Mancano due mesi alle elezioni in Libia del prossimo 24 dicembre, ma il condizionale è d’obbligo. È vero che nell’ex Jamahiriya del defunto colonello Muammar Gheddafi, principale alleato dell’Italia nel Mediterraneo fino all’intervento della Nato voluto dalla Francia, non si spara più e sembra essere rientrata anche l’ultima escalation che ha visto contrapposte le forze del generale Khalifa Haftar e quelle dei ribelli ciadiani del gruppo Fact. Ma è altrettanto vero che le condizioni di sicurezza sono lungi dall’essere considerate normali. Sono ancora ben presenti i mercenari stranieri, a partire da quelli filoturchi nell’ovest e da quelli russi della Wagner nell’est. Combattenti stranieri la cui permanenza nel territorio è destinata ad alimentare contrasti e tensioni. Una situazione poi ulteriormente complicata dal venir meno della fiducia da parte del parlamento al governo di unità nazionale del premier Abdulhamid Ddeibah, sempre meno unito e sempre meno rappresentativo della nazionale libica. In poche parole, in questo momento risultano abbastanza precarie sia le condizioni di sicurezza sul campo che quelle politiche.

La comunità internazionale preme però per lo svolgimento delle consultazioni, viste come punto imprescindibile del cammino verso la pacificazione della Libia. In questo contesto non manca chi prova a mettere il cappello sul percorso elettorale. Nelle scorse settimane è emersa la volontà della Francia di organizzare una conferenza a Parigi in vista delle elezioni. Un appuntamento a cui invitare i principali attori libici e in cui radunare la diplomazia dei Paesi più coinvolti nel dossier. A partire dall’Italia, a cui è stata addirittura offerta la co-presidenza. Non mancano però le perplessità. Organizzare una nuova (ennesima) conferenza a ridosso di quella che dovrebbe essere una delicata campagna elettorale, potrebbe infatti peggiorare le condizioni politiche interne alla Libia.

Le perplessità dei libici

L’annunciata iniziativa francese non è stata accolta benissimo dai libici. Su cinque politici interpellati da Agenzia Nova, infatti, tutti hanno respinto la proposta dell’Eliseo al mittente. “Non ci si può fidare della Francia e dobbiamo diffidare da eventuali iniziative nei confronti della Libia, soprattutto perché Parigi è stata coinvolta nel conflitto libico tra l’Est e l’Ovest”, ha detto Idris Abu Fayed, membro dell’Alto Consiglio di Stato. “Non c’è più tempo per le elezioni e non mi aspetto che questa conferenza porti a risultati reali e in grado di risolvere la crisi libica”, ha detto da parte sua Ezz el Din Qwereb, deputato della Camera dei rappresentanti.  “Le conferenze internazionali complicano maggiormente la situazione e i loro effetti negativi superano di quelli positivi. I libici devono affrontare da soli i loro problemi e raggiungere una soluzione finale e tenere le elezioni in tempo”, ha dichiarato il deputato di Misurata, Suleiman al Faqih. “Attraverso la conferenza organizzata per il mese prossimo sta cercando di influenzare il dossier libico e di avvicinarsi alle parti internazionali attive in Libia”, ha aggiunto Musa Faraj, membro dell’Alto Consiglio di Stato libico e del Foro di dialogo politico libico.

La Francia ci riprova

Non è la prima volta che dall’Eliseo si prova a mettere, in una fase delicata per la Libia, lo zampino nel dossier. La memoria ricorre ad esempio al maggio del 2018, quando Emmanuel Macron ha organizzato a Parigi un incontro tra l’allora premier Fayez al Sarraj e il generale Haftar. Il colloquio è terminato con una stretta di mano tra i due a favore di telecamera e la promessa di organizzare consultazioni entro l’anno. Circostanza poi non avvenuta. Ma tanto è bastato alla Francia per presentarsi come principale Paese candidato a un ruolo da protagonista nella transizione libica. Dopo quel vertice parigino, l’Italia ha temuto di essere emarginata e ha risposto organizzando a novembre il vertice di Palermo. Anche quello, con il senno di poi, piuttosto inconcludente.

La storia recente ha dimostrato come le conferenze non sempre aiutano a sbloccare la matassa libica. Anzi, al contrario, nella migliore delle ipotesi hanno mantenuto intatto lo status quo. Senza però fare passi significativi. La Libia in dieci anni di guerra ha visto un periodico alternarsi di conferenze, tanto in patria quanto all’estero. Nessuna di queste ha aiutato concretamente a migliorare la situazione. L’idea francese di organizzare un nuovo incontro potrebbe rivelarsi un autogol. Parigi, nel tentativo di annoverare altri colloqui sotto la propria egida, in realtà potrebbe ricevere un clamoroso smacco. Tutti, o quasi, sono pronti a disertare la proposta dell’Eliseo.

La conferenza di Tripoli

Il guaio per la Francia è che una conferenza sulla Libia è già in corso. Il 21 ottobre, infatti, il governo di unità nazionale libico ospita a Tripoli una riunione ministeriale internazionale sulla sua “Iniziativa per la stabilità della Libia”. Due i principali argomenti sul tavolo: il percorso della sicurezza militare e la ripresa economica. Sul primo punto le aspettative non sono esattamente altissime. L’idea è quella di accelerare l’attuazione dell’accordo sulla tabella di marcia per rimuovere “combattenti, mercenari e forze straniere” trovato pochi giorni fa a Ginevra dal Comitato militare 5+5. Sarà interessante vedere le conclusioni finali. Difficilmente la Turchia accetterà ogni riferimento al ritiro delle “forze straniere” e questo è forse il motivo per cui il ministro degli Esteri libico è volata ad Ankara domenica scorsa.

Quanto all’economia, è difficile parlare di investimenti e progetti a lungo con un governo che – almeno in teoria – dovrebbe andare a casa a fine anno. Insomma, la situazione è ancora molto fluida e organizzare eventi in questa fase è molto rischioso. Ma il governo di Tripoli ha i suoi motivi: cerca legittimazione internazionale perché fra poco sarà senza mandato. La Francia, invece, non ha alcuna giustificazione, a parte il volontarismo dell’Eliseo.

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