La geopolitica della corsa allo spazio
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Fare di Israele un fattore di stabilizzazione dell’ordine internazionale, in Medio Oriente e non solo. Superare l’era delle divisioni di Benjamin Netanyahu, promuovere l’interesse nazionale di Tel Aviv e la sua sicurezza usando lo smart power che tutti riconoscono allo Stato ebraico. Infine, mostrare la forza sistemica di un Paese che mira a rilanciarsi come attore credibile. Naftali Bennett ha promosso dalla sua ascesa al governo diverse mosse volte a fare di Tel Aviv un protagonista del consesso diplomatico internazionale. Un attore stabilizzante, non divisivo e capace di muoversi in maniera felpata, diverso dal chiassoso istinto polarizzante del suo predecessore. La mossa con cui Bennett ha suonato la carica sulla crisi russo-ucraina, incontrando i leader dei Paesi in guerra, Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky, e il cancelliere Olaf Scholz e aprendo al negoziato lo testimonia.

Missione impossibile? Certamente non più difficile di tenere unita la coalizione che sostiene il suo governo. Un esecutivo nato includendo tutti, dai laburisti all’estrema destra, dai liberali alla sinistra radicale, pur di detronizzare “Re Bibi” e alla cui guida Bennett, che si alternerà dopo due anni e mezzo di mandato con il liberale Yair Lapid alla guida del governo, ha mostrato finora notevoli abilità negoziali. Concordando strategie per combattere il Covid-19 condivise dalla coalizione e arrivando a approvare il primo bilancio annuale dal 2019 nelle scorse settimane. Una proiezione che proprio l’asse tra Bennett e Lapid, oggi ministro degli Esteri, ha mostrato sulla scena internazionale.

Bennett ha utilizzato con cognizione di causa parole forti. “È responsabilità dei principali leader del mondo portare le due parti fuori dal campo di battaglia e sul tavolo delle trattative”, ha detto il 4 marzo alla vigilia dell’incontro con Putin. Come sottolinea Piccole Note, Bennett ha capito meglio di altri leader, assieme al turco Recep Tayyip Erdogan, che “quel che stiamo vedendo è uno scontro irriducibile” e rischioso, in cui anche l’Occidente può essere coinvolto contro la Russia. Se da una parte “la Russia persegue con pervicacia i suoi obiettivi militari” in un’offensiva sempre più violenta che causa, “crescenti devastazioni e vittime civili, la leadership ucraina si è attestata su una posizione di resistenza a oltranza” sostenuta dal presidente Zelensky e “favorita in ciò dalle cancellerie occidentali che continuano a ripetere il mantra del loro doveroso sostegno politico e militare a Kiev, eludendo però la questione centrale, cioè la necessità di avviare un negoziato tra le parti”.

Per Bennett questo pone un problema su più fronti. In primo luogo, un contesto in cui Russia e Usa vanno verso uno scontro irriducibile pregiudica il bilanciamento strategico di Israele. In secondo luogo, questo rischia di far franare l’architettura securitaria internazionale con forti riverberi sul Medio Oriente. In terzo luogo, la guerra russo-ucraina è anche una faglia interna allo Stato ebraico in cui convivono forti comunità originarie dei due Paesi in lotta. Infine, attraverso guerre ibride o asimmetriche, destabilizzazioni incrociate e colpi bassi Mosca e Washington possono portare il conflitto a estendersi fino all’estero vicino di Israele, ad esempio in Siria.

In quest’ottica qua, Israele ha voluto agire da pompiere. Troppo rischiosa per la politica securitaria del sistema-Paese di Tel Aviv una trasformazione repentina dell’ordine globale. Troppe incognite si sommerebbero in una fase in cui Bennett e Lapid vogliono espandere la loro proiezione internazionale principalmente sull’asse degli Accordi di Abramo, estesi a Paesi come Marocco e, in prospettiva, Arabia Saudita, da patto anti-iraniano a partnership a tutto campo. Non a caso Bennett e Lapid stanno rafforzando gli accordi secruitari e tecnologici con le potenze islamiche da un lato e rinvigorendo la tutela degli interessi vitali e il contrasto alla penetrazione iraniana dall’altro, senza però utilizzare la retorica rovente dell’era Netanyahu. Anche sull’accordo sul nucleare iraniano l’ex leader della destra religiosa, pur ammonendo sul rischio di una versione più debole del Jcpoa del 2015, ha ritrattato vecchie dichiarazioni in cui lo definiva un errore storico. La graduale svolta di Bennett ha segnato un punto deciso: dalla destabilizzazione dei nemici la priorità è diventata per Tel Aviv la stabilizzazione di Paesi amici e del fronte interno. Una diplomazia globale astuta e che ha prodotto risultati cerca ora con la mediazione tra Russia e Ucraina il suo colpo più grosso: non sarà facile, ma lo sforzo diplomatico di Israele é, comparato alla dimensione del Paese, decisamente vigoroso e mostra l’importanza data da Tel Aviv alla sfida.

L’Europa lascia lo spazio ad altri

Certo, la mediazione al momento non sembra essere andata a buon fine. E le prospettive future non sono delle più rosee. Ma è un fatto che Israele si è attivata mentre l’Europa no. Il premier Bennett si è mosso dal suo ufficio in pieno shabbat. Lui, ebreo conservatore pur se rappresentante di un partito della destra secolare, ha “violato” il giorno di riposo ed è andato fin dentro le stanze del Cremlino. Una mossa che, se a livello pratico non ha prodotto nulla, a livello simbolico ha assunto un significato importante. Ed è ben noto come nella politica internazionale la forma è anche sostanza. Israele si mosso e si muoverà ancora nei prossimi giorni. Quella di sabato scorso non è destinata a rimanere come l’unica sortita diplomatica del premier israeliano a Mosca. Sottobanco poi stanno proseguendo le contrattazioni. Il filo di dialogo molto sottile ma, in queste ore, così incredibilmente importante legati ai colloqui in Bielorussia è in parte retto anche da Israele. E non solo. Giovedì i ministri degli Esteri di Russia e Ucraina si vedranno in Turchia. Ankara è un altro attore che sta giocando un ruolo importante nella difficile sfida diplomatica.

L’Europa non è pervenuta. Al di là dei tentativi del presidente francese Emmanuel Macron, il Vecchio Continente ha scelto, più o meno consapevolmente, di tirarsi fuori da ogni mediazione. Un errore grave non solo perché in tal modo la durata della guerra è destinata a prolungarsi. Ma anche perché a livello strategico in futuro l’Europa, intesa come somma di Stati e come comunità europea, potrebbe avere un ruolo sempre più marginale nella comunità internazionale. Lo spazio quindi è stato lasciato ad altri. Indipendentemente da come andrà il conflitto, le lacune europee sono già stare rese piuttosto evidenti.

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