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Grandi manovre militari nel Mar dei Caraibi, in un contesto geopolitico sempre più caldo che vede gli Stati Uniti alzare a livelli senza precedenti contro il Venezuela guidato da Nicolas Maduro.

La massima pressione di Trump sul Venezuela di Maduro

Nel mese di agosto l’amministrazione di Donald Trump ha fatto venire meno ogni possibile accenno di distensione o ripresa dei rapporti con Caracas compiendo due mosse sostanziali: innanzitutto, l’innalzamento da 25 a 50 milioni di dollari della taglia con cui il caudillo venezuelano è ricercato per narcotraffico negli States; in secondo luogo, inviando tre cacciatorpediniere – l’USS Gravely (DDG-107), l’USS Jason Dunham (DDG-109) e l’USS Sampson (DDG-102) – più diversi vascelli ausiliari e una forza militare di 4mila uomini vicino alle coste della Repubblica Bolivariana. Manovra, quest’ultima, che rappresenta uno strappo senza precedenti nei rapporti – tesissimi – tra Washington e il governo socialista di Caracas.

La pressione su Maduro si inserisce nel quadro della stretta politica e militare dell’amministrazione Trump sul narcotraffico, di cui ritiene il regime venezuelano un promotore. Gli Usa hanno ampliato negli ultimi mesi la loro preparazione militare per colpire i cartelli della droga latinoamericani, identificati come organizzazioni terroristiche da Trump al momento del ritorno alla Casa Bianca e parificati a entità come Al-Qaeda, lo Stato Islamico o gli Houthi. Dunque indicati come entità contro cui è legittimo e possibile l’uso della forza militare.

La forza schierata da Trump può compiere operazioni mirate

Sulla carta, la pressione riguarda soprattutto i cartelli basati in Messico, ma uno dei cartelli ritenuti più pericolosi, il Tren de Aragua, ha origini venezuelane e si è diffuso fino negli Usa. E per Washington Maduro non è, formalmente, un presidente legittimato ma un usurpatore peraltro ricercato per narcotraffico.

Emblematiche le parole dette martedì da Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, che ha espresso la visione di Trump affermando che “il regime di Maduro non è il governo legittimo del Venezuela: è un cartello del narcotraffico guidato da Maduro. Questa amministrazione ritiene che non sia un presidente legittimo. È un capo latitante di questo cartello, incriminato negli Stati Uniti per traffico di droga nel Paese”. 50 milioni di taglia pendono sulla testa di Maduro, 25 su quella del suo vice Diosdado Cabello in un’escalation retorica, politica e militare che pone sul campo diversi interrogativi: Washington sta meditando un’operazione militare contro il governo di Maduro? La strategia mira al regime change venezuelano? E se sì, perché proprio ora?

Sul primo fronte, The War Zone sottolinea che “non è ancora chiaro cosa gli Stati Uniti intendano fare con le loro risorse militari dispiegate contro Maduro”, pur aggiungendo che con gli assetti mobilitati teoricamente “il Pentagono potrebbe effettuare attacchi aerei, interdire spedizioni o persino inviare rapidamente un numero limitato di truppe da acque internazionali, se Trump lo decidesse”. La tenaglia americana sui cartelli si sommerebbe così alle voci, analizzate su queste colonne da Roberto Vivaldelli, circa una possibile operazione in Messico nelle prossime settimane.

Regime change in Venezuela? Per via interna

Difficile, venendo al secondo punto, che un’operazione militare sia il viatico ideale per quel regime change che Washington pondera da tempo contro il governo venezuelano e che nella prima era Trump ha portato, tra il 2018 e il 2019, a dei goffi tentativi di golpe.

Una campagna militare in Venezuela imporrebbe agli Stati Uniti di mobilitare risorse e mezzi nella regione per operare in un Paese dal territorio estremamente ostile, dove alle città si alternano aree critiche per la mobilità militare come il Lago Maracaibo, gli altopiani di Roraima e, soprattutto, una profonda giungla amazzonica lungo il corso dell’Orinoco che offrirebbe profondità difensiva e spazi per la guerriglia. La prospettiva di Trump e della sua amministrazione mira a favorire, piuttosto, con l’aumento della taglia e la pressione militare un sommovimento interno al regime che stimoli una possibile conflittualità nel regime chavista.

Questo è ciò a cui mira l’opposizione guidata dalla liberale di destra Maria Corina Machado, sostenuta dai falchi anti-venezuelani dell’amministrazione: il segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale della Casa Bianca per l’America Latina,  Mauricio Claver-Carone, che ha ricoperto ruoli di alto profilo all’interno del Dipartimento del Tesoro, del Consiglio di Sicurezza Nazionale e del Dipartimento di Stato nella prima era Trump.

Finora il regime chavista, arroccato tra la gestione cleptocratica della rendita petrolifera, l’acquisizione della fedeltà dell’esercito tramite prebende e nomine e il consolidamento delle milizie legate al governo, è risultato resiliente a ogni tentativo di sommovimento interno. Ma non è detto che questa situazione perduri.

La nuova “diplomazia delle cannoniere”

Infine, Washington intende usare la leva della lotta al narcotraffico per rimettere piede con forza in un’America Latina che le era parsa sfuggita di mano. Sfruttando delle dinamiche politiche positive (dalla vicinanza dei governi di Ecuador e Argentina fino ai recenti sviluppi in Bolivia) e volendo consolidare la sfida ai rivali dell’egemonia dell’Occidente, particolarmente i Brics che in America hanno nel Brasile un attore particolarmente agguerrito, l’amministrazione Trump vede nel Venezuela una delle possibili propaggini di un’influenza ostile nello storico “cortile di casa” della superpotenza.

Mentre su scala globale, tra sfide e dinamiche diplomatiche, gli Stati Uniti cercano di plasmare le regole di un nuovo sistema fatto di zone d’influenza e proiezione geopolitica a colpi di negoziati, tariffe commerciali e azioni unilaterali, l’estero vicino ritorna centrale.

Dal punto di vista di Washington, non c’è incoerenza tra la tendenza a voler mediare in scenari come l’Ucraina e l’aumento della pressione sul Venezuela: sono mosse che rientrano nella volontà americana di rafforzare questo processo su cui Trump si gioca il futuro della propria politica estera. Il ritorno di quella che Giuseppe Gagliano ha definito “diplomazia delle cannoniere” riporta la mente all’imperialismo Otto-Novecentesco, all’unilateralismo delle potenze, alla pressione politica condotta per via militare e diplomatica in parallelo. E a uno stato di insicurezza collettiva ben diversa dall’ordine globale ipotizzato da Trump con l’America, temuta e rispettata, al centro.

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