionale

Il 9 maggio è V-Day anche nei tre Paesi della Transcaucasia, Armenia, Azerbaigian e Georgia, sebbene l’erosione dell’influenza politica e culturale della Russia nella regione abbia comportato una diminuzione dell’interesse generale da parte delle popolazioni.

In Georgia, dove la guerra del 2008 ha accelerato il ritmo del passo in direzione di un nuovo blocco (geo)politico e civilizzazionale al quale appartenere – l’Occidente –, il V-Day continua a conservare il significato originale, ma è crescentemente associato alla Russia. Un po’ perché più sentito dalla comunità russa che dai georgiani. E un po’ perché celebrato con vigore nelle due province ribelli, de facto indipendenti, di Abcasia e Ossezia del Sud. Il risultato è che, secondo il ricercatore Cesare Figari Barberis, “il ricordo della Grande guerra patriottica sta diventando sempre più ideologizzato e politicizzato per via della peculiare situazione geopolitica della Georgia”.

In Armenia e in Azerbaigian, Paesi uniti dal passato sovietico ma divisi dalla questione karabakha, il V-Day ha cessato di essere la festa della nazione dal 1991.

In Armenia le giornate dell’8 e del 9 maggio sono protagonizzate dalla Giornata della Liberazione di Şuşa, sebbene le celebrazioni per la capitolazione della Germania nazista continuino a essere sentite sia popolarmente sia politicamente. Trattasi, invero, di una causa che viene ricordata positivamente perché, come spiegato da Figari Barberis, “l’Armenia sovietica fornì circa 300.000 soldati alla Grande guerra patriottica, ovvero circa il 23% della sua popolazione”.

Il V-Day azero, inserito nel calendario festivo da Heydar Aliyev e regolarmente rimembrato dal 1993, durante l’era di Ilham Aliyev ha mantenuto lo status di festività pubblica, ma sono aumentati i tentativi statali di “far gradualmente perdere rilevanza alla sua commemorazione”. È lecito attendersi che la nuova giornata della vittoria introdotta nel 2020, la Zəfər Günü dedicata alla fine della seconda guerra del Karabakh, adombri il 9/5 e diventi uno dei pilastri fondativi della rinascente identità nazionale.

Il V-Day secondo il resto del mondo russo

Il 9/5 continua a essere visto e vissuto come il Giorno della Vittoria, nel senso sovietico (e poi russo) della data, in porzioni del Mondo russo, come Bielorussia, Serbia ed Entità serba di Bosnia, dove, in tutti e tre i casi, è una sorta di V-Day alla russa in miniatura, con parate, sfilate di veterani e mostre di orgoglio nazionale.

La Giornata della Vittoria continua a esistere, a volte meramente preservato da determinati segmenti popolari, anche in parte del defunto Patto di Varsavia. In Bulgaria, dove cade l’8/5, è il momento della deposizione di fiori ai piedi del Monumento all’Armata rossa.

In Lettonia, ex repubblica sovietica, nell’aprile 2023 è nato un dibattito parlamentare circa la possibilità di sostituire il V-Day, rimasuglio di epoca sovietica, con il Giorno dell’Europa. In Israele, Paese che Vladimir Putin ha definito parte del mondo russo, il 9/5 è un momento di rimembranza nazionale, noto come il Giorno della Vittoria in Europa, che l’influsso di immigrati dall’ex Urss ha russificato: dalla presenza di veterani con vessilli sovietici alla sfilata dei Reggimenti immortali.

In Moldavia e in Ucraina, infine, il V-Day è diventato una festa divisiva. Nella prima, dove è la Ziua Victoriei și a Comemorării Eroilor Căzuți pentru Independența Patriei, il 9/5 ha visto l’organizzazione di sfilate alla russa durante l’era Dodon e sembra proiettato verso un “fato georgiano”: giubilo per la minoranza russa e per uno stato fantoccio, in questo caso la Transnistria, indifferenza mista a diffidenza per il resto della popolazione.

In Ucraina, a partire dal dopo-Euromaidan, il V-Day ha sperimentato un processo di trasfigurazione in direzione della completa desovietizzazione. Prima riformattato a livello semantico, con la vittoria nella Grande guerra patriottica diventata vittoria nella Seconda guerra mondiale. Poi spogliato di ogni segno, con la messa al bando dei simboli comunisti.

La guerra in Ucraina non ha fatto che accelerare il processo di rimozione del 9/5 dalla memoria collettiva degli ucraini, che a partire dal 2023, su iniziativa di Volodymyr Zelensky, è stata anticipata all’8/5 e affiancata dalla celebrazione della Giornata dell’Europa, coincidente col 9/5, come segno di ringraziamento e di riconoscimento. Ringraziamento all’eurofamiglia per il supporto dato all’Ucraina durante la guerra. Riconoscimento di un’avvenuta metamorfosi identitaria: l’Ucraina è (diventata) Occidente.

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