Dopo oltre trent’anni, la Giordania reintroduce la coscrizione obbligatoria. Una decisione che, a prima vista, sembra un ritorno al passato, ma che in realtà appare come la risposta a un presente carico di tensioni: il caos in Medio Oriente, le pressioni interne, l’espansionismo israeliano percepito come minaccia, e la necessità per il regno hashemita di rafforzare coesione, deterrenza e identità nazionale in un momento in cui l’area attraversa uno dei suoi periodi più instabili dagli anni Ottanta.
Il reclutamento come risposta alle nuove paure
Il Parlamento approva la norma a larga maggioranza, mentre il primo ministro Jafar Hassan spiega che l’obiettivo è rafforzare la preparazione nazionale in vista del 2026. La legge prevede che circa 10.000 giovani all’anno entrino nel programma di servizio militare e di riserva, con sanzioni severe per chi non si presenta.
Il principe ereditario Hussein bin Abdullah II aveva già annunciato ad agosto che la coscrizione sarebbe tornata “per preparare i giovani a difendere il Paese”. L’idea è chiara: in una Giordania dove due terzi della popolazione ha origini palestinesi, e dove la pressione geopolitica cresce a ogni crisi regionale, la leva militare diventa uno strumento per rinsaldare identità e disciplina, ma anche per dare un messaggio alle potenze vicine: Amman non vuole essere percepita come anello debole del sistema arabo.
Un regno al centro del conflitto israelo-palestinese
Memoria storica e fragilità contemporanea. La Giordania ha combattuto contro Israele nel 1948 e nel 1967. Ha poi firmato la pace nel 1994, trasformandosi in uno dei cardini della stabilità regionale. Ma il regno resta esposto come pochi altri: confina con la Cisgiordania, ospita milioni di persone di origine palestinese e vive da decenni in equilibrio tra le esigenze della sicurezza interna e le pressioni derivate dal conflitto.
Oggi, mentre Gaza brucia e il governo israeliano spinge su posizioni nazional-religiose sempre più radicali, Amman avverte nuovamente il rischio di destabilizzazione. Per il re Abdullah II, che parla apertamente alla comunità internazionale del pericolo rappresentato dall’“estrema destra israeliana”, il ritorno alla coscrizione è un messaggio di preparazione, non di aggressione.
L’ombra lunga del “Grande Israele”, quando la teologia diventa geopolitica
Il governo giordano ha rifiutato di collegare la nuova legge alle dichiarazioni di Benjamin Netanyahu sul concetto di “Grande Israele”. Ma la tempistica parla da sola. Le affermazioni di agosto, in cui il premier israeliano sembrava accarezzare una visione biblica che include parti della Giordania nei confini ideali d’Israele, hanno scosso non solo l’opinione pubblica giordana, ma anche le élite politiche.
Nella sua apparizione all’Assemblea generale dell’ONU, il re Abdullah ha affermato che “non c’è nulla di grande nella Grande Israele”, sottolineando che quella retorica rappresenta una minaccia reale alla stabilità della regione. È difficile pensare che un discorso del genere non abbia inciso sulla decisione del governo.
Se una parte del governo israeliano sogna un’espansione ideologica, Amman teme che, anche solo come narrativa, questa visione possa incendiare gli equilibri interni giordani.
Il ruolo della Giordania nella sicurezza regionale
La Giordania è un Paese dalle dimensioni modeste, ma dalle relazioni internazionali cruciali. È uno dei principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente, ospita basi e supporti logistici, partecipa a missioni anti-terrorismo e garantisce stabilità lungo il confine settentrionale con la Siria. La sua intelligence è da anni considerata tra le più efficaci nella regione, e il suo esercito tra i più professionali.
La reintroduzione della coscrizione si innesta in questo quadro: non avrà un impatto massiccio sulla potenza militare giordana, ma può rafforzarne la resilienza interna e dare un segnale di unità in un momento in cui il mondo arabo è attraversato da fratture profonde.
Una risposta ai rischi del presente
Tensioni religiose, instabilità ai confini e nuove pressioni migratorie
Il ritorno alla leva non riguarda solo Israele. A Nord, la Siria rimane un mosaico di milizie e interessi stranieri. A Est, l’Iraq continua a combattere l’influenza delle milizie filo-iraniane. A Ovest, Gaza è diventata un punto di attrito permanente. E all’interno del Paese, l’impatto economico e sociale dell’accoglienza dei rifugiati siriani rappresenta un peso non indifferente.
In un contesto simile, la Giordania sente la necessità di ricompattare la società e rafforzare le sue forze armate. Il servizio militare non è solo un programma di addestramento, ma un’operazione di ingegneria sociale: creare senso di appartenenza, integrare giovani di diverse origini, trasmettere disciplina.
Tra simbolo e necessità
La coscrizione obbligatoria non cambierà radicalmente gli equilibri militari del Medio Oriente, ma è un atto politico significativo. Amman sceglie di rafforzare la propria identità nazionale in un momento in cui altri Stati della regione alimentano retoriche espansioniste o vivono nel caos. È un modo per dire che la Giordania non vuole essere spettatrice: vuole essere un attore pronto, compatto e consapevole della posta in gioco.
In un Medio Oriente dove la pressione militare cresce e la diplomazia arranca, il messaggio del regno hashemita è semplice: la sicurezza non si improvvisa. E i giovani giordani, da febbraio 2026, ne faranno parte in prima persona.