Dopo aver già espresso il proprio rammarico ai margini del G5 Sahel per la decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirarsi dalla missione in Africa, Emmanuel Macron è tornato sulla questione inviando il ministro della Difesa Florence Parly a Washington.

L’obiettivo dell’incontro, fortemente voluto da Parigi, consiste nel convincere il governo statunitense a tornare sui propri passi, abbandonando l’idea di ritirarsi dalla missione di supporto alle truppe francesi e africane operative contro le cellule terroristiche di Boko Haram. Un eventuale rifiuto, si tradurrebbe nella necessità francese di mettere in campo maggiori investimenti per portare avanti la guerra in territorio africano, pesando in modo non indifferenti sulle casse di Parigi.

I motivi del ritiro degli Stati Uniti

Dall’elezione di Trump, qualcosa nella gestione dell’esercito di stanza all’estero è cambiato, nell’ottica di ridurre la spesa pubblica necessaria al suo mantenimento. Le missioni in atto in territori che non garantivano un adeguato tornaconto sono state abortite, mentre nelle altre situazioni si è richiesto un maggior contributo ai Paesi in cui le truppe americane sono d’istanza, per riequilibrare i saldi dell’arma americana. La questione, divenuta rilevante nella diatriba con Seul riguardante l’aumento della richiesta in termini economici per mantenere l’esercito americano in Corea del Sud, è stata la base della politica estera americana degli ultimi quattro anni. Anche nel caso della Francia le motivazioni che hanno portato al graduale ritiro degli Usa dal conflitto sono riconducibili alla distanza tra domanda ed offerta per il “servizio”.

Nonostante Macron non credesse che gli Stati Uniti potessero abbandonare la Francia nella guerra africana, questo è ciò che negli ultimi mesi è avvenuto. Adesso, dopo aver tirato troppo la corda, il governo si è deciso a tornare sui propri passi: rischiando però di dover pagare un conto più salato rispetto alle richieste iniziali.

I possibili punti di contatto: Libia ed Iran

Oltre alle richieste economiche del Pentagono che sono la base per concordare un qualsiasi dispiegamento delle truppe americane, Trump e Macron hanno molti punti sul quale collaborare. Nonostante gli attriti successivi alle parole di Macron che identificavano la Nato come un sistema di difesa divenuto vetusto, un nuovo equilibri può essere trovato su due questioni che hanno avuto una escalation relativamente recente: la Libia e l’Iran.

Nel Paese nordafricano, le truppe sono rimaste a presidio degli importanti giacimenti di combustibili fossili della regione, a chiaro segnale di come gli interessi americani, nonostante la posizione defilata assunta negli ultimi giorni, sia presenti nella regione. La  stessa procrastinazione del governo può essere sinonimo dell’attesa di comprendere meglio quale fazione sia meglio supportare. Non è un segreto di stato invece come la Francia appoggi il generale Khalifa Haftar, preferito rispetto a Fayez al-Sarraj.

Allo stesso modo, l’accelerata della giornata di mercoledì di Francia, Germania e Regno Unito nei confronti delle sanzioni verso l’Iran dimostra come le volontà di guadagnarsi la fiducia di Washington sia al momento preponderante.Nonostante nei mesi scorsi Parigi fosse stato il più infervorato sostenitore della camera di compensazione Instex per continuare a condurre le trattative commerciali con Teheran (bypassando il sistema interbancario Swift), adesso Macron pare aver invertito la marcia; apparentemente senza valido motivo, soprattutto dopo il mea culpa iraniano sulla questione legata al jet abbattuto.

La possibilità quindi che la decisione di Washington di tornare operativa in Sahel passi attraverso la definizione di accordi di collaborazione nel resto del globo è molto elevata e trova conferma negli interessi che, tra Africa e Medio Oriente, sono condivisi tra le due potenze. Con la Francia e gli Stati Uniti che, seduti attorno allo stesso scacchiere, concorderanno quello che sarà il futuro d Tripoli, Teheran ed il Sahara occidentale.

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