Il Giappone chiama ma la Corea del Nord non risponde. O almeno, non ancora. Il presidente giapponese Shinzo Abe ha lanciato un segnale a Pyongyang: “In futuro incontrerò Kim Jong Un”. Si tratterebbe di un evento storico ma ancora non sono trapelati ulteriori dettagli. È possibile tuttavia fare alcune considerazioni alla luce degli ultimi sviluppi geopolitici avvenuti in quest’area.
Tutti si contendono la Corea del Nord
Kim Jong Un vedrà presto Donald Trump per un secondo summit. Il leader nordcoreano ha inoltre già avuto modo di allacciare un rapporto confidenziale con il presidente sudcoreano Moon Jae In. La situazione potrebbe sbloccarsi da un momento all’altro, con la Corea del Nord pronta a concedere qualcosa per ricevere altrettanto. La fine delle ostilità, un taglio alle armi potenzialmente nocive per gli Stati Uniti e la stabilità dell’area; in cambio dello stop alle sanzioni economiche.
Il calcolo di Shinzo Abe
Se tutto dovesse procedere in questa direzione, il Giappone rischierebbe di esser tagliato fuori. Qualora Pyongyang e Seul dovessero avvicinarsi ulteriormente ci sarebbero risvolti anche in ambito economico e politico. Tokyo si ritroverebbe a fronteggiare una penisola coreana che, per la prima volta, remerebbe compatta nella stessa direzione. Un pericolo mortale per Shinzo Abe, da tempo ai ferri corti con la Corea del Sud. Abe deve fare i conti con le elezioni locali di aprile e quelle per la Camera dei Consiglieri di luglio. La diplomazia è dunque una carta funzionale per l’incremento del bottino elettorale. Ma anche Moon Jae In deve guardare ai propri interessi, e in questo momento costruire relazioni con il Giappone sarebbe un mezzo suicidio visti i passi importanti nella questione coreana.
I giapponesi rapiti
Ecco perché Abe ha bisogno di aprire un canale diretto con Pyongyang. Sedersi a quel tavolo equivarrebbe a non subire gli eventi in modo passivo, ma anche risolvere questioni antiche. In ballo ci sono i cittadini giapponesi rapiti dai nordcoreani a cavallo tra gli anni ’70 e ’80. Un vero e proprio cavallo di battaglia del Giappone nazionalista. Abe, comunque, è stato chiaro: “Non è ancora stato deciso niente per un vertice con la Corea del Nord. Ma ci stiamo lavorando. Per il momento non entrerò nei dettagli”.
La risposta di Pyongyang
Se in un ipotetico vertice il Giappone punterà sui cittadini rapiti, la Corea del Nord solleverà senza dubbio il tema del lavoro forzato. Durante l’occupazione nipponica nella penisola coreana – dal 1910 al 1945 – civili coreani furono sottoposti a lavori durissimi. Pyongyang e Seul chiedono da tempo un risarcimento. Per Tokyo è tutto risolto grazie all’accordo del 1965 che normalizzava le relazioni con la Corea del Sud. Non per la Corea del Nord. E Il Ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho ha già avvertito il suo omologo giapponese Taro Kono. In caso di summit, se il Giappone dovesse continuare a concentrarsi sui rapimenti, Pyongyang metterebbe sul tavolo la questione degli oltre 8 milioni di coreani costretti ai lavori forzati durante l’occupazione nipponica. Un puzzle complicato con tanti attori che Shinzo Abe dovrà risolvere al più presto.
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