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Se raggiungere un cessate il fuoco a Gaza è stato complicato (e ci sono pur sempre stati 200 morti palestinesi dal momento della “firma”, due mesi fa), far procedere il resto del Piano Trump sembra esserlo ancor più. La prossima tappa dovrebbe vedere il completo ritiro delle truppe di Israele dalla Striscia e il contemporaneo dispiegamento di una “forza di pace” incaricata di fare da cuscinetto tra Hamas e gli israeliani e di garantire la sicurezza giorno per giorno ai palestinesi della Striscia.

Questo genere di missione, dall’ex Jugoslavia all’Afghanistan, tende a non avere grande successo. Questa di Gaza, però, rischia di non partire nemmeno. Donald Trump aveva pensato di coinvolgere i Paesi della regione, per almeno diverse ragioni: sono i primi a essere interessati a una maggiore stabilità collettiva; sono per tradizione i più vicini (ma negli ultimi tempi con pochissimi sforzi) alla causa dei palestinesi; volendo, hanno in sacco di denaro da investire nella ricostruzione della Striscia; sono quelli che, all’interno, più sentono la pressione in favore di un’azione positiva verso i palestinesi. In più, la Casa Bianca è interessata a coltivare una buona relazione, soprattutto con le monarchie del Golfo Persico, sia per ragioni strategiche (ospitano le basi militari Usa, e come gli Usa sono interessate a emarginare l’Iran) che per ragioni economiche, potendo attraverso l’Opec influenzare il mercato mondiale del petrolio e potendo, attraverso i rispettivi fondi sovrani, realizzare quegli investimenti nel mercato americano da Trump tanto agognati.

Però c’è un però. Ovvero la richiesta, anzi la pretesa di Israele di avere potere di veto sui Paesi che dovrebbero partecipare a quella “forza di pace”. Tradotto in termini pratici, Israele non vuole che mettano piede a Gaza i soldati di Turchia e Qatar, ovvero dei due Paesi più esposti nel sostegno ai Fratelli Musulmani (a loro volta sostenitori di Hamas) e non solo: il Qatar è stato per lungo tempo un santuario per i leader di Hamas, tanto da essere bombardato a metà settembre dai caccia di Israele che proprio a quei leader miravano; la Turchia è stato il Paese più esposto (anche se quasi solo a parole) nelle critiche e negli attacchi contro la condotta di Israele a Gaza, fino a spiccare un mandato d’arresto per il crimine di genocidio nei confronti di Benjamin Netanyahu e di Itamar Ben Gvir (ministro della Sicurezza Nazionale) e Israel Katz, ministro della Difesa. Sia la Turchia sia il Qatar, inoltre, sono “padrini” della Siria dell’ex terrorista islamista Al-Jolani, ora presidente Mohammed al-Sharaa. E che cosa pensi Israele della siria è ben dimostrato dall’invasione manu militari del Sud del Paese e dal ruolo evidente giocato nella ribellione dei drusi siriani.

E l’Arabia Saudita e gli Emirati…

La cosa avrebbe anche una certa logica apparente (non potete mettermi dei nemici alla soglia di casa), se non fosse per due considerazioni. La prima è questa: in due anni Israele (sempre e solo per difendersi, ovvio) ha bombardato più o men o intensamente otto Paesi del Medio Oriente, compresi quelli come la Siria che non avevano nemmeno alzato un dito nei suoi confronti. Risulta quindi piuttosto difficile capire quali siano i Paesi che Israele NON considera nemici. La seconda considerazione è che Israele a Gaza si è reso colpevole di un genocidio (o, come ha stabilito la Commissione indipendente Onu, di “atti di genocidio”) che non dovrebbe consentirgli, ora, di dettare condizioni né all’alleato principale, gli Stati Uniti, né alla comunità internazionale. La quale, però, ha già scopato sotto l’ampio tappeto della convenienza il fresco ricordo delle centinaia di migliaia di vittime di Gaza.

Come se questo non bastasse, all’ombra dei veti israeliani si gioca una partita politica di tutto rispetto. A voler tenere alla larga Turchia e Qatar ci sono anche l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che non hanno certo dimenticato i precedenti e profondi contrasti. Arabia Saudita che, a sua volta, è l’oggetto del desiderio degli Usa di Trump, la gemma di quella corona diplomatica chiamata Accordi di Abramo di cui gli Emirati già fanno parte. L’ingresso dei sauditi (e magari anche della Siria di Al-Sharaa) sancirebbe quella riscrittura del Medio Oriente in chiave Usa cui la Casa Bianca è oggettivamente vicina, molto più di quanto siano mai arrivati i neocon dell’epoca Bush.

Però qui c’è un altro però. Mohammed bin Salman, l’uomo forte dell’Arabia Saudita, avrebbe anche una gran voglia di accettare. Ma per farlo, sapendo che ciò implicherebbe la normalizzazione dei rapporti con Israele, ha bisogno di conquistare un trofeo: un qualche impegno che faccia pensare alla possibilità di uno Stato palestinese (ne abbiamo parlato qui). Cosa cui Trump sarebbe anche incline (il suo Piano parla esplicitamente di un “percorso verso l’autodeterminazione e lo Stato palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”), se non fosse che Netanyahu e la maggioranza che lo sostiene (e forse anche un’ampia quota dell’opinione pubblica israeliana) sono categoricamente contrari.

Ed è in questa specie di labirinto politico che andremo vagando nei prossimi mesi. Con un’unica certezza: a rimetterci, sempre e comunque, saranno i palestinesi.

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