Gli Stati Uniti hanno lasciato l’Afghanistan dopo una guerra durata la bellezza di 20 anni, la più lunga mai capitata nella storia americana. Joe Biden aveva fissato al 31 agosto la deadline finale. Entro quel giorno i soldati statunitensi, e con loro l’intero corpo diplomatico, avrebbero dovuto abbandonare Kabul per fare ritorno in patria. Così in effetti è avvenuto, non però senza polemiche per un’evacuazione non proprio gestita al meglio.

In ogni caso, è fuori strada chi pensa che la presenza di Washington in Afghanistan sia improvvisamente evaporata come neve al sole. Il Dipartimento di Stato – ha spiegato alla Cnn un anonimo funzionario dello stesso Dipartimento – non avrà più civili sul territorio afghano. Eppure, ciò non significa che gli Stati Uniti sospenderanno “qualsiasi impegno nei confronti dei cittadini americani in Afghanistan, degli afghani a rischio e del popolo afghano”.

In altre parole, un canale di comunicazione, se non altro per dialogare con i talebani, deve in qualche modo restare attivo. È per questo motivo che le due parti in causa – americani da una parte e talebani dall’altra – starebbero costruendo, lontano dalla luce dei riflettori, un pacchetto di accordi in vista delle relazioni future.

Verso un nuovo dialogo

Il 31 agosto deve essere considerato come un limite insuperabile? Per capirlo, è utile ascoltare quanto affermato dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, nel corso di una recente intervista alla Cbs. Prima di tutto, ha spiegato lo stesso Sullivan, gli attacchi contro l’Isis-K continueranno dall’esterno dell’Afghanistan, anche è da escludere ogni possibile ritorno alle missioni di combattimento.

Inoltre, dopo il completo ritiro delle truppe statunitensi da Kabul e dintorni, Washington si assicurerà che ci sia “un passaggio sicuro per qualsiasi cittadino americano, qualsiasi residente permanente legale” e per tutti gli afghani che avevano servito gli interessi degli Stati Uniti. Dall’altra parte, non a caso, i talebani hanno fatto sapere che consentiranno un passaggio sicuro, mentre il governo americano ha fatto pressione per assicurarsi che il gruppo mantenga questi impegni.

Sullivan ha toccato anche un altro tema. L’ambasciata degli Stati Uniti a Kabul chiuderà, con ogni probabilità, il 1 settembre. Certo è che gli americani continueranno ad avere “mezzi e meccanismi per avere diplomatici sul campo, essere in grado di continuare a trattare questi richiedenti, essere in grado di facilitare il passaggio di altre persone che vogliono lasciare l’Afghanistan”. La sensazione, come confermato da fonti americane, è che gli Stati Uniti abbiano intenzione di non sacrificare ogni rapporto diplomatico con i suoi interlocutori. Molto dipenderà tuttavia da come si comporteranno i talebani.

Tra negoziazione e diplomazia

Come ha sottolineato Asia Times, gli Stati Uniti sembrano aver negoziato un pacchetto di accordi con i talebani, con l’eventuale prospettiva futura di riaprire l’ambasciata Usa a Kabul. Ma con chi dialogherà l’America? Secondo quanto riferito da Voice of America, che ha citato un leader talebano anonimo, il nuovo governo guidato dai talebani sarebbe nelle fasi finali dell’annuncio. Ed è proprio con questo governo che Washington si ritroverebbe a tessere i fili diplomatici della vicenda afghana.

L’avversione nei confronti dei talebani, a quanto pare, tornerà a essere una costante soltanto nel caso in cui il gruppo islamico dovesse tradire i suoi impegni. Ma c’è anche un altro tema delicatissimo da considerare, ovvero la minaccia del terrorismo. Per scongiurare il rischio di attentati, si fa un gran parlare dell'”alleanza informale” tra gli Stati Uniti e i talebani per stoppare sul nascere l’ascesa dell’Isis-K. Il calderone Afghanistan è sempre più bollente. E nessuno ha il coraggio di fare previsioni, neppure per cercare di prevedere l’immediato futuro.