Fra Stati Uniti e Russia è (di nuovo) guerra fredda e la Germania, in qualità di locomotiva del Vecchio Continente, si è ritrovata inevitabilmente ad essere testimone e vittima del gioco di forza. La questione Nord Stream 2 è soltanto la punta di un iceberg le cui reali dimensioni vengono celate dall’oscurità degli abissi: in ballo, invero, non v’è il semplice dominio del succulento mercato energetico comunitario, ma l’egemonizzazione dell’Europa intera.

A cambiare, rispetto al passato, è soltanto la geografia – perché la DDR è stata seppellita dalla storia –, ma il grundmotiv è identico: colpire Berlino per piegare l’Europa. Perché tutto quello che succede e si decide qui, e lungo la Berlino-Parigi, prima si riflette e ripercuote sul Vecchio Continente e poi si propaga in direzione di ogni punto cardinale, in particolare verso Est.

Il destino della Germania

La Germania è il Leviatano dell’Europa: creatura leggendaria che ha suscitato un timore reverenziale ancora prima di venire alla luce – celebri i tentativi del cardinale Richelieu di mantenere le terre germaniche divise in una miriade di città-stato e regni tra loro rivali e in conflitto –, una volta conseguita la sofferta unificazione ha spaventato il mondo per via dell’innato potenziale egemonico e turbato i sonni dei più grandi geopolitici della storia, da Sir Halford Mackinder a Zbigniew Brzezinski, terrorizzati all’idea che potesse divenire un’iperpotenza forgiando un asse strategico con la Russia.

Se la parola d’ordine nei confronti della Russia è stata storicamente “contenimento”, per la Germania è stata prima “accerchiamento” e poi, a partire dal secondo dopoguerra, “anestetizzazione”. Addormentato a tempo indefinito, a mezzo della denazificazione, il lato più imperiale della forma mentis che ha tradizionalmente connotato l’homo germanicus, Washington ha trasformato Berlino in quella che viene definita nell’ambiente politologico una “potenza castrata“, ovverosia una realtà statuale resa incapace di costruire egemonie perfette perché eunuchizzata e noradrenalinizzata.

La natura castrata ed imperfetta della potenza tedesca è la ragione per cui agli Stati Uniti riesce facilmente il soggiogamento della Germania, i cui tentativi di raggiungere un livello di autonomia strategica in politica estera vengono incessantemente ostacolati da pressioni diplomatiche, minacce di guerre commerciali e attacchi asimmetrici contro i giganti che producono la linfa vitale dell’economia tedesca – memorabili, a quest’ultimo proposito, gli scandali a orologeria, curiosamente nati al di là dell’Atlantico, che durante le ere Obama e Trump hanno travolto il Gruppo Volkswagen (Dieselgate) e la Bayer dopo la fusione con l’americana Monsanto.

Fare leva sul senso di castrazione della Germania è un modo ingegnoso che gli Stati Uniti hanno per evitare che la locomotiva guidi l’Europa verso l’emancipazione e che faccia fermata nel peggiore incubo della scuola geopolitica nordamericana: la Russia. In questo contesto di mackinderiana lotta contro la materializzazione di un asse russo-tedesco si inquadrano le pressioni contro il Nord Stream 2 e lo Sputnik V, la strumentalizzazione del caso Navalny e le periodiche escalazioni nel Donbass, ma anche l’Iniziativa dei Tre Mari, che, se traslata in realtà, comporterebbe la creazione di un corridoio intra-continentale agente e fungente da muro di separazione ermetico tra Germania e Russia.

Capire il conflitto in corso

Per entrare nella mente della classe dirigente tedesca, comprendere in profondità la questione Nord Stream 2 e formulare un pronostico sul ruolo che potrebbe giocare l’Italia, abbiamo raggiunto e intervistato Salvatore Santangelo, giornalista, politologo e autore dei successi editoriali “Geopandemia” e “Gerussia“.

Dottor Santangelo, qual è la posizione della Germania nel contesto della cosiddetta “nuova guerra fredda”: cieca lealtà all’atlantismo o valorizzazione e difesa dei propri interessi nazionali? Dal Nord Stream 2 al caso Navalny, passando per il ruolo tedesco in Ucraina, sarebbe interessante capire come si sta muovendo Berlino, in che direzione e perché.

Prima di provare a rispondere a una domanda così delicata devo fare una premessa: personalmente ritengo la “Nuova Guerra Fredda” (come la teoria dello “Scontro di civiltà”) nulla più di uno slogan “mobilitante” dell’Occidente; espressione di una visione strategica meccanicista che ha come effetto collaterale quello di avvicinare ancor più Russia e Cina. Tornando alla Germania, essa rappresenta una straordinaria storia di successo nel mondo globalizzato: un Paese che conta poco più di 80 milioni di abitanti, che non solo guida la Ue ma ha anche il più grande surplus commerciale al mondo, avendo totalmente trasformato il suo modello economico, orientandolo all’esportazione, e difendendo strenuamente questo tipo di approccio.

Berlino cerca di non perturbare gli attuali equilibri e ha fatto della stabilità il suo mantra. Quando affermiamo che la Germania è diventata una “potenza civile”, come anche il Giappone, ciò significa che di fatto ha rinunciato alle velleità egemoniche di vecchio stampo – ottocentesco e nazionalista –, ma purtroppo ciò non significa aver annullato totalmente la sfera conflittuale. Perché, come ci ricordano i due autori cinesi di Guerra senza limiti, nella globalizzazione, la guerra e il conflitto si manifestano con nuove modalità, anche sul versante economico e culturale.

La Germania è certamente, come dicevamo, alla ricerca – in modo continuo e ossessivo – della stabilità. I due aspetti in realtà non si possono scindere e certamente sia Angela Merkel che Ursula von der Leyen interpretano la stabilità e la crescita della Germania come vincolate al tema della stabilità dell’Europa e dell’Euro.

La dissoluzione dell’Urss e la conseguente Riunificazione della Germania (grazie alla quale quest’ultima ha raggiunto una sorta di “saturazione strategica”) hanno profondamente (e, per certi versi, in modo non reversibile) alterato gli equilibri geopolitici in Europa e nel mondo, rendendo possibili nuove e audaci configurazioni. I problemi principali su cui le classi dirigenti europee dovranno (di nuovo) concentrarsi sono essenzialmente due: il primo investe appunto il ruolo che la Germania si troverà a giocare; il secondo attiene al tipo di rapporto che l’Europa intende costruire con la rinata Russia.

Il paradosso della Russia persiste – un’economia debole e una sostanziale forza militare – anzi è destinato a crescere come anche il dinamismo tedesco. Come gli altri Stati europei “definiranno” il proprio rapporto con queste due Potenze, costituirà il prerequisito per comprendere il loro modo di porsi nel contesto geopolitico continentale. Mosca e Berlino sono certamente consapevoli di essere protagonisti di una relazione importante per entrambi e gravida di conseguenze per la Ue e per le nazioni che si trovano tra i loro confini: Ucraina, Polonia, Paesi Baltici; senza dimenticare i riflessi sulla Francia, sull’Inghilterra e sugli Stati Uniti.

Oggi, soprattutto negli Usa e nei Paesi dell’Europa orientale, è molto facile dipingere la Russia di Putin come una nazione aggressiva e revanscista. E ciò a differenza degli anni del Secondo conflitto mondiale quando l’Urss di Stalin diede un contributo importante, se non decisivo, alla vittoria sul nazismo. Le paure attuali sono per molti versi infondate ed esagerate e al contrario non tengono conto che l’allargamento a Est della Nato – alleanza politico-militare costituita per fare la guerra – ha di fatto superato non solo la zona d’influenza dell’ex Patto di Varsavia ma gli stessi precedenti confini dell’Unione sovietica, con tutto quello che ne consegue. Stupisce in particolare l’atteggiamento di alcuni Paesi scandinavi che hanno totalmente abbandonato il loro tradizionale neutralismo. Pensiamo alla Svezia e alla Finlandia. È vero che in un passato (più remoto per la Svezia, più recente per la Finlandia) entrambe hanno combattuto contro la Russia ma fino a pochi anni fa era impensabile che questa eredità storica avesse la capacità di condizionare il loro attuale atteggiamento.

La signora Merkel non sta rinunciando a quanto costruito dal suo predecessore Gerard Schroeder, a cui si deve la realizzazione della grande infrastruttura energetica Nord Stream che i tedeschi – nonostante le sanzioni – vorrebbero raddoppiare. Oggi, questa convergenza russo-tedesca (esemplificata dal legame energetico) dovrebbe e potrebbe crescere in modo ancor più consistente alla luce dell’ambizioso programma di “modernizzazione” lanciato proprio da Vladimir Putin. Una “modernizzazione” che dipende di fatto dalla collaborazione con la Germania.

La principale contraddizione che permane, in realtà, è nel rapporto tra Berlino e i Paesi dell’Europa orientale: la Germania non vuole arrestare la propria espansione verso Est e in questo senso ha avuto un ruolo fondamentale nel determinare l’allargamento voluto da Prodi (e in realtà ispirato – come ci ricordano Giuseppe Sacco e Sergio Romano – dai conservatori britannici in chiave anti-europeista). Oggi questi Paesi fanno parte della filiera del valore del sistema produttivo tedesco ma sono ostili a Mosca, da qui le difficoltà della classe dirigente tedesca nel mantenersi in equilibrio tra queste sue due priorità geostrategiche.

In realtà “GeRussia” potrebbe essere presto superata (o integrata) da un altro assetto globale che è quello di “GeCina”. La capillare penetrazione degli investimenti cinesi nei Balcani e nella zona che viene descritta come Intermarium, Nuova Europa o GeRussia, è fortissima: tant’è che si parla di Biancaneve (la Cina) e dei 17 nani (tutte le piccole Repubbliche che si trovano su questa traiettoria strategica). Diventerà ancora più forte quando verrà implementata la Belt and Road Initiative. GeCina potrebbe risolvere in parte le contraddizioni nei rapporti tra la Germania e i suoi partner orientali, permettendo di superare in particolare quelle di tipo ideologico, infatti entrambe sono globaliste (a differenza della Russia, al momento anti-globalista). Quindi sarebbe molto più facile integrare i Paesi dell’Europa Orientale russofobi in questo disegno strategico.

La domanda delle domande: il Nord Stream 2, il gasdotto della discordia, sarà completato? Ma, soprattutto, perché ha assunto questa centralità?

Il gasdotto Nord Stream è un vero e proprio cordone ombelicale che lega Mosca e Berlino bypassando la “Nuova Europa”. “Nuova Europa” è la più famosa definizione politica dell’allora Segretario alla Difesa – Donald Rumsfeld – che la coniò polemicamente nel 2003, cioè nei mesi che precedettero la Seconda Guerra del Golfo. Si tratta di uno slogan che tendeva strumentalmente a esasperare la distinzione – appunto – tra vecchia e nuova Europa: alla prima appartenevano i Paesi dell’asse franco-tedesco contrari all’intervento, all’altra quelli dell’Est più favorevoli a Washington. Questo approccio tende a ripetere uno schema che abbiamo già visto in azione durante le fasi successive alla I Guerra Mondiale: la Polonia e all’epoca la Cecoslovacchia ritenevano di riuscire a gestire i propri ingombranti vicini contando sul supporto anglo-francese; questa dinamica funzionò solo fino alla fine degli anni Trenta, poi sappiamo come è andata a finire, con il particolare che – dopo Monaco – prima di essere a sua volta occupata dai Tedeschi e anche dai Russi, Varsavia partecipò alla spartizione della Cecoslovacchia.

Il grande storico inglese Richard Overy ricorda lo stile negoziale della Polonia giustamente assertivo contro le pretese di Hitler sul Corridoio di Danzica ma anche come esso sia stato alimentato da quelle promesse di Londra e Parigi che poi si sono rivelate vane: infatti i due Paesi entreranno si in guerra dopo il primo settembre del 1939 – quando la Germania violerà la sovranità polacca – ma senza riuscire minimamente a influire sul corso dei combattimenti e senza denunciare la contemporanea aggressione sovietica, aggressione sancita dal Protocollo segreto dello sciagurato Patto Molotov-Ribbentrop. Alla fine, Varsavia non solo patirà cinque anni di sanguinaria occupazione nazista ma ben cinquanta di repressione comunista.

Conoscendo bene il peso di questa eredità storica e l’instabilità geopolitica dell’area – nel settembre del 2005 – dirigenti russi e tedeschi firmano a Berlino un accordo epocale: le parti concordano di posare sul fondo del Baltico un gasdotto che avrebbe dovuto garantire ai consumatori occidentali la fornitura diretta degli idrocarburi russi, scavalcando i Paesi dell’Europa orientale. Nel maggio 2010 attraverso il gasdotto è transitato simbolicamente il primo metro cubo di gas. Nel dettaglio Nord Stream nasce dalla collaborazione energetica tra Gazprom e due società tedesche, E. On e Basf (attraverso la quota di partecipazione della Germania hanno aderito anche l’olandese Gasunie e la francese Gdf Suez).

Il vero salto di qualità verso la completa integrazione energetica tra Russia e Germania si realizzerebbe con il raddoppio del gasdotto esistente: il Nord Stream 2 (a pieno regime questo gasdotto dovrebbe avere una portata di 55 miliardi di metri cubi l’anno). Si tratta di un progetto che dopo la crisi in Ucraina e l’occupazione della Crimea acquista una valenza ancor più politica: un potente strumento di pressione verso Kiev, ma anche una sfida agli attuali equilibri energetici dell’Europa.

Questo progetto di fatto è stato rilanciato anche dalle tensioni russo-turche e dal naufragio del progetto South Stream nelle sue diverse varianti; tra l’altro, il raddoppio del gasdotto nel Baltico presenta numerosi vantaggi rispetto all’integrazione sul versante meridionale dell’Europa: South Stream avrebbe portato il gas russo in mercati “saturi” (anche se fragili), mentre Nord Stream 2 permette di valorizzare mercati con più alto potenziale di assorbimento e, nel medio-lungo periodo, altamente redditizi. Inoltre, sul piano politico, rafforza il ruolo della Germania, che assume una centralità assoluta in quell’Europa nord-occidentale che ormai gravita totalmente su Berlino.

Un gasdotto è, in politica estera, come un matrimonio, con la sola eccezione che non è previsto il divorzio. Quindi tutto ciò ci dice quanto sia complesso il gioco in atto e come siano aperti i più svariati scenari. La nascita e il rafforzarsi di questa speciale relazione suscita più di una preoccupazione, specie in quei Paesi che si trovano sulla direttrice geopolitica che lega Germania e Russia. Per esempio a Varsavia e a Vilnius si è parlato del gasdotto Nord Stream (e del suo raddoppio) come di una riedizione del Patto Molotov-Ribbentrop.

Occorre avere la consapevolezza che la convergenza tra Berlino e Mosca avrà anche un poderoso impatto sulle principali dinamiche globali. I due protagonisti lo devono comprendere pienamente, come devono comprendere la fondatezza storica dei sentimenti di diffidenza dei propri vicini e fare di tutto per disinnescare questa pericolosa spirale dimostrandosi pronti a condividere i numerosi dividenti economici e politici di questo processo. Le classi dirigenti russo-tedesche devono impegnarsi a rimuovere dallo scenario tutte le paure e tutti gli incubi del passato, in particolare nei confronti della Polonia che è il Paese che più ha pagato il prezzo più alto.

Anche l’Italia avrebbe molto da guadagnare da una distensione complessiva, sia per i nostri storici rapporti di amicizia con i Paesi dell’area, sia perché le sanzioni nei confronti di Mosca stanno penalizzando un interscambio commerciale che per noi è di grande importanza.

Quali sono le differenze – se ci sono – tra le strategie per la Russia dell’amministrazione Trump e dell’amministrazione Biden? E, inoltre, nel voler isolare la Russia, non rischiamo di spingerla, sempre di più, nelle braccia di Pechino?

Proviamo a riassumere alcune traiettorie in politica estera delle ultime presidenze: per implementare la sua strategia – Pivot to Asia – e nel tentativo di disincagliare gli Usa dal pantano mediorientale, senza lasciare un vuoto di potere, Obama ha giocato una partita per riportare l’Iran nel consesso delle nazioni e favorire l’arrivo al potere – nei Paesi a maggioranza sunnita – dei Fratelli musulmani.

Trump prosegue e inasprisce il confronto con i cinesi, ma in Medio Oriente cambia interlocutori privilegiati – che diventano la Monarchia saudita e Israele (vero epicentro della rivoluzione sovranista – e si hanno gli “accordi di Abramo”: un tentativo di isolare definitivamente l’Iran, respingere i Fratelli musulmani e contemporaneamente contenere la “Via della Seta”.

Per quanto riguarda Biden, a ridosso delle elezioni avevo ipotizzato questo capovolgimento: come Obama un tentativo di riaprire il dialogo con l’Iran che comunque, nel frattempo, ha siglato un accordo strategico con Pechino, mentre a differenza di Trump ritenevo che il democratico avrebbe dato vita a una nuova escalation nei confronti della Russia e a un sostanziale rilassamento delle tensioni con la Cina. Questo anche perché i numeri parlano chiaro: dopo 12 anni di postura ostile, solo il 13% delle imprese americane ha abbandonato la Cina, l’11% di quelle europee e il 4% di quelle nipponiche e coreane; tutto ciò testimonia che l’integrazione globale è ormai talmente forte che può essere disfatta solo da un conflitto aperto.

Al momento, e forse a seguito del corto circuito seguito alla difficile transizione e ai fatti di Capitol Hill, mi sembra che da Washington giungano dei segnali contradditori e violenti che puntano a implementare una fallimentare strategia di doppio contenimento nei confronti di Cina e Russia. In particolare, nei confronti di quest’ultima, Trump – in aperto contrasto con una parte degli apparati del Deep State che, per inerzia, aveva continuato ad avere una postura da “Guerra Fredda” – aveva teso una mano a Putin (prontamente stretta) rilanciando lo spirito dell’Elba, in ricordo dello storico incontro tra le truppe americane e sovietiche sulle sponde del fiume tedesco nel 1945, invocandolo, «come esempio di come i loro Paesi possono cooperare». Questo approccio avrebbe potuto avere la portata della diplomazia del ping pong inaugurata da Nixon e Kissinger, determinante nello spaccare il fronte comunista, allontanando Pechino da Mosca e segnando in questo modo l’esito dell’epico confronto.

Oggi, invece, la logica bideniana delle Democrazie di mercato contro Autocrazie per tenere insieme l’Occidente potrebbe – come già scrivevo in Babel (Castelvecchi, 2018) – favorire il riaccendersi di un doppio arco di crisi (alla Brzezinski): uno nell’Ucraina orientale (per disinnescare GeRussia) e un altro in Mesopotamia (per far deragliare la Via della Seta terrestre). L’effetto collaterale sarà quello di avvicinare ancor più Russia e Cina.

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