Joe Biden si è trovato negli ultimi mesi, con la sua amministrazione, a dover raccogliere il fardello della sconfitta afghana degli Stati Uniti, dimostrandosi in ogni caso lassista e poco attento agli allarmanti report che davano come probabile lo scioglimento dell’esercito di Kabul come neve al sole e il ritorno al potere dei talebani dopo l’inizio del ritiro degli Usa. Le immagini della calca all’aeroporto di Kabul, del ritorno dei caduti nell’attentato compiuto dall’Isis-K nelle bare avvolte nella bandiera a stelle e strisce, dei caroselli dei talebani per la capitale dell’Afghanistan dopo la presa della città sono la cronaca di una disfatta che rischia di portare al capolinea la presidenza Biden dopo sette mesi dal suo insediamento.

Mentre a Washington si discute di errori e responsabilità legati alla guerra persa e tra gli apparati è già partita la guerra delle accuse reciproche Biden si trova in una situazione estremamente complessa data la mole delle sfide che lo attendono a settembre, mese già indicato dall’Economist come crocevia fondamentale per il futuro della sua amministrazione.

Con le immagini della disfatta afghana ancora indelebili nelle menti dei cittadini statunitensi, consensi in rapido deterioramento e critiche bipartisan provenienti dal Partito repubblicano e dal suo stesso Partito democratico Biden avrà la necessità di affrontare almeno tre sfide chiave.

Il 14 settembre, in primo luogo, si voterà in California per il recall del governatore Gavin Newsom, a rischio rimozione e sostituzione qualora la maggioranza degli elettori ne bocciasse la permanenza al potere a Sacramento. Come ampiamente spiegato da Andrea Walton su queste colonne, il voto è cruciale per il Partito Democratico. Tanto che lo stesso Biden ha scelto di andare a far campagna elettorale per difendere il governatore di una roccaforte fondamentale dell’Asinello statunitene. L’editorialista Chris Cillizza ha scritto sul sito della Cnn che Newsom teme fortemente la sottovalutazione del voto da parte dei democratici e la galvanizzazione della base repubblicana, che vede nella prospettiva di rimuovere il governatore un’opportunità storica per riaprire i giochi in California, ed è indubbio che un’eventuale disfatta cadrebbe direttamente come capo d’imputazione politico per l’amministrazione di Washington. In una rara situazione per gli Usa, nel contesto di un voto locale, per quanto riguardante il più popoloso e prospero Stato dell’Unione, acquisente valenza nazionale sta addirittura prendendo corpo l’ipotesi di una visita di Biden in California in sostegno di Newsom. Un’arma a doppio taglio, che sovrapporrebbe di fatto i destini del governatore all’immagine della presidenza.

Ma non finisce qui. Nel frattempo, mentre gli elettori californiani decideranno il futuro del loro Stato, il Congresso dovrà esaminare uno dei piani più ambiziosi dell’amministrazione, la componente non bipartisan del piano Build Back Better di sviluppo industriale ed infrastrutturale, che punta a quadruplicare o quintuplicare i 566 miliardi di dollari stanziati nel disegno di legge passato al Senato in asse con i Repubblicani. Il piano, che si dovrà sostanziare in un disegno di legge ancora da imbastire, prevede nell’ottica di Biden una spinta sulla transizione ecologica, un aumento delle imposte, il rafforzamento del welfare e sussidi più generosi. I radicali di sinistra del partito lo vedono come la compensazione per l’approvazione della legge bipartisan con i repubblicani, ma i voti al Congresso sono in bilico. Nancy Pelosi, speaker della Camera, ha ottenuto che il voto sul primo disegno di legge sia promosso entro il 27 settembre, ma restano aperte le negoziazioni sul testo del secondo, più ampio pacchetto. Una legge su cui l’amministrazione Biden rischia l’osso del collo: certa l’opposizione repubblicana, sarà sempre più enfatizzato il peso del duo conservatore del gruppo democratico al Senato, formato dalla rappresentante dell’Arizone Kyrsten Sinema e dall’inossidabile Joe Manchin della West Virginia. I due senatori sono contrari a un piano complessivo da 3,5 trilioni di dollari e chiedono che a essere finanziato con debito federale sia al massimo la metà di questa cifra, una mossa che mette sotto il controllo dei loro decisivi voti qualsiasi proposta politica.

Il tema del debito, al contempo, è un problema perché, venendo alla terza sfida di Biden, entro fine settembre il Congresso dovrà innalzare il tetto della disponibilità federale all’indebitamento pena il rischio di uno shutdown dei servizi federali, da sempre fonte di problemi politici per le amministrazioni che si trovano ad amministrarlo. La contemporaneità tra queste ultime due sfide e il rischio che su Biden cadano i fardelli del temporaneo stop del governo federale e di una crisi interna al suo partito, accentuata dal caos californiano, creano il rischio di una tempesta perfetta. Difficilmente un comandante in capo sconfitto ha subito la tempra per ributtarsi in battaglia. Ma il provato e logorato Biden non ha altra scelta: una grossa fetta del suo futuro da presidente passa per i risultati del prossimo settembre. Mese in grado di riscattare parzialmente o aggravare il bilancio disastroso dell’estate conclusa dalla rotta afghana.