Credo che pochi si aspettassero che le vicende della Global Sumud Flotilla, e l’intervento piratesco di Israele per fermarla in acque altrimenti internazionali e libere, potessero destare nel nostro Paese una tale reazione di sdegno e solidarietà. E se ho ragione nel crederlo, è di certo un buon segno: vuol dire che i sentimenti della gente sono ancora in grado di sfuggire ai sondaggi, agli algoritmi e al marketing della politica. Ancora più stupefacente, però, è stato il tasso di mediocrità della reazione della cosiddetta “classe dirigente”, ancora convinta di poter traccheggiare con le frasi fatte dopo due anni di massacri, e di poter coprire con qualche tonnellata di aiuti umanitari (per carità, sempre benedetti), peraltro inviati solo quando lo scandalo mondiale della fame usata come arma era ormai conclamato, la compiacenza (e qualcuno direbbe complicità) verso il progetto di decimazione e genocidio in corso nella Striscia di Gaza.
Di fronte a centinaia e centinaia di migliaia di persone che più e più volte sono scese in piazza, investendo il proprio tempo e, con lo sciopero, il proprio denaro, la “classe dirigente” non ha saputo produrre un argomento degno di questo nome. Anche critico, anche contrario, ma che contenesse una parvenza di pensiero. Invece il solito sconsolante armamentario usato anche dai troll subito inviati nella prima linea dei social, quelli che hanno dieci follower, l’account aperto da un anno, niente foto ma avatar e per combinazione fanno tutti di professione il content creator. Il diritto internazionale ha i suoi limiti (un ministro). Questi vogliono il week end lungo (un primo ministro). Via via fino ai classici: li paga Hamas, non hanno voglia di lavorare, danneggiano gli italiani che vogliono andare a lavorare e a studiare. Per arrivare ai classicissimi: sfasciano tutto, sono violenti.
Più evidente, ma meno insidiosa perché ormai ampiamente sputtanata, la mobilitazione dei soliti mammozzoni da Tv, armati di piccole censure e luoghi comuni, come quello che li porta (lo dicono tutti, loro) a paragonare l’invasione dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin al genocidio dei gazawi organizzato da Benjamin Netanyahu. Come se il peccato di uno assolvesse quello dell’altro. Come se, tra l’altro, i palestinesi di Gaza avessero per difendersi un esercito di 250 mila uomini armato e assistito da tutti gli arsenali dei Paesi Nato, e non esattamente il contrario. Come se loro, proprio loro, non avessero usato il dramma dell’Ucraina anche come arma di distrazione di massa, per ignorare o minimizzare il genocidio di Gaza e le centinaia di migliaia di vittime civili nella Striscia. Le solite facce, di anno in anno più scontate e inevitabilmente avvizzite, a ripetere gli stessi argomenti secondo il più vecchio standard della pubblicità: ripetere, ripetere e ripetere, per stampare in qualche testa il concetto.
Si capisce bene qual è il vero problema di questa “classe dirigente”: vedersi scivolare tra le dita il controllo dell’opinione pubblica. Veder franare il castello di carte fatto di “Israele ha il diritto di difendersi”, “non è un genocidio”, “è prematuro riconoscere lo Stato di Palestina”, “la Albanese non condanna Hamas” e altre balle simili. Perché temono che questa possa essere la classica crepa nella diga, il piccolo varco che, allargandosi, fa franare tutto.
Che cosa non capiscono
E questo accade perché non capiscono. Temono che gli scioperi e le manifestazioni per Gaza siano rivolte contro di loro. Che possano far cadere il Governo. E non si rendono conto di avere di fronte un fenomeno molto molto più ampio e molto molto meno meschino. Un fenomeno per cui lo stesso Governo può vincere un’elezione regionale e il giorno dopo ritrovarsi in piazza cinquecentomila persone che non ne possono più di questa strage impunita e del dispiegamento di propaganda usato per negarla. Se vogliamo stare alle nostre piccole vicende italiane, ecco un sondaggio che lo dimostra:

Gaza, la Flotilla… Non sono di destra né di sinistra. Giocarsela in questo modo è suicida. Sono questioni che, assai più semplicemente, riguardano la coscienza di ogni singola persona. Le manifestazioni di queste settimane ricordano, anche se su scala minore, quelle del 2003 alla viglia dell’invasione dell’Iraq. Generose. Inutili, perché poi Bush e Blair decisero ugualmente l’invasione. Ma il minimo che si può dire è che la “classe dirigente” di allora aveva torto e chi scendeva in piazza, come ben sappiamo, aveva ragione. Un torto e una ragione che abbiamo poi misurato con centinaia di migliaia di morti e con guerre infinite.
In Italia come in Europa
Quanto accade in Italia adesso, peraltro, corrisponde perfettamente a quanto accade in Europa da tempo. Con i malesseri di Francia e Regno Unito, che stanno travolgendo la ridicola grandeur macroniana e, a Londra, un Governo dopo l’altro. Con le profonde inquietudini della Romania e della Germania, dove una nuova coscienza su Gaza è dilagata benché i Governi Scholz e Merz abbiano fatto di tutto per stroncarla. Con i rivolgimenti in Slovacchia, dove governa un premier come Fico, a dir poco euroscettico, e in Repubblica Ceca, dove rischia di tornare al governo la destra populista. In tutti questi Paesi la profonda crisi di sfiducia produce un calderone ribollente di xenofobia, liberismo autoritario, dottrine autarchiche, nazionalismo. Servirebbe una risposta chiara, capace di coinvolgere i cittadini. Una risposta generosa (aggettivo mai abbastanza impiegato), aperta, di prospettiva.
E invece che cosa abbiamo? Repressioni e censure. Candidati vincenti estromessi con i più diversi artifici, partiti minacciati di bando quando non effettivamente banditi, progetti orwelliani di controllo della popolazione. Ma il diritto di voto, ovvero il diritto di ogni singolo cittadino di scegliere la proposta politica che più look convince, non è la basa della democrazia? InsideOver non smette di raccontare come, invece, la “classe dirigente” si preoccupi non tanto di dare le risposte necessarie ma pensi soprattutto a dotarsi di sempre nuovi strumenti di potere (si veda qui e qui). Del resto lo ha ben spiegato Shabana Mahmood, la nuova ministra degli Interni del Regno Unito, quando ha detto: “La società britannica ha bisogno di un controllo totale e solo l’assoluta obbedienza dei cittadini a tale controllo potrà far uscire la Gran Bretagna dalla crisi… Il controllo è l’amore dello Stato verso il cittadino, senza controllo la stragrande maggioranza dei cittadini non è capace di amore e generosità… In assenza di controllo da parte dello Stato si perde la possibilità di convincere gli elettori dell’importanza della diversità”.
Se davvero la “classe dirigente” crede che i cittadini non si accorgano dei trucchi e trucchetti, dei giornalisti e degli influencer un tanto al chilo, delle messe in scena retoriche a uso telecamera, compie un grave errore che prima o poi pagherà. Speriamo solo che, a furia di tirare a campare, negare la realtà e far finta di niente, non finiamo per pagarlo tutti.
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