Il 6 ottobre la Tunisia andrà al voto, anche se per la verità il risultato appare scontato. Come per la vicina Algeria, dove l’uscente Abdelmadjid Tebboune ha vinto con oltre il 94% dei consensi, anche qui il presidente in carica è quasi certo della vittoria. Kais Saied si prepara al suo secondo mandato, il tutto in un quadro dove, in barba alla primavera araba del 2011, il potere appare sempre più accentrato nelle mani del capo dello Stato. Il voto tunisino dunque, non sarà determinante per la scelta del presidente ma da esso arriveranno spunti interessanti per capire in che direzione andrà il Paese nordafricano. Anche perché, su di esso, spirano sempre più forti i venti provenienti dal Golfo.
L’aiuto delle petromonarchie
C’è una costante nella Tunisia di questo primo quarto di secolo: a prescindere dal presidente in carica e dal suo sistema politico, il Paese è sempre stato in crisi economica. La stessa che animato le proteste anti Ben Alì nel 2011 e la stessa che, nel 2019, ha spinto la gente a dare fiducia a Kais Saied. Quest’ultimo, all’epoca docente indipendente poco conosciuto, ha vinto con la promessa di tagliare i ponti con la corruzione e di rilanciare l’economia.
Ma i tunisini continuano a convivere con inflazione e disoccupazione alle stelle. E il deficit nel frattempo è diventato sempre più insostenibile. Così come sottolineato dalla ricercatrice Ispi Caterina Roggero, Tunisi per salvare il suo bilancio ha drenato soldi dalla Banca centrale per un totale di 2.3 miliardi di dollari. Ma questo ovviamente non può bastare. Il prestito dell’Fmi da 1.9 miliardi di dollari è in stand by per i dissidi tra l’istituto con sede a Washington e il presidente Saied.
La sopravvivenza è arrivata dal Golfo e, in particolare, dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. I primi nei mesi scorsi hanno staccato un assegno da oltre un miliardo di dollari, Abu Dhabi dal canto suo si sta concentrando in diversi investimenti all’interno del Paese nordafricano. Tunisi, al pari de Il Cairo, è “too big to fail”, troppo grande (almeno a livello politico, nonostante un’economia debole) per fallire. Le petromonarchie sono arrivate in soccorso e hanno messo la fatidica, ma non certo definitiva, pezza.
Cosa aspettarsi dalla Tunisia orientata verso il Golfo
L’Europa è non pervenuta. Giorgia Meloni lo scorso anno ha fatto la spola, assieme alla presidente della commissione Ue Ursula Von Der Leyen, tra Roma e Tunisi per cercare accordi soddisfacenti. Bruxelles ha stornato una manciata di milioni di Euro, percepiti da Saied come un’elemosina e poco più. Il presidente tunisino si aspettava probabilmente qualcosa di diverso, anche perché il 2023 è stato l’anno record delle partenze di migranti verso l’Italia e sperava in un “soccorso” più incisivo da parte del Vecchio Continente.
Con un bilancio di fatto retto dai soldi delle petromonarchie, occorre aspettarsi quindi una Tunisia sempre più vicina ai Paesi del Golfo. Per l’Europa, si tratta di un azzardo: i petrodollari hanno da un lato evitato l’avvicinamento definitivo con Mosca e Pechino (impegnate da tempo nel corteggiare Saied), ma dall’altro potrebbero comunque portare Tunisi fuori dall’orbita europea. Soltanto dopo le elezioni sarà quindi possibile capire cosa accadrà e cosa occorrerà aspettarsi.

