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Quando si parla di Iran, il racconto dominante tende a partire dall’alto: le sanzioni, i dossier nucleari, le minacce incrociate con Israele, le dichiarazioni di Washington. È una narrazione che passa quasi sempre per i nomi dei potenti, come se il destino del Paese si giocasse esclusivamente nei corridoi del potere globale. Ma questa lettura, per quanto necessaria, è incompleta e a tratti fuorviante. Perché sotto la superficie geopolitica dell’Iran cova da anni un conflitto interno profondo, sociale prima ancora che politico.

Un conflitto che ha un volto preciso: quello della Generazione Z.

Un Paese giovane governato da un potere anziano

L’Iran è uno dei Paesi più giovani del Medio Oriente. Secondo i dati demografici più recenti, oltre il 60% della popolazione ha meno di 35 anni e circa il 25% rientra nella fascia tra i 15 e i 29 anni. L’età media nazionale si aggira intorno ai 32 anni, in netto contrasto con quella dei principali vertici istituzionali e religiosi, spesso superiori ai 60–70 anni.

Una quota significativa della popolazione appartiene alla Generazione Z: giovani nati dopo il 1997, che non hanno alcuna memoria diretta della Rivoluzione islamica del 1979 né della guerra con l’Iraq. Per loro, il regime non è un mito fondativo, ma un dato di fatto con cui fare i conti ogni giorno, spesso percepito come distante e incapace di rappresentarne bisogni e aspirazioni.

Questa distanza generazionale è cruciale. Il potere politico iraniano resta saldamente nelle mani di una classe dirigente anziana, formata ideologicamente negli anni della rivoluzione e della mobilitazione religiosa. I codici simbolici, morali e politici che sorreggono il sistema parlano un linguaggio che la nuova generazione fatica non solo a condividere, ma persino a riconoscere come legittimo. Le piazze che si accendono ciclicamente non sono quindi solo luoghi di protesta: diventano spazi di frattura tra due epoche storiche che convivono forzatamente nello stesso Paese.

La crisi economica come detonatore generazionale

Se il conflitto è culturale, il detonatore è economico. L’Iran vive da anni una crisi strutturale: l’inflazione, secondo stime indipendenti, oscilla stabilmente tra il 40 e il 50% annuo; la valuta nazionale ha perso oltre il 90% del suo valore rispetto al dollaro nell’ultimo decennio; il costo dei beni di prima necessità cresce più rapidamente dei salari reali.

La disoccupazione giovanile rappresenta uno dei nodi più critici: tra i giovani sotto i 30 anni supera ufficialmente il 20%, ma le stime non ufficiali la collocano molto più in alto, soprattutto tra laureati e diplomati. Ogni anno, centinaia di migliaia di giovani entrano nel mercato del lavoro senza trovare sbocchi adeguati, mentre il settore pubblico — tradizionale ammortizzatore sociale — non è più in grado di assorbire nuova forza lavoro.

Le sanzioni internazionali hanno aggravato il quadro, ma non ne sono l’unica causa. Corruzione sistemica, cattiva gestione e un’economia fortemente controllata da apparati legati al potere politico e militare hanno eroso progressivamente la fiducia della popolazione. In particolare, la concentrazione delle risorse in settori strategici e para-statali limita l’iniziativa privata e penalizza proprio le fasce più giovani e istruite.

Per la Generazione Z, la promessa implicita del sistema — obbedienza in cambio di stabilità — non funziona più. Molti giovani sono istruiti, connessi al mondo, spesso laureati, ma privi di prospettive concrete. L’ascensore sociale è bloccato, l’emigrazione appare come l’unica via di fuga: secondo alcune stime, l’Iran perde ogni anno decine di migliaia di giovani qualificati, in quello che viene definito uno dei più gravi fenomeni di “fuga dei cervelli” della regione.

In questo senso, la rivendicazione economica e quella generazionale coincidono. Non si protesta solo contro il caro-vita o la disoccupazione, ma contro un sistema che appare incapace di offrire un futuro a chi dovrebbe rappresentarlo.

Connessi, informati, meno controllabili

A differenza delle generazioni precedenti, la Gen Z iraniana è cresciuta in un ambiente digitale, nonostante la censura e i blackout imposti dallo Stato. Oltre il 70% della popolazione ha accesso a internet e l’uso dei social network — spesso attraverso VPN — è diffuso soprattutto tra i più giovani. Piattaforme globali, contenuti internazionali e reti transnazionali hanno aperto finestre su modelli di vita alternativi, rendendo più evidente il divario tra ciò che è possibile altrove e ciò che è negato in patria.

Questa connessione costante non produce solo imitazione culturale, ma anche consapevolezza politica. Le proteste non nascono nel vuoto: sono il risultato di anni di accumulo di frustrazione, di confronto silenzioso con il mondo esterno, di narrazioni ufficiali che non reggono più alla prova dei fatti. Il controllo ideologico, efficace per decenni, oggi mostra crepe evidenti. La repressione può spegnere temporaneamente le piazze, ma ha un costo economico, sociale e simbolico sempre più alto, e fatica a estirpare il cambiamento culturale che avanza sotto traccia.

Oltre l’episodio, un cambiamento strutturale

Letta in questa chiave, l’instabilità iraniana non appare come una sequenza di crisi episodiche, ma come un processo di trasformazione profonda. La Generazione Z non contesta solo decisioni contingenti o singole politiche: mette in discussione l’intero impianto simbolico del potere, il rapporto tra individuo e Stato, tra morale imposta e libertà personale.

Molti di loro vivono a lungo con le famiglie d’origine, rimandano matrimonio e figli, alternano lavori informali e sottopagati, oppure investono tempo ed energie nel tentativo di emigrare, alimentando una fuga dei cervelli tra le più consistenti della regione; ma soprattutto vivono una “doppia vita” diffusa, in cui nello spazio pubblico dominano autocensura e sorveglianza, mentre in quello privato — case, feste clandestine, reti digitali — si sperimentano forme di espressione culturale, affettiva e artistica vietate o stigmatizzate; per molti giovani iraniani, dunque, la protesta non è solo un atto politico ma una risposta concreta a un’esistenza percepita come bloccata, in cui la crisi economica e quella generazionale coincidono.

Il “fuoco sotto la cenere” di cui spesso si parla non è una metafora retorica, ma una dinamica sociale reale, alimentata da dati demografici, indicatori economici e trasformazioni culturali difficilmente reversibili. Anche quando le proteste si spengono, il conflitto resta. E più passa il tempo, più il divario tra una società giovane, mobile e connessa e un sistema politico rigido e anziano rischia di diventare insanabile.

In questo scenario, ridurre l’Iran a una pedina dello scacchiere internazionale significa perdere di vista il nodo centrale: il cambiamento, se arriverà, non sarà solo il risultato di pressioni esterne, americane o israeliane che siano, ma soprattutto dell’urto interno tra generazioni. Un urto che, oggi, è esploso in tutta la sua virulenza.

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