Non serve più inviare carri armati o paracadutisti per destabilizzare un governo. Oggi, il regime change si costruisce con hashtag, conferenze patinate e giovani attivisti trasformati in pedine di una scacchiera geopolitica. Il caso della Bolivia del 2019, con il colpo di Stato che ha spodestato Evo Morales, è un manuale perfetto di come le ONG, sotto la bandiera dei diritti umani e dell’ambiente, possano diventare strumenti di ingerenza per riscrivere la mappa del potere.
L’incendio che brucia Morales
Nell’estate del 2019, mentre l’Amazzonia andava a fuoco, un’ondata di indignazione globale si è abbattuta sulla Bolivia. Lo slogan SOS-Bolivia ha invaso i social, puntando il dito contro il presidente Evo Morales, accusato di aver lasciato bruciare la foresta per favorire gli interessi delle sue politiche agricole. Al centro della campagna c’era Jhanisse Vaca Daza, giovane attivista ambientale, che con il suo movimento Ríos de Pie ha catalizzato l’attenzione mediatica internazionale, dipingendo Morales come un nemico dell’ambiente.
Ma dietro le proteste e gli hashtag c’era molto più di una crociata ecologica. Come rivelato da un’inchiesta di The Grayzone, la campagna contro Morales è stata amplificata da figure chiave del mondo dell’ingerenza globale, come Srđa Popović, fondatore di CANVAS (Centre for Applied Nonviolent Action and Strategies), un’organizzazione specializzata nel formare attivisti per rovesciare Governi sgraditi all’Occidente. Popović, fotografato accanto a Vaca Daza, non era un semplice sostenitore: era il burattinaio di una strategia collaudata.
La formazione dei “dissidenti”
Vaca Daza non è un’eroina improvvisata. La sua carriera è un esempio lampante di come le ONG costruiscano reti di influenza. Grazie alla Freedom Fellowship, una borsa di studio promossa dalla Human Rights Foundation (HRF) per “difensori dei diritti umani” provenienti da “Paesi autoritari”, Vaca Daza ha ricevuto formazione e supporto. L’HRF, in partnership con CANVAS, ha creato un programma annuale che, con la scusa del tutoraggio, plasma attivisti pronti a sfidare Governi non allineati agli interessi occidentali.
Non è un caso che Vaca Daza, come si legge nel suo profilo LinkedIn, sia diventata network manager per l’Oslo Freedom Forum, una serie di conferenze internazionali organizzate dall’HRF. Qui, tra tartine e champagne, si incontrano figure come Popović, rappresentanti dell’Einstein Institute (pioniere delle rivoluzioni colorate), e attivisti di movimenti come le Pussy Riot russe o dissidenti nordcoreani. Un servizio della BBC sull’Oslo Freedom Forum ha messo a nudo la realtà: “Per rovesciare un Governo, bisogna essere organizzati e pianificare meticolosamente”. Parole che suonano come un’ammissione: queste conferenze non sono solo dibattiti, ma laboratori di destabilizzazione.
Il copione dell’ingerenza
Il caso boliviano non è isolato. È un copione che si ripete: ONG e fondazioni, spesso finanziate da Governi occidentali o grandi filantropi, creano reti di attivisti locali, li formano, li finanziano e li lanciano contro i Governi da abbattere. In Bolivia, la causa ambientale è stata il grimaldello per delegittimare Morales, dipinto come un tiranno ecocida. L’indignazione globale, alimentata da hashtag e campagne mediatiche, ha preparato il terreno per il colpo di Stato del novembre 2019, che ha costretto Morales all’esilio.
Questo sistema non si limita alla Bolivia. Le “rivoluzioni colorate” in Georgia, Ucraina, e Kirghizistan seguono lo stesso schema: ONG come Freedom House, National Endowment for Democracy (NED) o l’Open Society Foundations di George Soros finanziano movimenti locali, addestrano leader sotto il pretesto della difesa dei diritti umani, e costruiscono un’immagine di crisi che giustifica interventi esterni. L’obiettivo? Creare un mondo diviso tra un Occidente “democratico” e un resto del pianeta “barbarico”, pronto per essere “salvato” – o meglio, rimodellato – secondo gli interessi di Washington e Bruxelles.
L’ipocrisia dei diritti umani
Il paradosso è che queste operazioni si nascondono dietro la bandiera dei diritti umani e della società civile. Le ONG, con i loro budget milionari, non sono solo organizzazioni benevole: sono spesso strumenti di soft power, che trasformano le aspirazioni di giovani attivisti in carburante per guerre fredde o calde. La Human Rights Foundation, ad esempio, non si limita a promuovere la libertà: finanzia e addestra chi può destabilizzare Governi sgraditi. CANVAS, con il suo manuale per la “rivoluzione non violenta”, è stato coinvolto in decine di movimenti, dall’Egitto all’Ucraina, sempre con lo stesso obiettivo: il cambio di regime.
E mentre l’Occidente si erge a paladino della democrazia, il prezzo lo pagano i popoli. In Bolivia, il colpo di Stato ha portato a un Governo provvisorio di destra, repressione di dissenso e instabilità economica. In altri Paesi, come l’Ucraina, le “rivoluzioni” hanno aperto la strada a conflitti devastanti. La libertà promessa si è spesso tradotta in caos, con le élite locali e internazionali a spartirsi le spoglie.
Un gioco pericoloso
Non si tratta di difendere Morales o altri leader presi di mira. Ogni Governo ha le sue colpe, e il potere, ovunque, tende a corrompersi. Ma il sistema di ingerenza orchestrato attraverso ONG e fondazioni rivela una verità scomoda: la democrazia non è l’obiettivo, ma un alibi. Dietro le conferenze patinate e gli hashtag virali c’è un disegno preciso: controllare risorse, mercati, governi. E mentre i giovani attivisti credono di lottare per un mondo migliore, spesso sono solo pedine in un gioco più grande, dove a vincere non sono i diritti umani, ma il potere.
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