Deutsche Telekom, la più grande azienda di telecomunicazioni della Germania e d’Europa, avrebbe usato tecnologia di Huawei, il colosso cinese al centro di una diatriba internazionale per la rete 5G, per le proprie infrastrutture.

A renderlo noto è stato il quotidiano tedesco Handelsblatt che ha ricostruito, tramite dei documenti, interni, come Deutsche Telekom, in cui lo Stato è ancora il maggiore azionista con circa il 32%, abbia intensificato le sue relazioni con Huawei la cui tecnologia si trova praticamente in tutti i progetti futuri del gruppo con sede a Bonn: nella rete mobile 5G, nel servizio Open Telekom Cloud e nell’espansione della banda larga.

L’inchiesta di Handelsblatt ha provocato una pioggia di critiche provenienti da dentro e fuori la coalizione di governo: “È strano che la Cancelleria e il Ministero dell’Economia abbiano riposto più fiducia in una società cinese che nelle proprie autorità di sicurezza”, ha dichiarato il politico della Spd Bernd Westphal. Critiche piovono sul presidente di Telekom Tim Höttges e anche sul ministro dell’Economia Peter Altmaier (Cdu) che sostiene che le prove per un’eventuale messa al bando di Huawei sono state finora carenti.

Prove che sarebbero stato fornite dal Federal Intelligence Service (Bnd) che ha avvertito per lungo tempo sulla pericolosità della cooperazione con Huawei in merito ad alcune tecnologie chiave. Un portavoce del Ministero dell’Economia tedesco ha sottolineato che il governo federale garantirà che le aree chiave della rete telematica siano protette al miglior livello di sicurezza ma le perplessità di molti membri della coalizione di restano: Huawei non può essere attendibile perché la società è costretta a seguire le istruzioni degli organi di sicurezza cinesi. Il colosso di Shenzen nega di essere controllato dallo Stato cinese, tuttavia la struttura della proprietà del gruppo è opaca. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha recentemente posto Huawei in un elenco di aziende sotto il controllo dell’esercito cinese, mentre ancora il Bnd considera inaffidabile l’assicurazione di Huawei di essere una società indipendente dalla gestione statale: del resto la libertà di impresa privata in Cina non è affatto paragonabile a quella occidentale.

Proprio gli Stati Uniti, il 30 giugno scorso, hanno indicato Huawei e un’altra compagnia cinese, la Zte, come “minacce per la sicurezza nazionale”. La Fcc, la Federal Communications Commission, ha infatti stabilito che le due società cinesi, insieme alle loro affiliate e sussidiarie, sono un pericolo per la rete di comunicazione statunitense in quanto “legate al Partito Comunista Cinese e all’apparato militare cinese”. Quello di Washington sembra essere un nuovo dietrofront dopo che a maggio era circolata la notizia che gli Stati Uniti volevano ritirare il bando a Huawei proprio per cercare di colmare il divario tecnologico sul 5G che li separa dalla Cina. Un “balletto” che sembra aver trovato un termine anche in considerazione delle forti pressioni diplomatiche che la Casa Bianca ha messo in atto verso i suoi alleati, ed in particolare su Londra, che si è vista dare letteralmente un ultimatum riguardante la presenza di assetti militari americani sul proprio territorio: se il governo britannico avesse infatti perseguito nella volontà di installare tecnologia 5G made in China, il Pentagono avrebbe ritirato i suoi velivoli da spionaggio elettronico, gli F-35 e un’importante aliquota di personale civile e militare dall’isola.

Sembra che Boris Johnson abbia recepito il messaggio: il Regno Unito dovrebbe, entro la fine di quest’anno, terminare la collaborazione con Huawei per la costruzione delle infrastrutture 5G, che in un primo tempo avrebbero dovuto essere limitate all’uso civile e lontano da zone sensibili come le basi militari. Londra quindi sembra porre fine a quel rapporto speciale che ha avuto con Huawei sin dal 2005: in quell’anno venne stipulato un importante contratto con British Telecom e le relazioni tra il Regno Unito e Shenzen si fecero talmente strette che a Huawei, come ci ricorda Formiche.net, hanno reclutato personaggi di spicco britannici per inserirli nei propri quadri aziendali, come avvenuto per John Suffolk, ex chief information officer del governo che nel 2011 è andato a lavorare per Huawei, occupando il ruolo di responsabile globale della cybersicurezza.

Anche la Francia, che inizialmente si era dimostrata più possibilista verso l’ingresso della tecnologia cinese 5G nelle proprie infrastrutture telematiche, sembra ora più titubante: il capo dell’agenzia di sicurezza informatica francese Anssi (Agence Nationale de la e la Sécurité des Systèmes d’Information), ha annunciato una stretta su Huawei riferendo che non prevede un bando totale ma che “per quanto riguarda gli operatori che non utilizzano ancora Huawei, li stiamo invitando a non sceglierla”. Insomma a ben vedere un fil rouge che lega le decisioni di Francia, Germania e Inghilterra sembra esserci: la difesa del libero mercato nonostante gli avvertimenti americani. Il bando di Huawei, infatti, oltre a provocare la rappresaglia cinese verso i suoi diretti concorrenti europei, permetterebbe ai produttori locali (Nokia ed Ericsson) di “fare cartello” ed imporre i propri prezzi, sicuramente maggiorati. Proprio la società svedese ha dichiarato, in merito al caso inglese, che sarebbe in grado di sostituire tutte le apparecchiature Huawei nella rete 5G del Regno Unito se il governo britannico decidesse di vietare la società cinese.

La Germania al momento non sembra nemmeno considerare l’idea di un bando di Huawei, anche perché le tecnologie della società cinese sono presenti in tutte e tre le compagne di telecomunicazioni tedesche, ma il governo federale non ha ancora deciso quali regole dovrebbe prescrivere per gli operatori di infrastrutture sensibili come la rete mobile 5G. Nel frattempo, quindi, la Germania potrebbe essere il “cavallo di Troia” di Huawei nel continente europeo.

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