Silvio Berlusconi è stato il presidente del Consiglio dei Ministri più longevo di tutti i tempi. Il Cav ha traghettato l’Italia da Tangentopoli alla “Seconda repubblica”, ha condotto il Paese nell’Eurozona ed è stato il protagonista della crisi dello spread. Ma qual è il lascito in politica estera del fondatore di Forza Italia? L’ex presidente del Consiglio, artefice del centrodestra italiano, non ha mai rinunciato ai suoi punti di riferimento (gli Stati Uniti d’America).

La visione berlusconiana

La sua era una concezione orgogliosamente liberale del mondo, perfettamente inquadrata nel panorama popolare europeo. Ma per capire la figura storica di Berlusconi è doveroso ricordare uno dei suoi predecessori eccellenti, Bettino Craxi. Craxi fu il primo, vero trasformatore, in un certo senso un antesignano. Il leader socialista alterò il paradigma del presidente del Consiglio: non più una carica “collegiale”, ma un ruolo predominante anche nella comunicazione, un premier senza premierato. Una personalità forte capace di affermarsi e accreditarsi soprattutto all’estero. D’altronde, Craxi e Berlusconi sono stati gli unici uomini politici italiani a parlare al Congresso Usa.

Berlusconi credeva nel bisogno, avvertito per primo da Craxi, di conferire all’Italia la centralità che meritava ai tavoli internazionali e nell’ambito dell’alleanza atlantica. Per contrastare inoltre il protagonismo franco-tedesco, contro cui il creatore di Fi si è scagliato in una storica e lunga battaglia esplosa negli ultimi anni ai vertici del governo italiano e personificata da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy (padre dell’intervento militare in Libia), entrambi considerati i responsabili della caduta del quarto governo Berlusconi dodici anni fa.

Berlusconi aveva un legame stretto con Muammar Gheddafi, accolto nel 2010 a Villa Pamphili con una tenda beduina e ritenuto ancora oggi l’unico in grado di tenere unito un popolo lacerato dalla guerra civile scoppiata nel 2011. Con Tripoli furono firmati un trattato di amicizia e un accordo di partenariato, prima della – sofferta – decisione di unirsi alla coalizione internazionale che bombardò la Libia fino alla destituzione del suo dittatore. In quell’occasione Berlusconi si trovò totalmente isolato sia in sede Nato che dentro al suo stesso governo. Più avanti il Cav avrebbe ammesso: “Avevo come sempre ragione io, Gheddafi era un personaggio controverso ma era amato dalla gente ed era diventato un uomo con cui si potevano fare accordi, soprattutto sull’immigrazione”.

Da Pratica di Mare al Medio Oriente

La dimensione umana e personale è dunque elemento imprescindibile per comprendere la visione berlusconiana, il fulcro di una prospettiva più informale sulla diplomazia. Silvio Berlusconi era dotato di un’innata espansività che tutti i leader che l’hanno conosciuto hanno potuto accertare. Indimenticabile fu, ad esempio, il siparietto con la cancelliera tedesca durante un bilaterale a Trieste nel 2008: Berlusconi salutò Merkel nascondendosi dietro un pennone in piazza dell’Unità dal quale si avvicinò sussurrando “cucù“. Da quest’idea del mondo nascono gli accordi di Pratica di Mare, l’intesa siglata nel 2002 tra Nato e Russia. Senza l’impegno e l’amicizia intercorsa tra il Cavaliere e il duo Bush-Putin, quello spirito – purtroppo mai più ritrovato in questo secolo –, onda lunga di un processo di distensione tra Occidente e Russia cominciato con la dissoluzione dell’Urss, non sarebbe mai esistito.

I suoi detrattori lo hanno accusato di seguire pedissequamente le direttive di Washington, con cui, a differenza di Bruxelles, c’è sempre stata una fortissima sintonia. Con Bush junior alla Casa Bianca, il governo italiano ha garantito l’appoggio alle missioni in Iraq e Afghanistan, ricevendo per questo un importante attestato di stima da Barack Obama nel 2010. Il presidente democratico, pur vedendo con diffidenza la relazione di Berlusconi con il presidente russo Vladimir Putin, ringraziò personalmente il capo del governo italiano quando confermò l’impegno a incrementare la presenza italiana nella Isaf, la forza Nato in Afghanistan.

La svolta epocale, ispirata dall’amministrazione repubblicana di inizio millennio, è avvenuta però in Medio Oriente: Berlusconi è stato probabilmente il presidente del Consiglio italiano più filoisraeliano di tutti i tempi. “La difesa di Israele – scriveva il Cavaliere nel 2015 – oggi più che mai è la difesa delle ragioni della libertà, della democrazia, del pluralismo civile e religioso”. Profetiche poi le sue parole sulla crescente minaccia cinese, contro cui l’Europa dovrebbe prendere le giuste misure per fermare il “disegno espansionista” di Pechino.

Oggi Silvio Berlusconi è scomparso a 86 anni. Nel libro Berlusconi – The Diplomat, i professori Emidio Diodato e Federico Niglia usano una metafora efficace per spiegare la politica estera del Cav: “La storia della politica estera di Berlusconi può essere interpretata come un’opera teatrale in cui egli è sempre il personaggio principale”. Ora può calare il sipario.