Sinovac, Sinopharm, CanSino Biological, Zhifei. Sono queste le principali aziende farmaceutiche cinesi in corsa per la produzione di un vaccino anti Covid. Gli antidoti realizzati dalle prime due, in particolare, hanno superato i test di laboratorio e le classiche due fasi di studio. In attesa di superare la terza e ultima fase, stanno aspettando l’autorizzazione d’emergenza per l’approvazione finale. Non sappiamo quanto tempo ci vorrà ancora prima di assistere alla fumata bianca. Non sappiamo neppure quale sarà il primo Paese che potrà vantare in mondovisione di aver ideato un rimedio per la piaga del XXI secolo.
Certo è che il vaccino per debellare il nuovo coronavirus è un affare troppo importante per restare confinato nel mero ambito sanitario. Già, perché il governo che avrà per primo l’arma finale contro il Covid potrà incrementare a dismisura il proprio potere geopolitico, espandere il soft power in tutti i continenti, ripulire eventualmente la propria immagine e, da un punto di vista scientifico, dimostrare di essere il migliore.
La Cina sta giocando la sua partita, con l’intenzione di bruciare sul tempo Stati Uniti e Russia. Alla fine di luglio, oltre Sinovac e Sinopharm, soltanto Oxford/Astrazeneca, Moderna e Pifzer/BioNtech si trovavano alla fase tre. La competizione è dunque serrata. Eppure, a differenza di Pechino, gli altri concorrenti non hanno un piano d’azione così dettagliato come quello messo nero su bianco dal Dragone.
Leader globali nella lotta anti Covid
Innanzitutto appare evidente come la Cina, dopo essere stata attaccata da più fronti, e persino incolpata, per la diffusione del virus, abbia intenzione di vestire i panni di leader globale nella lotta contro la malattia. Pechino, ha sottolineato il South China Morning Post, ha fatto sapere che offrirà prestiti e accessi prioritari per tutti (o quasi) ai vaccini che sta sviluppando.
La diplomazia cinese è già al lavoro. I funzionari – e lo stesso Xi Jinping in persona – hanno più volte ripetuto che gli antidoti saranno un bene pubblico globale. Al netto della corsa scientifica al vaccino, c’è da considerare un problema logistico non da poco. Una volta prodotto il giusto vaccino, come fare per realizzarlo in larga scala e distribuirlo in tempi brevi? Il rischio, hanno spiegato alcuni esperti, è che potrebbero volerci anni prima di superare tutte le possibili carenze di approvvigionamento e vincoli di fabbricazione del caso.
Per bypassare questi ostacoli, ad esempio, Giappone, Gran Bretagna e Stati Uniti hanno stretto accordi direttamente con gli sviluppatori farmaceutici per assicurarsi le prime dose per la propria popolazione. Il punto è che moltissimi altri Paesi – pensiamo ai più poveri e arretrati – non hanno le stesse possibilità. La Cina ha intuito la situazione e ha deciso di aprire il suo enorme “ombrello”.
L’ombrello cinese
Per rendersi conto di cosa ha in mente di fare la Cina basta rileggere le parole rilasciate dal portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying: “La Cina non agirà come alcuni Paesi. Non cercherà il monopolio né acquisterà i vaccini”. Servono un paio di precisazioni. La prima è che, al netto delle belle dichiarazioni, Pechino non ha chiarito come intenderà comportarsi con le proprie aziende. Nel caso in cui un colosso cinese riuscisse ad avere tra le mani il famigerato vaccino, come si comporterà? Anche perché va bene occuparsi dei Paesi più poveri, ma la Cina deve comunque far fronte alle esigenze di una popolazione formata da 1,4 miliardi di individui.
La seconda è che il Dragone non fa parte di Covax, cioè del meccanismo sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che punta a garantire un’equa distribuzione dei vaccini ai Paesi partecipanti. Anche, pare, a quelli che non possono permettersi le dosi. La Cina, mettendo nel mirino i soliti Paesi di sviluppo, ha fatto loro promesse e aperture seguendo un canale differente.
Nepal, Pakistan, Filippine e Afghanistan sono stati più volte citati durante i briefing tenuti dai diplomatici cinesi. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha invece offerto prestiti per 1 miliardo di dollari ai Paesi di America Latina e Caraibi per l’acquisto di potenziali vaccini anti Covid. Non solo: lo scorso giugno Xi ha affermato che gli Stati africani otterranno l’accesso prioritario al vaccino cinese una volta completato il suo sviluppo.
La diplomazia dei vaccini
Sia chiaro: dietro alla benevolenza cinese si nasconde – legittimamente dal punto di vista di Pechino – un progetto per espandere la propria influenza geopolitica nel mondo. In particolare, in quei Paesi in via di sviluppo che potrebbero contribuire a rafforzare l’immagine della Cina di fronte agli altri attori globali.
Detto in altri termini, più governi appoggeranno il Dragone e più la sua figura ne uscirà rafforzata. Questo, ovviamente, aiuterebbe i cinesi ad avere una spinta in più nelle relazioni internazionali. La “diplomazia dei vaccini”, come l’hanno ridefinita alcuni analisti, potrebbe rivitalizzare la Belt and Road Initiative, finita un po’ in ombra dopo lo scoppio della pandemia.
Dulcis in fundo, produrre un vaccino e donarlo agli altri consentirebbe a Xi Jinping di ergersi a salvatore del mondo intero, e usare una narrazione potenzialmente micidiale per gli Stati Uniti. Puntando il dito contro Washington, il presidente cinese potrebbe far notare come loro, gli americani, non si siano interessati del mondo intero. A differenza dei cinesi, che invece hanno messo al primo posto i Paesi in via di sviluppo.
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