Alle prime luci dell’alba le autorità tedesche hanno fatto irruzione in diverse abitazioni e sedi di associazioni e centri culturali in ottemperanza ad un ordine del ministero dell’interno, arrivato sullo sfondo del frastuono dell’emergenza pandemica: Hezbollah, il partito di Dio, è stato dichiarato designato come organizzazione terroristica e le sue attività sul territorio nazionale tedesco sono state dichiarate fuorilegge.

La decisione storica

Il ministero dell’interno Hors Seehofer ha firmato l’ordine con il quale l’organizzazione politico-militare libanese è stata bandita dai confini tedeschi e classificata come entità terroristica, istruendo il proprio portavoce, Steve Alter, affinché commentasse l’accaduto con una breve nota su Twitter: “Anche in tempi di crisi, lo stato di diritto è capace di agire”.

Le autorità non hanno perso tempo, procedendo a fare perquisizioni a tappeto in quattro città, Dortmund, Muenster, Brema e Berlino, avendo nel mirino centri culturali, abitazioni e associazioni, ed una lista di 1050 nomi, ritenuti membri dell’ala militare, da seguire, sorvegliare e, possibilmente, arrestare.

Il lasso di tempo intercorso fra la decisione di Seehofer e le operazioni di polizia indica che tutto era già pronto e, in effetti, era da diversi mesi che gruppi di pressione e diplomazia di Stati Uniti ed Israele chiedevano alla Germania di spianare la strada nel Vecchio Continente verso la totale delegittimazione del partito di Dio.

La campagna di pressione degli ultimi mesi

L’asse Washington-Tel Aviv aveva lanciato un’intensa campagna di pressione su Berlino a partire dall’anno scorso, nella consapevolezza che convincere la prima potenza dell’Unione Europea a rivedere la propria posizione su Hezbollah darebbe vita ad un effetto domino dirompente nel resto della comunità, portando gli altri paesi ad accettare e ad adattarsi gradualmente al nuovo status quo.

In principio era stato Mike Pence, il vice-presidente degli Stati Uniti, a presentare ad Angela Merkel la volontà di Trump. Lo aveva fatto nel 2019, durante una visita a Berlino, illustrando alla cancelliera la via da seguire: fare come la Gran Bretagna che, a febbraio di quell’anno, aveva aggiunto Hezbollah alla lista delle organizzazioni terroristiche, facendo decadere la tradizionale distinzione fra partito ed esercito. Distinzione che, invece, la Germania e i paesi dell’UE continuano a ritenere valida – almeno fino ad oggi.

Al fronte aperto dall’amministrazione Trump si erano poi aggiunti i più importanti portatori di interessi del mondo ebraico americano e non è un caso che una delle prime persone ad aver commentato la notizia sia David Harris, il direttore esecutivo dell’influente American Jewish Committee. “Questa è una decisione significativa, molto anticipata e benvenuta. Adesso, speriamo che le altre nazione europee diano uno sguardo ravvicinato alla decisione della Germania e raggiungano la stessa conclusione riguardo la vera natura di Hezbollah”.

Ma anche i gruppi ebraici tedeschi avevano iniziato a mostrare una crescente insofferenza verso le attività di Hezbollah nel paese, aumentando le pressioni sulle autorità affinché proibissero le “marce di Gerusalemme“, che si tengono annualmente nella città di Berlino, sponsorizzate dal Movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS); quest’ultimo è stato infine dichiarato “antisemita” a maggio dell’anno scorso ed estromesso dal panorama nazionale.

In settembre era stato lanciato un segnale, passato inosservato: ai procuratori federali era stata data l’autorità di aprire fascicoli investigativi nei confronti di persone sospettate di essere parte di organizzazioni terroristiche straniere. I servizi segreti avevano già a disposizione una lista, come suscritto, di 1050 individui ritenuti parte dell’ala militare di Hezbollah; l’ordine dava loro il via libera ad indagini più approfondite sul radicamento dell’organizzazione nella realtà tedesca. Lo stesso mese, l’ambasciatore statunitense a Berlino, Richard Grenell, chiedeva esplicitamente la messa al bando completa di Hezbollah, evidenziando come lo scudo della legalità gli stesse permettendo di reclutare nuovi adepti e raccogliere denaro.

A fine anno, il 19 dicembre, la camera bassa del parlamento tedesco approvava una mozione, diretta alla Merkel, chiedendo che venissero bandite tutte le attività di Hezbollah sul suolo tedesco e che cessasse anche il riconoscimento all’ala politica per ragioni di sicurezza nazionale. I firmatari portavano come prova della pericolosità dell’organizzazione le presunte raccolte fondi organizzate dalla diaspora libanese in Germania, destinate a finanziare “attività terroristiche”, in special modo in Siria, demandando maggiori poteri ai servizi segreti.

Quella mozione era un segno dei tempi, le pressioni nel dietro le quinte erano entrate ufficialmente nel dibattito politico, ma probabilmente è stata l’eliminazione di Qasem Soleimani ad aver giocato un ruolo ancora più importante nel lungo e tortuoso processo decisionale. La scarna reazione iraniana, pur avendo evitato l’esplosione di un conflitto su larga scala capace di incendiare l’intero Medio oriente, ha mostrato al tempo stesso la debolezza del regime rivoluzionario di Teheran, nolente o impossibilitato a reagire in maniera anche solo lontanamente proporzionale.

Questo semi-immobilismo potrebbe essere stato inteso dalla Germania come il segno di una caduta ormai prossima, e la fine del khomeinismo sancirebbe di conseguenza anche la fine della parabola di Hezbollah, che da Teheran viene foraggiato sin dalla fondazione. La Merkel, accettando di uniformarsi all’agenda di Washington e Tel Aviv, ha voluto giocare di anticipo, preparandosi a quel che viene ritenuto un cambio di paradigma alle porte.

Le ragioni di Trump

Lo splendido isolamento simil-vittoriano di Berlino è stato interrotto bruscamente dall’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha fatto della lotta all’egemonia franco-tedesca una della priorità della sua agenda estera. La Germania non ha ambizioni di potere di natura militare, ma questo non significa che non abbia piani egemonici, perché il paese è stato obbligato a reinventare la propria identità e il proprio ruolo nel mondo all’indomani del secondo dopoguerra, vedendo nelle proprie potenzialità economiche un’opportunità da sfruttare.

La Germania è un’egemone a metà: in parte intrappolata in una condizione di auto-odio per i crimini imperialisti che insaguinano la storia del post-unificazione, in parte spinta per natura, per storia e per struttura a perseguire ambizioni di grandezza. Quelle ambizioni hanno rapidamente trasformato la Germania contemporanea in una superpotenza economica, la locomotiva del Vecchio Continente e la seconda esportatrice del pianeta, ponendo una sfida alla primazia statunitense.

I costanti attacchi di Trump alla Germania hanno un obiettivo: ridimensionare la dimensione globale di Berlino, prendendo d’assalto i punti della sua agenda estera ritenuti più in contrasto con i piani egemonici di Washington, ossia Russia, Cina, Iran, ma anche l’UE stessa, all’interno della quale viene ritenuto eccessivo il peso dell’asse franco-tedesco che, essendo guidato da aspirazioni autonomiste, se lasciato prosperare e consolidare, potrebbe creare una frattura all’interno della comunità euroatlantica, uno scenario che alla Casa Bianca si vuole evitare ad ogni costo.

Fino ad oggi, la strategia statunitense sta avendo successo: lo spettro mackinderiano di un asse Berlino-Mosca è stato allontanato, l’euroscetticismo dai connotati anti-tedeschi aumenta costantemente, sembra essere in corso anche un timido sganciamento da Pechino e, adesso, l’adesione della Merkel al fronte anti-iraniano potrebbe avere implicazioni profonde per le relazioni internazionali, lanciando un colpo mortale all’asse della resistenza sponsorizzato da Teheran.

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