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Il 2021 verrà ricordato dai posteri come l’anno della svolta per la Germania post-guerra fredda. Perché la Germania, che dalla riunificazione ad oggi è divenuta la potenza-guida del blocco Europa, una delle colonne portanti del cosiddetto Mondo libero e la quarta economia del pianeta, quest’anno sarà chiamata alle urne per decidere a chi passerà lo scettro di Angela Merkel.

Perché la Merkel, “madre adottiva” d’Europa e cancelliere più longevo di Germania dopo Otto von Bismarck ed Helmul Kohl, quest’anno lascerà il trono della Bundesrepublik, dopo quasi sedici anni di potere ininterrotto. Tentare di comprendere che cosa potrebbe succedere nel dopo-Merkel è fondamentale per una ragione molto semplice: tutto quello che accade e si decide a Berlino, e fra Berlino e Parigi, si riflette e ripercuote sia sul Vecchio Continente sia sul resto dell’Eurafrasia: dal Mediterraneo al subcontinente indiano, passando per Capo di Buona Speranza, Mesopotamia, mondo russo e sinosfera.

Il bilancio dell’era Merkel

Berlino è, ora più che mai, il cuore dell’Europa. Dopo sedici anni di governo di Angela Merkel, la Germania si trova al centro di importanti dinamiche riguardanti il futuro del Vecchio Continente e di rilevanti prospettive strategiche che produrranno i loro effetti nel medio-lungo periodo.

Dopo quattro mandati di cancellierato, che hanno attraversato la maggior parte della storia di inizio secolo – teatro di grandi cambiamenti nel sistema internazionale –, la principale questione è legata al fatto che Berlino non pensa più unicamente in chiavi economicistiche, commerciali e finanziarie, ma sta riscoprendo la geopolitica e capendo le modalità ideali per mettere a sistema le potenzialità politiche ed economiche del Paese per ottenere vantaggi strategici.

La Germania è divenuta la garante del debito europeo aprendo al Recovery Fund; ha di fatto annacquato il fronte del rigore da lei fondato durante la Grande Recessione; sta consolidando attorno alla sua piattaforma industriale un nuclero europeo (Kerneuropa) sovrapponibile alle catene del valore che la alimentano; ha aperto con attenzione alla Russia di Vladimir Putin saldando con essa un’alleanza energetica pivotale per le politiche estere dei due Paesi; ragiona in termini strategici nel campo della difesa comune e dell’autonomia strategica e ha posto le basi di un nuovo condominio comunitario con il Trattato di Aquisgrana siglato con la Francia. E tutto questo è stato fatto negli anni in cui è stata dapprima palese la problematica creata dall’austerità elevata a principio guida, si sono viste le conseguenze traumatiche del trattamento inflitto alla Grecia e la Germania è divenuta, per molto tempo, lo spauracchio e il rivale designato di tutti i movimenti populisti e sovranisti.

Cosa accadrà nel dopo-Merkel?

Berlino è stata spinta dall’accelerazione del flusso della storia a compiere compromessi, cercare di elaborare una strategia, costruire una visione politica che ora, giocoforza, sarà messa in discussione dopo che l’artefice delle politiche del Paese si ritirerà dalla politica. L’addio della Merkel apre indubbiamente un vuoto di potere in Europa per quanto riguarda la dirigenza materiale (e Mario Draghi scalpita per poterlo colmare) ma porta con sé una chiara definizione delle priorità dell’Europa “tedesca” che fungeranno da guida per l’agenda di qualsiasi suo successore.

La Germania post-Merkel dovrà gestire l’equilibrio che gli ultimi anni e la pandemia hanno consolidato: un equilibrio che vede Berlino puntare a una mediazione, apparentemente innaturale, tra i rigoristi e moralisti del Nord e i Paesi del Sud Europa in nome di una rottura con le logiche dell’austerità sostanziato nel via libera al Recovery Fund e che porta con sé un importante dato politico: Berlino vuole porsi alla guida dell’Europa in termini apparentemente più lungimiranti e strategici e porsi al centro dei piani che spingono sul consolidamento del Vecchio Continente come attore autonomo, dalla corsa per il “sovranismo tecnologico” ai piani per la difesa comune che portano con sé una spinta decisa di Berlino a un asse paritario con Parigi.

Un’ulteriore spinta per Berlino è venuta dalla concretizzazione della Brexit che ha allontanato Londra dall’Ue e riportato, di fatto, la logica di potenza al cuore del discorso politico comunitario. Meno occidentale e più europea, meno tecnocratica e più politica, l’Unione ha cominciato a veder pesare al suo interno questioni come la presenza di un’unica potenza nucleare, la Francia, e questo è stato inteso appieno dalla Germania che con compromessi, tattiche avanzate e occupazioni di pedine strategiche ha consolidato la sua presa.

La nomina di Ursula von der Leyen a capo della Commissione Ue e il latente dualismo con il super-commissario all’industria Thierry Breton, mente strategica della proiezione a Bruxelles degli interessi di Parigi, certifica la realtà di un asse che è al contempo un dualismo. Emmanuel Macron puntava, fino ad alcuni mesi fa, ad essere il vero erede di Angela Merkel nell’Europa che verrà dopo la Cancelliera, ma ora come ora deve mettere nel congelatore il suo ambizioso progetto di leadership per l’avvicinamento traballante alle elezioni da lui vissuto.

Berlino e Mosca nel dopo-Merkel

Il Nord Stream 2 è salvo, ma l’idea di un’Europa estesa da Lisbona a Vladivostok vegeta nella tomba. Quella di un’Europa aperta e rivolta all’Oriente, però, è più viva che mai, come dimostra il caso di Amburgo, terminale della Nuova Via della Seta e porta d’accesso dell’Impero celeste al Vecchio Continente. Un’Europa che la Merkel ha contribuito a plasmare e a mantenere in vita, nonostante le pressioni provenienti dall’interno – la potente lobby atlantista di Berlino, oggi rappresentata dai Verdi, da Heiko Maas e Annegret Kramp-Karrenbauer – e dall’esterno – gli Stati Uniti e i loro fedelissimi, in primis il quartetto PoloniaBaltici. Un’Europa che, forse, potrebbe ereditare il merkeliano Armin Laschet.

L’eliminazione della Kramp-Karrenbauer dalla corsa a Bellevue è stata sicuramente importante nel quadro della messa in sicurezza del sogno di una Germania nuovamente autonoma e dell’obiettivo di guarire dall’eunucoide condizione di egemonia a metà e potenza castrata, ma il redde rationem con gli Stati Uniti e tutti gli altri – tutti gli altri che agognano ad una Germania eternamente comatosa – non è ancora alle porte.

Laschet eredita una Germania sul viale della rinascita e che anela all’autonomia strategica, ma sulla quale pesano come macigni la questione dell’ideologizzazione dell’agenda politica – l’imperialismo morale come ostacolo alla realpolitik –, la perdurante condizione di potenza castrata – che inibisce ogni sforzo in direzione dell’emancipazione totale – e l’avvio verso il tramonto della generazione da cui provengono Merkel e Gerhard Schröder – le scuole di formazione tedesche hanno cessato di produrre diplomatici e politici affascinati dall’Ostpolitik, il presente ed il futuro è rappresentato dai paladini della Westpolitik come Maas, Kramp-Karrenbauer, Norbert Röttgen e Annalena Baerbock.

La Germania, in sintesi, va affollandosi di nuovi politici – più idealisti che realisti, e più atlantisti che filotedeschi –, che collaborano con Mosca più per questioni di affari che per reale volontà di dialogo – Gazprom continua ad essere il primo rifornitore di gas naturale dell’Ue (della quale ha soddisfatto il 40% del fabbisogno nel 2018) e il liquefatto statunitense potrà costituire un valido rimpiazzo soltanto, forse, nel medio-lungo periodo – e che vorrebbero agire nelle relazioni internazionali ascoltando più l’impulso emotivo che l’interesse nazionale – favorendo (indirettamente?) i disegni egemonici altrui.

L’equilibrio su cui poggiano i rapporti tra Germania e Russia, in definitiva, è quanto mai fragile, come hanno dimostrato il caso Navalny, il protagonismo dell’Ue nel dossier Bielorussia e il boicottaggio dell’entrata dello Sputnik V nell’euromercato dei vaccini, ma un certo grado di resilienza, promanante dalla necessità di evitare una spaccatura completa che sarebbe estremamente nociva per entrambi, ha permesso che il NS2 vedesse la luce e che il ponte tra le due Europe non crollasse del tutto.

Questa resilienza continuerà a permanere nel tempo – ma come e quanto dipenderà dagli sviluppi che avranno luogo nella Casa Bianca, nel mondo politico tedesco e a Parigi – poiché è il frutto di una lunga tradizione di interrelazione quasi-simbiotica maturata negli anni di von Bismarck, estesasi sotto gli occhi impauriti di Sir Halford Mackinder e mai del tutto morta neanche durante il periodo interguerra e la guerra fredda.

Il futuro dell’asse Berlino-Pechino

Non Mosca, ma Pechino è il vero rivale sistemico dell’Occidente in questa parte di secolo. E questa rivalità, negli anni a venire, aumenterà di intensità e temperatura. Berlino, ago della bilancia fra ponente e levante, sarà chiamata ad una scelta: Amburgo come capolinea dei treni merci provenienti da Xi’an o come terminale delle gasiere a stelle e strisce.

Il NS2, del resto, è passato (anche) per questo motivo: Washington ha dato affinché Berlino dia a sua volta. Un do ut des del cui des si sa poco, a parte che l’amministrazione Biden non mollerà la presa per quanto concerne il fascicolo Repubblica Popolare Cinese. Perché in gioco, similmente all’epoca della guerra fredda, v’è la configurazione del sistema internazionale. E gli Stati Uniti sono pienamente consapevoli della posizione tedesca a questo proposito: il multipolarismo è preferibile all’unipolarismo perché, in linea teorica, potrebbe prevedere un’Europa berlino-centrica como polo a se stante, cioè autonomo dall’America.

Non è da escludere che la dipartita prematura (ed avvolta dal mistero) di Jan Hecker, storico Richelieu della Merkel e recentemente inviato a Pechino in qualità di ambasciatore – un segnale potente, eloquente e significante volizione di continuità –, sia da inquadrare in questo contesto di braccio di ferro sotterraneo tra Washington e Berlino. Perché la sua morte, che ricorda da vicino quella altrettanto enigmatica di Du Wei a Herzliya – medesime modalità, medesima reazione da parte dello Stato colpito –, potrebbe essere niente (una pura coincidenza) come potrebbe essere tutto (un messaggio).

La Merkel e i suoi successori sono avvisati: lo sganciamento del satellite Germania dal pianeta Stati Uniti non sarà né semplice né indolore; Hecker docet. Neanche a Washington, comunque, avranno sonni tranquilli: il fu impero tedesco castrato dalla storia reclama il proprio ruolo in Europa e nel mondo, e non è detto che basterà la generazione Baerbock a placarne l’appetito di rinascenza.

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