Lo scenario sembra quello dello scorso anno: l’Italia va in difficoltà sul fronte immigrazione ed ecco che da Berlino arriva un aiuto politico al governo giallorosso. Le dichiarazioni e le volontà di intervento espresse nelle scorse ore dalla capitale tedesca appaiono molto simili a quelle rintracciate alla vigilia del cosiddetto vertice di Malta del 23 settembre scorso, organizzato dalla Germania per dare il segno delle velleità europee di modificare il sistema di accoglienza nel vecchio continente. Una passerella, in quell’occasione, che non ha portato a nulla di concreto. Per cui oggi non appare così impossibile derubricare le affermazioni del ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer nella categoria delle vane promesse politiche.

Le proposte di Seehofer

Intervistato dal quotidiano Die Welt, il titolare del ministero dell’Interno tedesco è tornato sulla questione della redistribuzione dei migranti tra i vari Paesi dell’Unione Europea. Si tratta, probabilmente non a caso, del tema più caro al governo Conte II. quella dei ricollocamenti è la carta che l’attuale esecutivo italiano vorrebbe giocarsi in sede europea per rispondere ai numeri sempre più alti di migranti approdati nel nostro Paese. Dopo la vertiginosa impennata di sbarchi e dopo la scoperta del quasi totale azzeramento di ricollocamenti in altri Stati nel 2020, il governo giallorosso è in difficoltà. E da Berlino si cerca di tendere una mano:  “Gli Stati membri dell’Ue che accolgono i migranti soccorsi nel Mediterraneo devono aumentare dagli attuali cinque o sei – ha dichiarato Seehofer – perché la ripartizione dei profughi non può rimanere così”.

Quella del ministro tedesco ha tutta l’aria di essere un’ammissione del fallimento dell’accordo di Malta del 23 settembre scorso. Che più che un accordo in realtà, altro non è stato che un documento di cinque punti con il quale si è voluta scrivere un’intesa tra alcuni governi europei. Intesa che prevedeva, tra le altre cose, anche un meccanismo automatico di ricollocamenti dei migranti che sbarcano dalle navi Ong. Quell’accordo non ha avuto alcun seguito in ambito comunitario visto che, per ammissione dello stesso Seehofer, a parte cinque o sei governi nessuno ha poi realmente sposato il progetto di Malta. Da qui il rilancio del rappresentante del governo di Berlino: “Serve un esame preliminare delle richieste di asilo alle frontiere esterne dell’Ue – ha proseguito Seehofer – nonché il rimpatrio immediato dei migranti non idonei a ottenere la protezione internazionale. Soltanto coloro che possono rivendicare una richiesta di asilo credibile saranno distribuiti all’interno dell’UE”.

Dichiarazioni non secondarie, visto che dal primo luglio scorso la Germania ha assunto la presidenza di turno dell’Ue. Ed il ministro dell’Interno tedesco vorrebbe porre sul piatto queste questioni proprio durante il periodo di presenza tedesca, magari per dimostrare l’attenzione verso le proposte italiane e verso un governo, quale quello giallorosso, che non lo si vorrebbe adesso in difficoltà sull’immigrazione. Ma non sarà semplice dar seguito alle volontà di Seehofer, perché sull’argomento è da almeno 30 anni che giacciono nei cassetti comunitari corpose proposte di modifica all’assetto attuale.

La questione di Dublino

Il principale scoglio in tal senso è dato da quanto previsto dalla convenzione di Dublino, firmata nel 1990. In essa il principio cardine è rappresentato dal fatto che soltanto gli Stati di primo approdo hanno la responsabilità dell’accoglienza. Una norma del genere ha penalizzato ovviamente i Paesi del sud dell’Europa, visto che dei soccorsi e delle domande d’asilo se ne sono dovuti sempre far carico quei governi le cui frontiere marittime rappresentano anche i limiti esterni dell’Ue. Italia, Grecia e Spagna per tal motivo nel corso degli anni hanno dovuto far fronte in solitaria a migliaia di sbarchi, invocando invano la solidarietà da parte di tutti gli Stati dell’Unione Europea e delle stesse istituzioni comunitarie.

La proposta tedesca, simile a quella già discussa a Malta il 23 settembre scorso e vicina alla posizione italiana espressa dal governo Conte II sui ricollocamenti, dovrebbe in primo luogo sovvertire questo principio. Dunque, la responsabilità potrebbe diventare solidale intaccando un meccanismo di redistribuzione automatica di quote di migranti sbarcati all’interno dell’Ue. A Malta si era già trattato questo punto, ma pochi Paesi hanno deciso di aderire al documento firmato a La Valletta. Quindi la base del ricollocamento permane a carattere volontario.

Le prossime mosse dell’Ue

Non solo da Berlino, ma anche da Bruxelles arrivano annunci di prossime vigorose riforme in ambito comunitario sul fronte dell’accoglienza. Il presidente della commissione europea, la tedesca Ursula von der Lehen, il 2 luglio scorso ha annunciato che l’esecutivo dell’Ue vorrebbe presentare una riforma di Dublino entro questo semestre di presidenza tedesca. Anche in questo caso si dovrebbe parlare di un superamento del principio della responsabilità in mano ai soli Stati di primo approdo e di accoglienza in ambito comunitario. Ma all’ottimismo di Berlino e di Bruxelles c’è da contrapporre una realtà che, come detto, da anni non vede alcun concreto seguito alla volontà espressa a parole di modificare l’attuale sistema di accoglienza e di asilo.

Più che altro, le dichiarazioni di questi giorni appaiono come il tentativo di placare gli animi soprattutto a livello mediatico. Gli sbarchi stanno aumentando, le Ong lavorano a pieno ritmo, i sistemi di accoglienza in Italia e Grecia non sono molto lontani dal collasso e sono sotto profonda pressione. Per cui tornare a parlare di ricollocamenti e solidarietà europea è un buon viatico per provare a sedare la situazione. Ma l’estate, con la più che probabile ascesa del numero degli approdi, è ancora molto lunga e difficilmente entro la bella stagione si arriverà ad un’intesa sull’immigrazione.

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