A Palermo, in occasione del vertice del 2018 sulla Libia, i vassoi dell’albergo che ospitava l’incontro erano sempre pieni di prelibatezze culinarie: “Tutto rigorosamente made in Sicily – scherzava, ma fino a un certo punto, uno dei diplomatici presenti – davanti ad arancine e cassate molta gente in passato ha fatto pace”. Anni dopo il copione è lo stesso. Nell’aprile 2019 il presidente cinese Xi Jinping ha scelto il capoluogo siciliano nella tre giorni di visita in Italia. L’hotel in cui alloggiava era lo stesso del vertice sulla Libia, ma è rimasto off limits per tutta la durata del suo soggiorno. Chi ha lavorato lì però assicura come il capo dello Stato cinese sia rimasto piacevolmente colpito dalla cucina siciliana. È questo uno dei tratti salienti della cosiddetta “diplomazia gastronomica”, messa in pratica anche in occasione delle regionali siciliane del 2017. Il riferimento è al cosiddetto “patto dell’arancino“, siglato a Catania tra i leader del centrodestra durante una visita in un ristorante del capoluogo etneo, che ha dato vita all’unità della coalizione in vista delle successive elezioni politiche.

Dai vini apprezzati dai russi alla gastronomia presa a modello dagli americani

La cucina siciliana in ambito politico sembra avere un pregio: essere apprezzata da tutti. Un appoggio trasversale in grado di accomunare cittadini provenienti da Paesi diversi e a volte distanti a livello politico. Per questo il cibo made in Sicily per l’Italia potrebbe rappresentare vera e propria arma diplomatica. Lo si è visto in occasione del G7 di Taormina. Tavole imbandite e banchetti hanno costantemente fatto da sfondo alle discussioni politiche. Se si vuole ravvisare la vicinanza tra italiani e russi nonostante sanzioni e tensioni di natura diplomatica, occorre fare un giro in alcune delle più note cantine siciliane. Dalla provincia di Agrigento a quella di Trapani, passando per Catania, diversi produttori nell’ultimo decennio hanno introdotto la produzione di un tipo di vino non particolarmente diffuso sull’isola: il rosato. Ai siciliani non piace molto, ma al contrario è apprezzato dai russi. Ogni anno centinaia di casse vengono spedite verso la Russia, ma viene anche assaggiato dai cittadini della federazione direttamente in Sicilia.

Prima del Covid l’isola era tra le mete più gettonate dai turisti russi, molti venivano proprio per il vino. Una tendenza che potrebbe riprendere quota appena verrà superata l’attuale fase di pandemia. Discorso analogo, ma sul fronte della rosticceria e dei primi piatti, può essere fatto per gli statunitensi. Arancine (o arancini, a seconda se mangiati a Palermo o Catania), calzoni a forno e fritte e panelle sono soltanto alcune delle pietanze ricercate dai turisti americani sull’isola. Oppure cucinate oltreoceano con le insegne siciliane o italiane nei locali. In poche parole, se si vuol mettere d’accordo un russo con uno statunitense occorrerebbe parlare di cucina siciliana. Un cibo che potrebbe avere anche qualità diplomatiche oltre che squisitamente culinarie.

Il Soft Power legato alla cucina

L’importanza della cucina siciliana nell’ambito della diplomazia italiana è legata soprattutto al concetto di Soft Power.  La popolarità nel mondo dei cibi dell’isola dona un contributo molto importante all’influenza internazionale del nostro Paese. Lo si può vedere ad esempio nel concetto di “street food“, cibo da strada. Un concetto sempre più in voga in ambito europeo e statunitense, che in tanti ricollegano alla Sicilia e all’Italia. Palermo non a caso viene vista come la capitale europea dello street food e del cibo popolare. In ogni città del Vecchio Continente è presente un riferimento al cibo da strada siciliano, con richiami a vessilli e simboli non solo dell’isola ma dell’intero nostro Paese.

La cucina del resto, come sottolineato dagli istituti di ricerca sul Soft Power, è uno degli elementi principali per la classificazione del livello di influenza di un Paese. Nonostante i problemi in ambito politico che caratterizzano l’Italia e i discorsi relativi alla persistenza in Sicilia del fenomeno mafioso, la cucina mette d’accordo tutti, contribuisce alla fama della sicilianità e dell’italianità nel mondo e potrebbe essere un potente mezzo diplomatico.

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