Un camuffamento ben studiato. Così si può riassumere la svolta monetaria dell’Africa “francese” che porterà al superamento del tanto discusso franco Cfa. La moneta cambia nome e pelle, diventa la rinnovata Eco, interesserà da luglio 2020 solo un novero ristretto dei Paesi dell’area del franco (Bénin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) ma sostanzialmente non cambierà i rapporti di forza nella regione.

Viene meno il franco, ma non il complesso di rapporti economici, politici e strategici che imbragano la Françafrique a favore di Parigi. Ben spiegati su Italia Oggi da Tino Oldani, secondo cui il franco è “il perno attorno al quale ruota l’intero sistema del controllo francese sui 14 Paesi”che lo adottano come valuta. Un mezzo, dunque, non un fine”, uno strumento funzionale al mantenimento di privilegi ben più smaccati, come il “primo diritto“, il privilegio garantito a Parigi sulle risorse delle ex colonie. “Da qui il controllo di Parigi su materie prime di enorme valore strategico: uraniooropetroliogascaffècacao. Soltanto dopo un esplicito ‘non interesse francese’, scatta il permesso di cercare un altro compratore. Ma attenzione: i maggiori asset economici di tutte le 14 ex colonie sono in mano a francesi che si sono insediati da tempo in Africa, diventando miliardari a palate”.

Tutto questo non cambierà con il passaggio all’Eco e, anzi, forse la Francia di Macron avrà gioco ancora più facile a controllare le nazioni dell’ex impero.

Non a caso ad annunciare assieme a Emmanuel Macron il superamento del sistema del franco è stato il presidente ivoriano Alassane Ouattara, il più smaccatamente filofrancese dei leader dell’area. Outtara, del resto, detiene il potere dal 2011, quando al termine di un breve conflitto civile che vide la sua fazione opporsi a quella del Presidente eletto Laurent Gbagbo riuscì, col sostegno francese, a ottenere il potere.

Ouattara era il cavallo vincente scelto da Nicolas Sarkozy per preservare gli interessi francesi nella regione, e Parigi intervenne direttamente venendo meno alla sua supposta neutralità pur di affossare Gbagbo, che al contrario aveva tutta l’intenzione di liberalizzare il mercato interno rompendo la tradizione del neo-colonialismo francese sulla Costa d’Avorio. Neocolonialismo che si sostanzia in privilegi come il “primo diritto” che Gbagbo aveva tutto l’interesse ad abolire e che avrebbe danneggiato gli affari di finanzieri rampanti come Vincent Bollorè nella regione. Da qui le mosse della Francia.

Con queste classi dirigenti, con il mantenimento delle altre problematiche del franco, dall’ancoraggio all’euro alla sua funzionalità al “primo diritto”, come possiamo ritenere che Parigi sia davvero destinata a garantire un maggior spazio di manovra alle ex colonie? E inoltre, sarebbe davvero realistico che uno Stato abituato a pensare napoleonicamente come quello francese si ritiri di sua spontanea volontà da un’area tanto strategica? Semmai, Macron cerca di compiere un’operazione di marketing politico per coprire un retrenchment strategico.

La Francia compatta l’area più fedele, nonché quella che è caratterizzata dal maggior quantitativo di risorse e dalle più complesse problematiche geopolitiche, per prepararsi ad affrontare il nuovo scramble for Africa. Continente nel mirino di Francia, Cina e Stati Uniti, nel mirino delle altrui strategie imperiali. In cui la moneta è strumento politico di prima importanza, non fine autonomo. Strumento di controllo funzionale a dinamiche geopolitiche. La corsa all’Africa è appena agli inizi, e la Francia sa che la sua posizione sarà sotto attacco da parte di attori di taglia maggiore. Logico pensare che per Parigi sia un imperativo rafforzare, piuttosto che rilassare, il controllo sulle aree di sua maggiore influenza. Altrettanto logico intuire che questo influirà ancor più negativamente sullo sviluppo autonomo di Paesi per cui il colonialismo non è mai veramente finito.