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Il Patto di Varsavia ha segnato la storia del Novecento definendo l’ascesa e il declino dell’Unione Sovietica. La sua disgregazione è stato uno sei simboli tangibili della fine dell’impero di Mosca, culminato solo più avanti con l’intera disgregazione dell’Urss e del sistema socialista. Fine che ha provocato non solo la conclusione di una lunga stagione di contrapposizione tra blocchi in Europa, ma anche l’inizio di una serie di reazioni a catena che hanno portato i vecchi Stati satellite del Cremlino a scegliere la via dell’Occidente, in particolare della Nato.

La fine del Patto di Varsavia, avvenuta in quel fatidico 1° luglio 1991, venne vissuta dai contemporanei con sentimenti contrastanti. Per alcuni la fine di un incubo. Per altri la fine di un sogno. Per altri ancora la riscossa di un’Europa che appariva libera dal giogo sovietico. Per altri, infine, l’inizio di un mondo unipolare in cui gli Stati Uniti, usciti vincitori dalla Guerra Fredda, avrebbero regnato sul “mondo libero” dopo decenni di contrapposizione strategica e ideologica.

La guerra in Ucraina, con la “cortina di ferro” che sembra essere calata nuovamente sull’Europa, ha resuscitato antichi spettri che apparivano rimossi proprio da quel luglio 1991. L’idea di un impero russo, non più sovietico, che cercava ancora la formazione di un’area di influenza alternativa alla Nato e al di là dei propri confini nazionali è apparsa come un inquietante indizio di una storia che sembra destinata a ripetersi. Un trauma che i Paesi facenti parte del Patto di Varsavia non hanno mai del tutto metabolizzato, al punto che oggi, anche grazie al sostegno degli Stati Uniti, appaiono come i principali fautori dell’intransigenza atlantica rispetto a qualsiasi richiesta proveniente da Mosca. Reazione naturale, che poggia le sue radici non solo su una storica contrapposizione con l’impero zarista ma anche con la paura di essere di nuovo considerati parte di un blocco facente capo al Cremlino. In effetti, alcune mosse di Vladimir Putin ricordano quello che fu l’impero sovietico. Se non altro per l’idea, perorata dal governo russo, di tentare la ricostruzione di un’area di influenza in grado di fornire quelle “garanzie di sicurezza” richieste da Sergei Lavrov e da altri ministri e ritenute essenziali dai vertici moscoviti. Garanzie di sicurezza che ricalcavano tuttavia una situazione molto più simile a quella precedente al Patto rispetto alla realtà attuale.

Una forma di ritorno al passato che, per le condizioni venutesi a creare negli ultimi anni, risultava pressoché impossibile da ripristinare. Uno scontro strategico che non ha più quel substrato ideologico che aveva la contrapposizione tra Urss e Usa ai tempi della Guerra Fredda e che conferma invece quanto la formazione di quegli Stati-satellite fosse un’esigenza molto più strategiche che politica o culturale.

Oggi non sembrano esserci le condizioni per tornare a un passato in cui Mosca era capitale di un impero con proiezione europea. L’assorbimento degli ex aderenti a Varsavia nella Nato e nell’Unione europea è la dimostrazione che la Russia difficilmente potrà tornare ad avere un ombrello protettivo sull’Europa orientale come lo aveva alla fine della Guerra Fredda. In ogni caso, l’impianto strategico di quell’accordo è ancora oggi vivo nella memoria dei Paesi sottostanti l’Urss ma anche nella capitale russa, dove gli eredi della scuola
sovietica sono consapevoli che la presenza di un’area-cuscinetto tra la Federazione e la Nato sia l’esigenza prioritaria del Cremlino.

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