Salari bassi, lavoro flessibile, tutele sindacali minime e spesa pubblica non registrata nel bilancio. Questa pare essere stata la scorciatoia adottata dal governo tedesco negli quindici anni. Andiamo con ordine. È uscito oggi un articolo su Bloomberg dal titolo piuttosto inequivocabile “Sottopagati tedeschi, la vostra attesa potrebbe essere arrivata alla fine”, un esplicito riferimento ad una classe lavoratrice che evidentemente non ha potuto godere del decantato virtuosismo economico del suo Paese.Questo è l’incipit dell’articolo: “Che i salari tedeschi siano cresciuti molto lentamente a causa della strategia economica del Paese, è un fatto molto risaputo”. L’analisi sostiene poi che, solo dal 2016, i lavoratori tedeschi potrebbero iniziare a vedere “la luce” di un rialzo salariale. La tesi che vede una Germania con salari molto bassi non è portata solo dall’autorevolissimo Bloomberg.Nell’ottobre 2015 l’economista e docente tedesco Heiner Flassbeck sosteneva che, come riportato da Il Fatto Quotidiano, “l’enorme potere economico accumulato negli ultimi anni dai tedeschi sia in gran parte dovuto alla riduzione dei salari avvenuta in Germania, un fenomeno forse poco osservato all’estero”. Possiamo ragionevolmente eliminare il “forse” da queste affermazioni. Questa vera e propria stagnazione dei salari tedeschi è con ogni probabilità attribuibile all’Agenda 2010, un pacchetto di riforme del mercato del lavoro proposto e approvato nel 2003 dall’allora Cancelliere Gerhard Schröder.Il risultato fu la flessibilizzazione del lavoro e la riduzione delle tutele sindacali, con conseguenze paradossali per il livello dei salari minimi orari (si registrarono casi limite di 2,84 € all’ora). Solo nel gennaio 2015 un accordo tra il Governo Merkel e i socialdemocratici ha introdotto per legge il salario minimo a 8,50 € l’ora. Tuttavia tale legge, come scritto da Welt e riportato dal portale Wired, presenterebbe ancora delle zone d’ombra, in cui lo Stato fatica ad effettuare i controlli necessari per far rispettare la soglia salariale alle aziende tedesche. Il 2019 sembra essere l’anno in cui l’efficienza dei controlli sarà finalmente effettiva. Fino ad allora c’è da aspettarsi, dunque, che la legge possa essere aggirata; per esempio le aziende tedesche potrebbero impiegare i lavoratori per più ore rispetto a quelle effettivamente segnate.Che i salari tedeschi non siano il punto forte dell’economia teutonica è dimostrato anche dalle dichiarazioni di Mario Draghi dello scorso settembre: “I salari in Germania dovrebbero salire…quello che una Banca centrale o un economista può fare è sottolineare che il fatto che salari più alti siano necessari sia indiscutibile”. Il giornalista Paolo Barnard ha poi più volte sostenuto che “la Germania ha la proporzione più alta di lavoratori sotto-pagati, a fronte del reddito nazionale medio, di tutta l’Europa”. Sembrerebbe dunque che la Germania possa aver mostrato al mondo un tasso di disoccupazione così basso, ad oggi 4.2%, grazie ad una manodopera flessibile e sottopagata. Un gran bel trucco.Le lezioni di magia finanziaria tedesca non finiscono qui. Possiamo ricordare, infatti, come la Germania sia sempre stata l’avamposto della teoria economica dell’austerity e come essa abbia sempre difeso i vincoli legati al deficit pubblico introdotti dall’Unione europea. La Merkel e il suo Governo sembrerebbero dunque avversi a manovre di incentivi statali e spesa pubblica. Almeno di facciata. Veniamo tuttavia a conoscenza dell’esistenza della Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, una banca tedesca a totale capitale pubblico. Come riportato dall’Huffington Post e confermato da Repubblica, “tutte le operazioni di supporto pubblico all’economia che in Germania passano attraverso una banca a totale capitale pubblico (la Kreditanstalt fuer Wiederaufbau), non vengono contabilizzate nel bilancio statale e quindi non generano debito pubblico. Secondo l’HuffPost la cifra non contabilizzata si aggirerebbe al 17% del debito pubblico tedesco.Di stereotipi sui tedeschi ne conoscevamo, ma mai ci saremmo aspettati che potessero essere dei “bari”. Eppure accuse in tal senso arrivano da fonti più che autorevoli. Non ultima era arrivata l’aspra critica del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti nel 2013. Nel “Currency Report” del primo semestre di quell’anno, il Tesoro americano aveva accusato la Germania di puntare troppo sull’export e che questo avrebbe causato degli insostenibili danni economici ai Paesi più deboli dell’eurozona. Scriveva Federico Rampini per Repubblica, commentando il documento del Tesoro americano, che “se il mondo soffre disquilibri tra nazioni che consumano troppo (America) e nazioni che risparmiano troppo (Germania, Cina, Giappone), l’aggiustamento va fatto da ambo le parti. Alcuni devono aumentare la propria propensione al risparmio. Altri devono consumare di più, e così facendo finiranno per importare di più…Francia e Italia, hanno un disperato bisogno di rilanciare le proprie esportazioni. Ma il loro mercato numero uno è la Germania. Se Berlino si ostina a perseguire un modello trainato dall’export, si rifiuta di svolgere il proprio ruolo di locomotiva”. In effetti la strategia di un Paese che punta così forte sull’export, tanto da arrivare ad un surplus di 248 miliardi di euro nel 2015, sembra essere quella di ostruire l’espansione degli altri Paesi europei, piuttosto che trainarle. Come in un qualsiasi spettacolo di magia, possiamo dunque osservare che i virtuosi “incantesimi” economici tedeschi abbiano in realtà dei trucchi anche piuttosto evidenti.