“Non escludiamo alcun operatore, l’ipotesi non è neanche presa in considerazione”. Queste le parole di Pierre de Bousquet de Florian, coordinatore per l’intelligence e il controterrorismo francese, quando a Zagabria, dove si è tenuta la riunione tra i capi dell’intelligence europea per lanciare l’Intelligence college of Europe (Ice), ha risposto alle domande di Formiche.net.

La Francia, quindi, non ha alcuna intenzione di lasciare fuori il colosso cinese Huawei dalla possibilità di installare la propria rete 5G. “Sono voci che non hanno riscontro – dice infastidito Bousquet de Florian – il governo deve essere sicuro che la sicurezza delle attività strategiche e dei dispositivi utilizzati sia completa, specialmente delle aziende partecipate, perché lo deve ai contribuenti, ma non ricorrerà all’interdizione di operatori economici nel nostro Paese”.

Il colosso di Shenzen potrà così partecipare alle aste per assicurarsi la costruzione del 5G e della sua gestione insieme alle europee Nokia ed Ericsson, già scelte dalle compagnie francesi Orange e Free (Iliad) per la loro rete. Huawei è infatti molto quotata da Sfr e Bouygues Telecom che non possono né vogliono fare a meno.

La decisione sembra pertanto essere stata presa e a spingere per l’abbandono dell’ipotesi del bando della compagnia cinese ha concorso la stessa Pechino, che proprio due settimane fa aveva ammonito Parigi, tramite la sua ambasciata, che una tale decisione avrebbe avuto ripercussioni e innescato contromisure del governo contro i principali concorrenti europei: la finlandese Nokia e la svedese Ericsson.

A voler essere maligni non è forse nemmeno un caso che la decisione francese, espressa dalle parole di Bousquet de Florian, siano arrivate a poca distanza dall’annuncio del presidente di Huawei, Liang Hua, della costruzione in Francia di una fabbrica per la produzione dell’equipaggiamento 5G con un investimento pari a 200 milioni di euro che creerà 500 posti di lavoro.

Intanto che il governo francese pensa a definire ulteriormente le regole per la partecipazione di Huawei ai bandi per l’assegnazione delle frequenze e degli appalti per il 5G, Arcep (Autorité de Régulation des Communications Électroniques et des Postes), agenzia governativa preposta alla regolamentazione del settore delle telecomunicazioni, ha rivelato il calendario per l’implementazione della rete di ultima generazione, che inizierà con l’asta per le frequenze 3,4-3,8 Ghz con l’obiettivo minimo di un incasso per il governo di 2,7 miliardi di euro.

Un problema di sicurezza dei dati

La rete 5G permetterà di scaricare dati e farli viaggiare molto più velocemente e sarà utilizzata, ad esempio, per tutti i controlli in remoto di strumenti e perfino di veicoli. La rete, per funzionare in questo senso, spacchetta i dati dando la priorità a quelli ritenuti essenziali (o importanti) come ad esempio i segnali per i comandi di un veicolo automatico: un approccio chiamato network slicing.

A questo punto, però, sorge un problema: la fine della “neutralità” di internet. In virtù di questo principio gli operatori delle reti telematiche erano tenuti, sino ad oggi, a trattare allo stesso modo tutti i dati che transitavano su di esse, senza analizzarne il contenuto. Per effettuare il network slicing e dare priorità ad alcuni dati rispetto ad altri, invece, gli operatori di rete dovranno per forza conoscere che tipo di informazioni stiano passando i loro clienti. Un problema di privacy risolvibile quando si tratta di comandare a distanza un robot medico o un veicolo, meno quando queste informazioni sono di carattere militare o industriale.

Non solo. La rete 5G, per la sua stessa struttura, offre una più grande superficie di vulnerabilità ad eventuali attacchi in quanto è molto più ramificata rispetto alla precedente, con la moltiplicazione di antenne e snodi informatici che servono a “spacchettare” i dati. Più una ramificata, più si aprono finestre per un possibile attacco e potenzialmente ciascuna antenna 5G può diventare un portale per intrufolarsi in un sistema, cosa molto più difficile quando si ha a che fare coi centralizzati 3G e 4G.

Al momento non esistono ancora delle norme che regolamentino questi aspetti problematici, ma l’approccio francese si è basato sulla considerazione di avere un trattamento “caso per caso” per quanto concerne i gestori ed i servizi offerti almeno sino a quando non sia raggiunto “lo stato dell’arte” nel campo della tecnologia 5G e non si comincino ad avere i primi riscontri.

In questo senso la Francia ha promulgato la legge numero 2019-810 del primo agosto 2019 ed il decreto numero 2019-1300 del sei dicembre 2019 che sottomettono all’autorizzazione del primo ministro la gestione, da parte degli operatori nel campo delle telecomunicazioni, delle infrastrutture della rete 5G.

Questo, secondo Parigi, permetterà alle autorità una valutazione caso per caso dei possibili problemi di sicurezza nazionale tenendo conto delle caratteristiche tecniche dei sistemi, della modalità della loro messa in opera e dei connessi rischi di ingerenza di Stati non europei, ovvero da parte della Cina.

Le ragioni di Parigi

L’Eliseo sembra quindi non aver recepito l’allerta di Washington per quanto concerne la sicurezza delle reti gestite da Huawei, già accusata in passato di spionaggio industriale e sospettata di aver utilizzato i propri prodotti per raccogliere dati di intelligence, tanto che negli Stati Uniti sono stati banditi dalla pubblica amministrazione e agli stessi militari è stato vietato di utilizzarli nelle basi.

La Francia quindi sembra avere una linea più cauta rispetto a quella americana ed anche l’intelligence d’oltralpe, in particolare i vertici dell’Annsi (Agence Nationale de la e la Sécurité des Systèmes d’Information), rifiuta la tesi dei Servizi tedeschi che avrebbero trovato “la pistola fumante” che prova i rapporti di Huawei coi le agenzie di spionaggio di Pechino

Le motivazioni di una tale scelta non sono però da ricercarsi in un atteggiamento ideologicamente ostile di Parigi verso Washington, bensì sembrano essere dettate più da questioni squisitamente di mercato: il bando di Huawei, oltre a provocare la rappresaglia cinese verso i suoi diretti concorrenti europei, avrebbe permesso ai produttori locali (Nokia ed Ericsson) di “fare cartello” ed imporre i propri prezzi, sicuramente maggiorati.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME