Joe Biden, stando alle previsioni iniziali, avrebbe dovuto vincere le primarie democratiche con la scioltezza tipica di chi, utilizzando un’espressione divenuta celebre nel mondo del calcio, sta disputando “un campionato a parte”. Una gara impari, che non avrebbe dovuto riservare sorprese. Ma negli Stati Uniti sta iniziando a circolare una convinzione: può non andare così.

È una storia che conosciamo bene: il candidato per eccellenza, quello dato per vincente dai più, sconfitto dall’outsider considerato al massimo “interessante” dalla narrativa filo-democratica. Hillary Clinton, nel 2008, avrebbe dovuto sbaragliare la concorrenza. Poi arrivarono i caucus in Iowa, che sarà anche nel 2020 il primo Stato a votare. Barack Obama prese, arrivando dinanzi a tutti, il 37,58% dei voti. Era il principio, peraltro un po’ ventilato, di una parabola politica che sarebbe durata otto anni. Ma se la corrente liberal-democratica, oggi, si trova in una situazione di palese difficoltà, non dipende solo dall’avanzata socialista, pure dalla fragilità di quella traiettoria, che si è rivelata tanto immaginifica quanto deleteria per le sorti politiche degli asinelli.

Non si può dare per scontato che la candidatura di Joe Biden finisca in un naufragio. Però la “filiera Obama”, quella che anche in Europa detta ancora legge a sinistra, almeno per quel che riguarda l’influenza ideologica, deve fare i conti con il fallimento conclamato di un’esperienza alla Casa Bianca verso cui non molti statunitensi provano nostalgia. Dalle parti nostre, questo malcontento, è stato raccontato poco. Tuttavia i risultati del 2016, nonostante lo stupore provato dai commentatori all’epoca, dovrebbero fungere da valutazione per tutti. L’ex vicepresidente degli Stati Uniti incarna la continuità, insomma, ma non si può dare per assodato che gli americani vogliano assistere alla replica di uno schema che hanno già respinto tre anni e mezzo fa.

Non c’è molto da scegliere nella parte centrista. Per accedere al dibattito televisivo settembrino, che si terrà a Houston, bisogna far registrare una certa percentuale di finanziamenti ricevuti e una certa percentuale di preferenze sondaggistiche. Joe Biden, considerando Kamala Harris e Pete Buttigieg due esponenti liberal-progressisti, quindi un po’ meno spendibili per la base elettorale che fece la fortuna degli asinelli fino alle scorse presidenziali, è l’unico sicuro, tra i moderati, di prendere parte al debate. Beto O’Rourke, l’altro grande obamiano della contesa, alla fine dovrebbe farcela, ma le rilevazioni narrano di un exploit venuto meno con la sconfitta inflittagli da Ted Cruz alle elezioni di medio termine: se non si verificheranno miracoli, il texano non sarà il candidato che i Dem opporranno a Donald Trump per la presidenza degli Stati Uniti.

Il sindaco di New York Bill De Blasio, ancora, avrebbe dovuto fare da cassa di risonanza agli elettori post-clintoniani. Quelli non socialisti, ma poco disposti a ricollocare lo scettro nelle mani dei soliti noti. La campagna elettorale del primo cittadino della Grande Mela, però, non sembra produrre effetti degni di nota. Neppure lui dovrebbe spuntare la nomination. Quindi il fronte liberal – democratico si trova in una situazione di uno (Biden) contro tutti, dove per “tutti” bisogna intendere i candidati socialisti, davvero tanti, che si sono presentati alla tornata preliminare. Il che può essere un vantaggio in termini di voti, perché chi non vuole votare per Bernie Sanders, Elizabeth Warren e compagni deve per forza guardare a Biden, ma pure la spia di come l’universo democratico sia mutato da quando The Donald è stato eletto.

Queste sono considerazioni politologiche, poi ci sono fatti: le critiche avanzate da Kamala Harris, che sembra pronta a spiccare il volo, per le posizioni espresse nel passato da Biden su aborto e segregazionisti. E, infine, una specie di mistero sul perché Barack Obama non abbia ancora iniziato, con un endorsement pubblico, a fare la sua campagna con e per Joe Biden. Forse l’ex comandante in capo è consapevole di come la vittoria del suo numero due non abiti nella dimora delle certezze assodate.