Donald Trump dovrebbe rinnegare l’Alt-Right. Questa, in sintesi, è la richiesta che a gran voce proviene dagli ambienti evangelici in questi giorni. Eppure, nonostante il peso politico dei protestanti, il presidente degli Stati Uniti d’America sul tema non si è ancora espresso con fermezza. Perché?

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Gesti simbolici ne ha fatti. Uno su tutti, la cacciata di Steve Bannon dal consiglio nazionale per la sicurezza, ma una condanna decisa della destra alternativa americana non è mai arrivata. Nel sottobosco a stelle e strisce, e di questo Trump ne ha piena consapevolezza, l’Alternative-Right è lungi dall’essere destinata scomparire. E, anzi, prosegue nella sua opera di diffusione di campagne tematiche finalizzate all’accrescimento dei consensi. L’ultima trovata è l’ “Accademia dei troll”.

Quanto successo in Alabama con la vittoria di Roy Moore, candidato di Bannon alle primarie repubblicane per il seggio lasciato vacante da Jeff Sessions, ora ministro della Giustizia, è stato un segnale più che esemplificativo: l’Alt-Right punta a dettare la linea del partito repubblicano per il prossimo futuro e a destituire i conservatori dalla loro leadership numerica e culturale nel Gop. Quando Donald Trump si è candidato alle primarie repubblicane per correre come presidente, nessuno, a parte l’Alt-Right, credette alla serietà della cosa. L’esito di quella scelta è noto tutti. La sensazione è che la destra alternativa americana abbia ormai consolidato un consenso tale da garantirgli la sopravvivenza a qualunque scossone o condanna possa provenire dalle stanze del potere. La tattica messa a punto durante la  campagna elettorale presidenziale, del resto, funziona ancora. Internet e il seguito social, ma ora anche territoriale, di Bannon e soci sono lì a dimostrarlo. 

Quando nel marzo scorso Shia LaBeouf e il suo collettivo hanno montato una webcam a New York, sulla scia della campagna politico-artistica denominata “He will not divide us” (Lui non ci dividerà), al fine di consentire a tutti gli oppositori della presidenza Trump di registrare video in streaming di protesta, quelli di 4chan, il sito web imageboard fondato da Christopher Poole, si resero protagonisti di una di quelle che in gergo internauta si chiamano “trollate”. Un gesto che ha rappresentato alla perfezione lo spirito e la forza che l’ Alt-Right ha conquistato sul web negli Stati Uniti. Poiché la telecamera era stata più volte presa da mira dai trumpisti, infatti, LaBeouf fu costretto a cambiare zona di posizionamento del videostreaming: la telecamera fu piazzata in un posto sperduto, puntata fissa su una bandiera bianca con scritto in nero, appunto, “He will not divide us”.  LaBeouf era convinto che la messa in onda del video sarebbe potuta e dovuta continuare per tutta la durata del mandato di Trump. Ma i nerd di 4chan sono riusciti, si dice mediante l’interpretazione delle costellazioni, ad individuare il tutto nel Tennesse, a Greenville. Dopo aver “arruolato” un cittadino della zona, hanno rubato la bandiera sostituendola con un t-shirt di Pepe The Frog, il meme dell’Alt-Right, e un cappellino rosso abbastanza conosciuto di questi tempi, quello con su scritto “Make America Great Again”. Una storia che ha suscitato ilarità, ma che raffigura bene le modalità esecutive della strategia dell’Alt-Right. 

Durante la sfida Trump vs Clinton, poi, la destra alternativa si è imposta in una materia da sempre ostile ai repubblicani: la comunicazione. Campo in cui i dem sono spesso maestri, basti pensare alle due immaginifiche campagne social di Barack Obama. Eppure contro Pepe The Frog c’è stato poco da fare. Anche per l’incredibile macchina da guerra circondante Hilary in campagna elettorale. Certo, l’Alt-Right senza le grande quantità di denaro mosse dal Tycoon potrebbe finire per essere ridimensionata, ma la domanda vera è: può Donald Trump rinunciare a Milo Yiannopoulos e alla sua “Troll Accademy”? Può fare a meno della visione del mondo di Steve Bannon? Della cassa di risonanza donatagli da Breitbart?

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Il sito fondato da Andrew Breitbart, di cui adesso Bannon è di nuovo il direttore, nella campagna elettorale presidenziale ha fatto esplodere o ha cavalcato, la maggior parte delle volte in esclusiva, i seguenti casi mediatici: gli scandali sessuali di Weiner, marito di Huma Abedin, collaboratrice di Hilary Clinton; il video poi divenuto virale chiamato “Clinton Clash”, un’ora e quattro minuti di denuncia sulla “falsa filantropia” dei coniugi più famosi d’America; il mailgate; i presunti brogli nei confronti di Sanders durante le primarie democratiche; E poi, dopo la vittoria di The Donald, ha continuato, mettendo in risalto, ad esempio, il legame intercorso tra chi è sceso in strada a manifestare contro l’esito delle elezioni, nelle manifestazioni organizzate immediatamente dopo lo spoglio, e alcuni grandi magnati della finanza speculativa mondiale. Breitbart, insomma, è stato il braccio armato di Trump.

Il mezzo che ha osato dire quello che neppure un presidente così politically incorrect sembrava avere la facoltà di dichiarare. E Breitbart agli americani, e non solo, piace soprattutto perché rompe puntualmente il velo di Maya del politically correct. Tanto che nell’aprile del 2017 ha registrato un picco di visitatori unici pari 10,7 milioni. Poi ci sono i suoi simili: Townhall, National Review, The Blaze e così via. Un universo composito spesso associato, come in questo pezzo del Nyt, ad un quantitativo enorme di articoli, immagini, meme, gif e qualunque altro strumento utilizzabile sul web  finalizzato alla propaganda politica. Ma l’Alt-Right non è solo questo o meglio non si limita a esistere sulla creatura di Tim-Berners-Lee. I numeri delle primarie in Alabama dimostrano come i likes, a volte, possano trasformarsi in voti. Ecco perché, in fin dei conti, è improbabile che Donald Trump rinunci completamente e definitivamente all’Alt-Right. Alle prossime presidenziali, in fin dei conti, mancano solo tre anni.