La diplomazia del pallone nei controversi rapporti tra Italia e Libia

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L’affaire Almasri tiene ancora banco nella politica italiana, e non potrebbe essere altrimenti. Il governo di Giorgia Meloni è accusato per aver liberato e riaccompagnato in Libia un criminale di guerra condannato dalla Corte Penale Internazionale, responsabile di numerose torture e omicidi. Alle spalle di questa vicenda ci sono i ben noti rapporti tra Roma e Tripoli, dove è insediato il Governo di unità nazionale di Abdul Hamid Dbeibeh, che gode del riconoscimento dell’ONU ma che controlla solo il nord-ovest del paese. Il resto è in mano alle forze che fanno capo ufficialmente a Fathi Bashagha, anche se in verità la regione orientale è governata dal generale Khalifa Haftar.

Gli accordi con il Governo di Tripoli, però, sono molto importanti per l’Italia, poiché è da questa regione che partono la maggior parte delle imbarcazioni di migranti dirette nel nostro Paese. In più, la Libia ospita diverse strutture dell’Eni, che hanno un rilevante valore strategico per la politica energetica italiana. Particolari sono le circostanze che hanno portato all’arresto di Almasri: il capo della polizia giudiziaria libica è stato arrestato la mattina del 19 gennaio scorso in un hotel di Torino, dove si trovava tranquillamente in visita. Nonostante il mandato di cattura che pendeva sul suo conto, si era recato in Italia il giorno precedente per assistere a Juventus-Milan di Serie A, essendo un grande tifoso bianconero.

Una storia nel pallone

Il calcio è uno dei principali collegamenti tra Italia e Libia, e non certo da ora. Questo solido legame risale alla fine degli anni Ottanta, ed è stato costruito innanzitutto sul settore petrolifero, dopo che il governo di Gheddafi nazionalizzò la Tamoil: nel 1989, l’azienda libica entrava nel calcio italiano sottoscrivendo un accordo di sponsorizzazione con l’Atalanta, destinato a durare per ben sei anni. Fu un’epoca abbastanza positiva per il club bergamasco, che nelle prime due stagioni di Tamoil prese parte alla Coppa UEFA, raggiungendo anche un quarto di finale nel 1990/91.

Durante i governi di Berlusconi, il legame con Tripoli si consolidò ulteriormente, e uno dei simboli più evidenti di ciò è stato il clamoroso approdo della Supercoppa italiana a Tripoli, con la partita tra Juventus e Parma tenutasi il 25 agosto 2002. La decisione di giocare il torneo in Libia era stata presa dalla Lega Calcio presieduta all’epoca dal braccio destro di Berlusconi Adriano Galliani. Negli stessi anni Saadi Gheddafi, figlio del dittatore libico, attraverso Tamoil investiva in vari club italiani, come Juventus, Roma e Triestina (che nel 2002 acquistava il libico Jehad Muntasser). Lo stesso Gheddafi Jr. arrivò a farsi ingaggiare da vari club di Serie A, giocando con il Perugia, l’Udinese e la Sampdoria (all’epoca di proprietà dell’azienda energetica ERG).

La caduta di Gheddafi

La caduta di Gheddafi e il declino di Berlusconi hanno segnato l’allentamento di questo legame calcio-politico, che ha finito però per risorgere negli ultimi anni, in particolare proprio con il governo Meloni. Nel giugno 2024 Francesco Caremani ha rivelato su Domani un accordo tra i rispetti Governi nazionali per ospitare in Toscana, tra giugno e luglio, le finali del campionato di calcio libico. Una decisione che aveva coinvolto solo marginalmente la FIGC, ed era invece stata presa direttamente a livello politico, nell’ambito di un viaggio a Tripoli della Presidente del Consiglio assieme al Ministro dello Sport Abodi, il 7 maggio.

Il progetto è stato dunque incluso nel cosiddetto Piano Mattei, con la sottoscrizione dei nuovi accordi bilaterali tra Italia e Libia. Abodi aveva spiegato all’epoca che, oltre a ospitare i playoff per il titolo nazionale, l’Italia si impegnava attraverso la FIGC a ospitare gli allenatori libici al Centro tecnico federale di Coverciano per degli stage formativi, ed erano previste anche delle amichevoli tra le rispettive selezioni nazionali. Dal punto di vista libico, il calcio è un fondamentale strumento di consenso politico, e poter giocare le finali del campionato in strutture di primo piano ha un valore non secondario. Anche perché negli ultimi anni i disordini interni del Paese nordafricano hanno spesso costretto a interrompere il torneo e a spostarne le finali all’estero (nei due anni precedenti si erano tenute in Tunisia).

Le squadre e le milizie

C’è anche un altro fattore da non sottovalutare: molti dei più importanti club del Paese sono controllati più o meno direttamente dai capi delle milizie affiliate al governo di unità nazionale o all’esercito di Haftar. E qui arriviamo alla più recente novità in questa storia, denunciata da La Repubblica pochi giorni fa: la scorsa estate, l’Italia ha ospitato Abdel Ghani al-Kikli, capo della milizia SSA e già al comando della prigione di Abu Salim. Al-Kikli è attualmente indagato dalla Cpi (ma, a differenza di Almasri, non ancora condannato) per torture, omicidi, stupri e altre violenze commesse nei confrinti dei migranti, oltre che per aver aperto il fuoco su imbarcazioni delle ong.

Il criminale libico è stato accolto con tutti gli onori in Italia, in occasione del torneo che si è svolto infine tra Avellino, Teramo e L’Aquila (e non in Toscana, come inizialmente previsto). Diverse fotografie lo raffigurano in campo o sugli spalti: Al-Kikli, infatti, dirige ufficiosamente l’Al-Ahly di Tripoli, squadra classificatasi seconda nell’ultimo campionato. A vincere il torneo è stato invece l’Al-Nasr di Bengasi, principale club dei territori controllati dal generale Haftar, che ha poi incontrato i giocatori per congratularsi con loro per la vittoria.