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Politica

La Generazione Z colpisce anche in India: proteste e scontri nel Ladakh

La rabbia della Generazione Z infiamma il Ladakh, tra proteste violente, rivendicazioni politiche e repressione.

La notizia è passata quasi sottotraccia ma la fantomatica Generazione Z, dopo aver scosso Nepal, Indonesia e Filippine, ha colpito anche in India. Il Ladakh, una regione desertica ad alta quota incastonata nell’Himalaya, più volte finita al centro delle tensioni con la Cina per questioni di rivendicazioni territoriali, è stata infatti scossa da violentissime proteste.

Non è chiaro cosa le abbia scatenate. Certo, negli ultimi sei anni, e cioè dopo che nel 2019 il Ladakh è diventato un Territorio dell’Unione (Union Territory) separato dal Jammu e Kashmir, migliaia di persone hanno più volte organizzato marce pacifiche e scioperi della fame per chiedere all’India maggiori garanzie costituzionali nonché l’ottenimento dello status di Stato, e quindi la possibilità di eleggere un governo locale.

Le tensioni non avevano tuttavia mai raggiunto questo livello. Lo scorso 24 settembre gruppi di “giovani disillusi” – così scrivono i media internazionali – hanno trasformato il loro pacifismo in una furia cieca attaccando, e incendiando, l’ufficio regionale del Bharatiya Janata Party (BJP), il partito del primo ministro Narendra Modi.

Cosa succede in India

Gli scontri tra manifestanti, la maggior parte dei quali studenti, e la polizia sono stati particolarmente intensi a Leh, il capoluogo della regione. Le autorità hanno dichiarato che anche un veicolo delle forze dell’ordine è stato dato alle fiamme, e che più di 30 tra poliziotti e personale sono rimasti feriti. Il bilancio completo parla in realtà di centinaia di feriti e quattro vittime, tutti dimostranti sotto i 20 anni, colpiti da proiettili e gas lacrimogeni sparati dalla polizia.

“Per legittima difesa, la polizia ha dovuto ricorrere al fuoco, cosa che purtroppo ha causato alcune vittime”, si legge in un comunicato del ministero degli Interni di Delhi. Lo stesso dicastero ritiene inoltre che le manifestazioni siano state innescate dai discorsi “provocatori” dell’attivista Sonam Wangchuck, in sciopero della fame dal 10 settembre.

“È stata un’esplosione di giovani, una sorta di rivoluzione della Generazione Z, che li ha portati in piazza”, aveva detto Wangchuk in un video diffuso sul web, riferendosi alle recenti rivolte avvenute nei paesi dell’Asia meridionale. Il vicegovernatore del Ladakh, Kavinder Gupta, ha chiesto la fine della violenza e il ripristino della pace.

Il governo centrale ha intanto designato un “inviato speciale” che avrà il compito di gestire la situazione, e avviare colloqui con le organizzazioni della società civile riunite sotto la sigla Lab, Leh Apex Body. Le autorità del Ladakh hanno intanto imposto restrizioni agli assembramenti e il coprifuoco a Leh.

Nel Ladakh una situazione esplosiva

Il Ladakh ha perso la sua autonomia nel 2019, quando è stato staccato dallo stato di Jammu e Kashmir e posto sotto l’amministrazione diretta di Nuova Delhi per volere del governo Modi. Sebbene entrambi siano governati a livello federale e nessuno dei due abbia i poteri di altri Stati indiani, il parlamento del Jammu e Kashmir consente almeno alla popolazione di eleggere leader locali che possano rappresentare le proprie istanze e darle voce a Delhi. Il Ladakh, sostengono gli abitanti, non ha nemmeno questo “privilegio”.

Chhering Dorje Lakrook, a capo della Ladakh Buddhist Association, un’influente organizzazione religiosa locale, ha spiegato alla Bbc che i giovani sono contrari alla violenza ma che sono profondamente frustrati perché “il governo (centrale ndr) ha ripetutamente ritardato il processo di dialogo e la disoccupazione è in forte aumento nella regione”.

I manifestanti, in sostanza, chiedono che il territorio federale diventi uno Stato federale, che vengano assegnate quote di lavoro ai residenti e che al Ladakh sia concesso uno status speciale che consenta la creazione di organi locali eletti per tutelare le sue minoranze. Da queste parti vivono circa 300.000 persone, la metà delle quali musulmana e circa il 40% buddista. “Il malcontento sociale nasce quando si tengono i giovani disoccupati e li si priva dei loro diritti democratici”, ha dichiarato Wangchuk. La palla passa adesso nelle mani di Delhi.

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